Un’esplosione di nevrosi: fuga nella follia

Claudio Fiocchi

La nevrosi in guerra

Recentemente la Grande guerra è stata valutata come un momento di trasformazione delle identità individuali e collettive da parte degli storici, che hanno dedicato vari studi sia all’universo mentale dei popoli coinvolti nel conflitto sia alle vicende di chi consapevolmente o inconsciamente cercava una fuga dal dramma della vita militare (ricordiamo, tra i volumi pubblicati più recentemente, A. Gibelli, L’officina della guerra. La grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino1991 e Bruna Bianchi, La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano (1915-1918), Roma, Bulzoni, 2001).

Ma che la guerra mettesse in discussione l’identità psicologica delle persone che si riversavano sul fronte della battaglia era una consapevolezza comune già all’epoca. Nelle lettere a casa e nei taccuini dei soldati emerge spesso la considerazione che alla fine della guerra le persone non sarebbero state più le stesse. E i reduci, a distanza di anni, non si riconoscevano più in ciò che erano stati, strumenti di morte in un mondo di macchine, tecnologia, fango e sangue nel quale non trovavano un ordine e un senso.

E infatti la guerra non era ancora finita che già gli psicanalisti, in un congresso tenutosi a Budapest nel settembre del 1918, discutevano di un problema medico che era emerso curando i soldati al fronte: la nevrosi di guerra.

Freud spiega le nevrosi di guerra

Sigmund Freud lascia alcune considerazioni importanti nell’introduzione al libro Psicoanalisi delle nevrosi di guerra e in un Promemoria sul trattamento elettrico dei nevrotici di guerra. Le nevrosi di guerra sono nevrosi traumatiche, facilitate da un conflitto preesistente nell’Io. Nella condizione traumatica della guerra l’Io avverte un pericolo per se stesso, provocato da un nuovo Io, quello bellicoso del soldato, che lo pone di fronte alla morte. Da questo nemico interiore si difende rifugiandosi in una nevrosi traumatica.

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Sigmund Freud in una fotografia di Max Halberstadt, 1921 (immagine: Wikipedia)

Il trattamento delle nevrosi di guerra

Per i medici militari, il cui compito era rimettere in piedi il soldato e spedirlo al fronte, il problema era complesso. Che fare di uomini colpiti da paralisi, amnesie, tremori e altri sintomi ancora, ma in assenza di lesioni organiche? La crudeltà popolare li definiva “scemi di guerra”. Oggi la scienza parla di “shock da combattimento” o shell shock, una patologia ben nota agli psichiatri che lavorano per conto degli eserciti.

A questo link troverai alcune scene tratte dal film/documentario di Enrico Verra intitolato “Scemi di guerra”.

I pochi medici che seguirono un orientamento analitico colsero nella nevrosi di guerra i sintomi di un conflitto interiore e con l’aiuto dell’ipnosi cercarono di guarire i pazienti, facendo emergere gli eventi scatenanti.

Ma siccome più che malati veri, parevano astuti simulatori, la terapia a cui venivano prevalentemente sottoposti, racconta Freud, era un “doloroso trattamento elettrico”. Il trattamento disciplinare era simile negli eserciti dei vari paesi e basato sulla somministrazione di scariche elettriche, ordini urlati, isolamento, restrizioni alimentari, minacce. In un ottica militaresca il nevrotico era trattato alla stregua di un vigliacco che sfuggiva ai suoi doveri di cittadino.

Lo scopo di questa cura disumana era costringere il malato ad abbandonare la sua infermità, che gli aveva garantito l’allontanamento dal fronte, inducendogli una paura ancora peggiore dell’elettricità.

Ma anche quando il trattamento aveva successo, una volta tornato al fronte, sottoposto al fuoco dei nemici e alla vita insopportabile della trincea, il malato aveva una ricaduta: “la sua paura della corrente elettrica recedeva, così come si era affievolita la sua paura del servizio militare durante il trattamento” (S. Freud, Promemoria sul trattamento elettrico dei nevrotici di guerra in Opere, a cura di C. Musatti, vol. IX, Bollati Boringhieri, 1989, p. 274). 

