Eros ispido, scalzo e filosofo

Roberta Ioli

“Spesso si aggira, punta dal ricordo, e consuma il suo fragile cuore nel desiderio di Atthis delicata”. In questo frammento di Saffo, himeros è il desiderio amoroso per la giovane Atthis, e con parole sapienti la poetessa ne descrive tutta la complessità: è una “puntura”, un’ossessione che consuma, è un’attesa che in qualche modo, fin da subito, si annuncia senza pace. Anche vicina, anche amata, Atthis sarà sempre irraggiungibile.

Nella mitologia greca Himeros è figlio di Afrodite e Ares, principi vitali di Amore e Guerra, ed è rappresentato, analogamente a Eros, come un fanciullo alato, armato di arco e frecce. Quando è raffigurato nella pittura vascolare, accompagna spesso gli dei e i mortali come un destino ineludibile, una necessità muta e ostinata da cui dipendono grandi gioie ma anche sofferenze. Gli antichi Greci usano almeno altri tre termini per suggerire l’idea del desiderio: eros, che di himeros è gemello, epithymia e pothos. Epithymia è il desiderio colto soprattutto come un “volgere la mente, la passione (thymòs) verso (epì) l’oggetto del nostro desiderio”. L’attenzione è dunque diretta al movimento dell’anima, alla sua tensione, al suo slancio al di fuori di sé, in direzione dell’oggetto bramato. Mentre epithymia sembra rappresentare una categoria della volizione, pothos è espressione della psicologia del desiderio, perché evoca lo struggimento amoroso, il languore tipico dell’innamorato.

Anche in pothos, come in himeros, si uniscono desiderio e rimpianto per chi è lontano o perduto. Pothos è infatti, nei Persiani di Eschilo, la nostalgia indomabile che le mogli provano per i mariti in guerra; nell’Odissea è il rimpianto del porcaro Eumeo per il suo signore, creduto forse morto, a cui il vecchio è legato da un vincolo profondo di amore e gratitudine. E in un’accezione ancora più intensa, è il desiderio struggente di rivedere il figlio da parte di Anticlea, consumata dal dolore per la sua lontananza. Nell’Ade la incontra Odisseo, le chiede la causa della sua morte, e Anticlea gli risponde: “non male mi colse, che terribilmente / con odioso languore del corpo distrugge la vita, / ma il rimpianto (pothos) di te, il tormento per te, splendido Odisseo, / l’amore per te m’ha strappato la vita dolcezza di miele” (Od. 11. 200-203, trad. Calzecchi Onesti). Il desiderio-rimpianto è qui una condanna che lentamente esaurisce la vita, invece di nutrirla.

Lo scultore greco Skopas realizzò intorno al 330 a.C. una statua dedicata a Pothos, di cui esistono solo copie romane. Il giovane ritratto ha occhi incavati rivolti verso l’alto, un’espressione languida, sognante, ma quasi consumata. Lo struggimento amoroso è evocato soprattutto dalla lieve flessione del busto, l’inarcamento della schiena, l’asimmetria della postura con l’anca sinistra prominente e il braccio destro, oggi perduto, che doveva essere sollevato, a distendersi lateralmente. Tutto suggerisce attesa e desiderio, in una sorta di sospensione eternamente inappagata.

Suggestiva è anche l’etimologia latina del desiderio; desiderare è voce dotta che può essere interpretata in modo duplice a seconda del valore attribuito a de-, ora come particella intensiva, ora come preposizione di allontanamento. Ne deriva una diversa azione, quella di fissare attentamente le stelle (sidera), forse in attesa di un presagio, di un fausto auspicio, o quella di distogliere lo sguardo dalla contemplazione delle stelle, in mancanza di un loro segno augurale. Nel primo caso si accentua l’ardore verso l’oggetto desiderato, nel secondo, invece, emerge la sensazione di vuoto, l’assenza da colmare.

Mi piace pensare, al di là delle discussioni etimologiche, che nella parola desiderium siano contenute entrambe le sfumature, l’attesa e lo slancio verso un futuro che sembra incarnarsi nelle costellazioni del cielo, e la sospensione di quell’azione proiettiva, rientrata in se stessa e destinata a tradursi nella consapevolezza di un vuoto. Desiderium porta infatti con sé non solo la spinta desiderante, l’anelito verso ciò di cui si sente la mancanza, ma anche e subito il senso della perdita, la nostalgia per ciò che non può tornare, o non sarà mai pienamente nostro. È lo sguardo che fissa le stelle con speranza e insieme se ne allontana con rimpianto. E d’altra parte, le stelle in sé sono espressione di un’alterità irraggiungibile, sempre vagheggiata e inaccessibile.

Come Socrate ha appreso da Diotima, straniera maestra di saggezza, solo in questa polarità tra desiderio e rimpianto, tra amore e mancanza, sta l’essenza di Eros. Nel Simposio platonico Eros viene infatti descritto come figlio di Poros e Penia, Abbondanza e Povertà: il padre è maestro di astuzie, inganni, incantatore potente, la madre è privazione, bisogno che consuma. Ce lo racconta bene anche la moderna psicoanalisi: perché ci sia desiderio, è necessaria l’esistenza di un limite, una legge, un divieto del cui superamento il desiderio si nutre. E ancora, non esiste tensione desiderante senza la ferita della perdita, senza la traccia di una mancanza originaria. Il nostro Eros è “ruvido, ispido, scalzo e senza dimora”, ma soprattutto, per questa sua natura oscillante tra i due estremi, per questo ossimoro che ne è genealogia e destino, il desiderio è filosofo. Come chi porta inciso il marchio del bisogno e la tensione al suo superamento, il filosofo è un innamorato di sophia, è l’amante perfetto di quella sapienza che mai gli apparterrà fino in fondo.

Crediti immagini:

Apertura: “Pothos”, copia latina dell’originale greca dello scultore Skopas, Musei Capitolini, Roma (Wikipedia)

Box: Joachim Anthonisz Wtewael, “Marte e Venere sorpresi dagli dei”, 1610, olio su rame, Getty Museum, Los Angeles (Wikipedia)

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Commenti [1]

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  1. Elisa F.

    Roberta ciao, bravissima…un tuffo all’indietro nei miei studi e uno sguardo dentro l’anima di oggi…grazie!

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