Uno scatto fortunato

Chiara Pilati

“Attraverso il nostro apparecchio accettiamo la vita in tutta la sua complessità”, sostiene Henri Cartier-Bresson. “La realtà ci offre una tale abbondanza che la si deve ritagliare sul vivo”, ed è proprio questo che fanno i fotografi come lui, fermano momenti velocissimi e irripetibili in immagini eterne, colgono il “momento decisivo” e lo fermano per sempre, ma è proprio solo fortuna o c’è qualche cos’altro?

Il fotogiornalismo e il mestiere del fotoreporter nascono verso la metà degli anni ’20 ma solo nel decennio successivo, con la nascita di periodici illustrati come “TIME”, “Fortune” e “Life”, la professione raggiunge il suo apice. Il fotoreporter ha sempre la macchina fotografica in mano, non si muove senza lo strumento del mestiere che diventa una sorta di prolungamento del suo stesso occhio con cui cattura immagini di vita, siano esse sul fronte di grandi guerre o fra le strade delle metropoli del mondo. Anche lo strumento si adegua ai tempi e alle necessità e diviene sempre più piccolo e maneggevole così che lo sguardo del fotografo passa sempre attraverso la lente dell’obiettivo.

“Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente” diceva Roland Barthes.

Si possono distinguere due principali modi per essere un fotoreporter che si differenziano molto per l’approccio allo scatto: da una parte i sostenitori del “momento decisivo” con capofila il già citato Henri Cartier-Bresson e dall’altra coloro che sostengono la necessità di uno “sguardo indistinto”. Un curioso contributo alla disputa fra le due opposte “fazioni” fu portato a metà degli anni ‘50 da Italo Calvino in un articolo intitolato “Le follie del mirino” nel quale scriveva “Se fotografiamo Pierino mentre fa un castello di sabbia, non c’è nessuna ragione di non fotografarlo mentre piange perché il castello è crollato, e poi mentre la bambina lo consola facendogli trovare in mezzo alla sabbia un guscio di conchiglia”. Ecco ci sono autori come Robert Frank e William Klein che sostengono che Pierino vada fotografato in ogni momento, e così le loro immagini rifuggono l’idea di cogliere “il bell’ordine del mondo in uno di quei fuggevoli momenti in cui sembra cristallizzarsi” e cercano “non più momenti decisivi ma momenti “in between””. Essi sono impegnati a fare “fotografie incomprensibili quanto la vita” e scelgono perciò di non scegliere.

Ma se quello che cerchiamo è il “colpo di fortuna” e se vogliamo scoprire se è proprio questa che distingue gli scatti dei grandi maestri del “momento decisivo” dobbiamo concentrarci su alcuni dei fondatori della più nota e importante agenzia fotogiornalistica del mondo, la Magnum Photos, nata nel 1947 a Parigi.

 

Cartier-Bresson (1908-2004) e la poetica del “momento decisivo”

È vivendo che noi ci scopriamo, nello stesso tempo in cui scopriamo il mondo esteriore esso ci forma ma noi possiamo anche agire su di lui.

Gli elementi del soggetto che fanno scaturire la scintilla sono spesso sparsi, non si ha il diritto di assemblarsi con la forza, metterli in scena sarebbe una forzatura.

Occorre avvicinare il soggetto à pas de loup (in punta di piedi) anche se si tratta di una natura morta… la soluzione a volte si trova nella frazione di un secondo, a volte richiede ore o giorni.

Non è la mera fotografia che mi interessa. Quel che voglio è catturare quel minuto, parte della realtà.

All’inizio della sua carriera Cartier-Bresson non era interessato alla fotografia ma alla pittura, fu solo nel 1931 dopo un viaggio in Costa d’Avorio che spostò la sua attenzione sulla macchina fotografica grazie ad uno scatto di Martin Munkacsi. Così nel 1932 comprò quella Leica 35 mm con lente 50 mm che l’accompagnerà per molti anni.

Nel 1936 inizia lavorando nel cinema come assistente del regista francese Jean Renoir e in questi stessi anni conosce David Seymour e Robert Capa con i quali, dopo anni di intenso lavoro fotogiornalistico, fonderà la Magnum Photos. L’idea era quella di un’agenzia cooperativa che conservasse i negativi (e i diritti d’autore) delle foto e liberasse i reporter dalle imposizioni dei giornali. La Magnum nacque nel ’47, dopo la guerra, al ristorante del MoMA di New York e negli anni successivi portò alla ribalta i più grandi fotoreporter della seconda metà del Novecento.