La trincea, un mondo a sé

Era solo la paura della morte a scatenare la nevrosi? Facciamo uno sforzo di immaginazione e caliamoci nella vita del soldato di trincea e nello spazio angusto nel quale è rinchiuso. Le molte testimonianze lasciate dai soldati sui diversi fronti parlano chiaro: le trincee sono umide, sporche e strette. Anche quando non fa nulla e la battaglia sembra lontana, il soldato vive un ozio pieno di paura per quello che potrebbe succedere da un istante all’altro. Se non è in combattimento e il tormento delle pulci lo abbandona, prende in mano la penna e scrive le sue sensazioni su un taccuino o in una lettera da spedire a casa.

La trincea è un mondo a se stante, del tutto diverso da quello della vita civile: la quotidianità è stravolta, il senso del tempo si perde nelle ore di attesa della battaglia, la vista diventa un senso secondario rispetto all’udito: il fracasso dei bombardamenti, il suono metallico delle mitragliatrici, il sibilo dei proiettili… Anche le sequenze temporali tipiche della vita civile perdono senso: il succedersi del giorno e della notte, il ciclo settimanale, il passaggio da una stagione all’altra che regolano le attività di lavoro e riposo cedono il passo a una logica diversa, basata sulle necessità militari e lontanissima dalle abitudini normali e dal ritmo biologico.

A questo link troverai altre informazioni sulla vita dei soldati italiani nelle trincee.

L’identità del soldato si incrina e si sdoppia, tra un Io civile e un Io militare (sostiene Freud), e coloro che torneranno dal fronte stenteranno a credere di aver vissuto veramente quei terribili anni. Il febbrile desiderio di scrivere è una forma di resistenza a una vicenda che produce uno “strappo” nella continuità della propria vita.  La vita di trincea impedisce il fissarsi dei ricordi in una sequenza temporale precisa. E l’insieme degli eventi vissuti appare labirintico come le trincee in cui si passa la giornata. I soldati avvertono di essere sull’orlo della pazzia:  “Anch’io  sentivo  delle  ondate  di  follia  avvicinarsi  e sparire. A tratti, sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l’acqua agitata in una bottiglia”, scrive Emilio Lussu in Un anno sull’altopiano. Se la realtà è folle, ad alcuni la follia pare l’unica via di fuga.

Guardando questo video e posizionando il cursore al minuto 44, puoi trovare un discorso pubblico dello storico Antonio Gibelli sull’esperienza dei soldati traumatizzati:

Anche i reduci sono colpiti da forme di nevrosi

Secondo Freud con la fine della guerra cessarono anche le nevrosi di guerra. Ma non è del tutto vero. Come racconta Eric J. Leed nel volume Terra di nessuno (Il Mulino, Bologna 1985), dedicato all’identità personale dei soldati della Grande guerra, negli anni successivi alla fine del conflitto furono molti veterani a finire in cura psichiatrica. Ciò che li aveva sorretti durante i combattimenti era un’idealizzazione della Patria. Ma ora, tornati a casa, la società si rivelava loro ostile, lontana dai loro sogni e dai loro bisogni. Erano loro, a quel punto, a essere costretti a una “fuga nevrotica” dalla realtà. E molti soldati, nello sforzo di dimenticare quanto vissuto, restavano “prigionieri” di quei tormenti che volevano cancellare dalla memoria.

Gli shock dovuti alla guerra o a eventi traumatici e violenti come attentati terroristici, catastrofi ecc. rientrano oggi in una precisa casistica medica e vengono definiti forme di stress post traumatico. Negli ultimi decenni, dopo la guerra del Vietnam (1960-1975) e i conflitti in Irak e in Afghanistan  (tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio),  la psichiatria, le autorità militari e i mass media hanno prestato molta attenzione alle conseguenze mentali ed emotive della partecipazione a un conflitto: è un argomento di scottante attualità, sul quale non è sempre facile fare chiarezza e che solleva drammatici interrogativi sulle trasformazioni che la guerra provoca nella vita dei belligeranti.

Per una rapida sintesi dell’inquadramento medico e delle terapie relative agli stress post traumatici, segui questo link. Cliccando qui trovi un’inchiesta de “La Repubblica” dedicata allo stress post traumatico.

Immagine in Homepage: Vasily Perov, Sevastopol, 1874 (via Wikipaintings)

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Commenti [1]

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  1. mariamastrangelo

    Contributi certamente interessanti e sperimentabili in classe. Lo farò l anno prossimo nelle mie due quinte in vista anche dei lavori individuali che ciascun alunno dovra’ produrre in sede d esame….peccato nn poter far nulla quest ‘ anno….troppo tardi!

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