Il soprannome che Cartier-Bresson si è conquistato grazie alle sue immagini, l’Occhio del Secolo, non è certo casuale: attraverso il mirino della sua Leica ci sono arrivate fotografie che hanno raccontato l’anima del secolo scorso e sono entrate nel nostro immaginario.

Quando guardiamo una sua fotografia non possiamo non chiederci come abbia fatto a cogliere esattamente quel momento, come abbia potuto trovarsi al posto giusto a momento giusto.

L’istante perfetto può essere rappresentato da un uomo che salta una pozzanghera, da un improvviso volo di colombi, da un uomo che passa in bicicletta, l’istante perfetto è lì che ci aspetta ma bisogna essere in grado di coglierlo.

Dietro all’apparente casualità e immediatezza dello scatto, c’è un lavoro paziente di ricerca dell’immagine che si può riassumere nella frase “Ho scoperto la Leica; è diventata il prolungamento del mio occhio e non mi lascia più”. “Andavo in strada tutti i giorni per tutto il giorno – diceva – ansioso di attaccare la vita, di catturarla” e ci riusciva, senza lasciarsi influenzare dalle correnti della fotografia del suo tempo.

Le sue immagini sono catturate completamente senza posa, quando i soggetti non se lo aspettano e senza che nemmeno se ne accorgano, per questo sono caratterizzate da un singolare realismo e da una totale spontaneità. La sua fotografia è osservazione continua della ita quotidiana, mirata a conservarne i momenti in cui l’armonia e l’ordine delle cose si manifestano più evidenti: “c’è un istante in cui tutti gli elementi che si muovono sono in equilibrio”. “La fotografia non è come la pittura. Vi è una frazione creativa di un secondo quando si scatta una foto. Il tuo occhio deve vedere una composizione o un’espressione che la vita stessa propone e si deve saper intuire immediatamente quando premi il clic della fotocamera. Quello è il momento in cui il fotografo è creativo. Oop! Il momento! Una volta che te ne accorgi, è andato via per sempre”.

 

Robert Capa (1913-1954) e la capacità di essere sempre “dentro” l’azione

Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino

Eccoci quindi arrivati al compagno di strada di Cartier-Bresson, l’altro grande inventore del mestiere del fotoreporter. Ma Robert Capa non ha inventato solo questo, ha creato dal nulla il suo stesso personaggio.

Endre Erno Friedmann, vero nome del nostro autore, nasce a Budapest ma ben presto deve lasciare il paese di origine a causa del suo coinvolgimento nelle proteste contro il governo di estrema destra. Dall’Ungheria si sposta a Berlino ma anche da qui deve scappare per nascondere le sue origini ebraiche e arriva così a Parigi. In Francia la sua storia e la sua origine non sono un impedimento ma nemmeno un trampolino di lancio, così si inventa una nuova identità, quella dell’“esotico” fotografo americano venuto a Parigi in cerca di fortuna, Robert Capa.

L’escamotage funziona e da quel momento gli ingaggi aumentano e nel 1936 gli viene commissionato un reportage sulla guerra civile spagnola e proprio qui scatta la foto che lo ha reso immortale.

Ho messo la macchina fotografica sopra la mia testa e senza guardare ho fotografato un soldato mentre si spostava sopra la trincea, questo è tutto

Si può forse qui parlare di fortuna? Sicuramente possiamo dire che si è trovato al posto giusto nel momento giusto per cogliere “l’instant décisif”, come lo definisce l’amico Cartier-Bresson.

Quel ritratto del miliziano nell’istante in cui viene colpito a morte dalle forze del dittatore Francisco Franco è così perfetto da avere acceso un intenso dibattito riguardo la sua autenticità che comunque non ne sminuisce il valore storico.

Capa ha una specialissima capacità di dare testimonianza degli orrori della guerra attraverso scatti tragici ma non per questo spaventosi, quasi ordinati e poetici, un racconto insomma che lascia capire l’orrore della Storia senza togliere il fascino dell’altra storia, la narrazione. L’immagine di Capa porta in sé un intrinseco valore estetico che qui però è secondario a quello narrativo della verità.

Robert Capa, Sicilia, 1943 (Flickr)

Per poter raccontare una storia, sostiene, ci si deve essere proprio dentro, la si deve guardare da molto vicino e per questo motivo si mette spesso in situazioni estreme come quella di lanciarsi con il paracadute insieme ai miliziani, bardato come un soldato ma armato solo della sua Leica, per lasciare a noi un ritratto fedelissimo del momento storico.

Il suo coraggio e la sua scelta poetica gli costarono molto care perché in Indocina, nel 1954, per scattare una fotografia ad una colonna di soldati in avvicinamento, mise un piede sulla mina che lo uccise.

Non discutevamo mai di fotografia, di problemi tecnici, di immagini buone o cattive. Parlavamo della vita, del mondo, che è molto più interessante. Cartier-Bresson.

 

Elliott Erwitt (1928-) e l’ironia della vita

Uno dei risultati più importanti che puoi raggiungere, è far ridere la gente. Se poi riesci, come ha fatto Chaplin, ad alternare il riso con il pianto, hai ottenuto la conquista più importante in assoluto. Non miro necessariamente a tanto, ma riconosco che si tratta del traguardo supremo.

Ecco un altro maestro del momento decisivo, anche lui parte della scuderia della Magnum, che prende però una strada ancora diversa, quella dell’ironia. La carriera di Elliott Erwitt si riassume nella frase sopra riportata, la sua è una costante ricerca dell’ironia e del grottesco che si nasconde nelle scene del quotidiano.

Francese di nascita, ebreo russo di origine e statunitense di adozione, ha vissuto in Italia fino alla proclamazione delle leggi razziali, poi lui e i suoi genitori hanno dovuto emigrare negli Stati Uniti.

Studia fotografia al Los Angeles City College, lavora come fotografo nell’esercito americano, ma la svolta vera nella sua carriera è legata all’Agenzia Magnum nella quale entra nel 1953 e grazie alla quale comincia a girare il mondo immortalando la vita quotidiana. Fra i suoi maestri c’è naturalmente Henri Cartier Bresson, dal quale ha ben appreso la capacità di cogliere l’attimo decisivo in uno scatto.

Ma se unire il grottesco al tragico è il traguardo ultimo del grande fotografo, ecco che a fianco delle fotografie ironiche e divertenti ci sono scatti come quello che ritrae Jacqueline Kennedy che stringe al petto la bandiera americana durante i funerali del marito John: ha un cappello nero con la veletta che le copre il viso ma l’obbiettivo di Erwitt è arrivato fin sotto a quel simbolo di lutto per fermare una lacrima che cade, così da cogliere tutto il dramma di quel giorno.

La fotografia di Erwitt non nasce da una ricerca formale e dalla progettazione dello scatto, come quella del suo maestro è certamente ricercata con pazienza ma non ricreata: il fotografo deve trovarsi lì quando le cose accadono, a volte può provocarle, ma non crearle a tavolino. Lo scatto trascende in qualche modo la volontà dell’artista che però deve farsi trovare pronto a fermare il momento, è fortuna? Forse è anche fortuna ma certamente è la capacità di capire che le cose stanno per accadere e che il fotografo deve essere lì per fermarle.

Alcune ottime cose nascono dall’ozio e dalla meditazione. La fotografia è il risultato di un ozio e di una meditazione intensi che finiscono con il produrre una bella immagine in bianco e nero, ben fissata e risciacquata in modo da non sbiadire troppo presto.

Infine, in tempi molto più vicini, un Erwitt ottantunenne è anche l’autore di uno scatto emblematico del passare del tempo, catturato quando il primo Presidente nero alla Casa Bianca, accompagnato dalla moglie, saluta la folla alla notizia dell’elezione. E fino a qui nulla di strano, ci sono milioni di immagini di questo evento, ma Erwitt ha colto quell’attimo irripetibile in cui la platea di fronte a lui è composta da una immensa folla di centinaia di telefonini che scattano la stessa fotografia.

Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l’aspetto delle cose, il tuo stato d’animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l’istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla.

 

Crediti immagini
Apertura: Ellittot Erwitt, Francia, Parigi, 1989 (Wikimedia Commons)
Box: la prima Leica di Henri Cartier-Bresson (Wikimedia Commons)

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