Rivoluzione, ovvero il ciclico ritorno dell’identico

Roberta Ioli

Se la nostra idea di rivoluzione si accompagna a quella di rivolgimento, cambiamento drastico dello stato esistente, sia esso politico-sociale o economico-culturale, vale la pena riflettere sulle conseguenze di lunga durata che questo fenomeno comporta. È vero che nella storia si sono verificate rivoluzioni epocali, da quella agricola dell’età neolitica a quella copernicana che ha diffuso il sistema eliocentrico, dalla rivoluzione culturale associata all’invenzione della stampa alla Rivoluzione Francese che ha promosso gli ideali di uguaglianza e libertà su cui si fondano le moderne costituzioni democratiche.

Tuttavia spesso le rivoluzioni, con il loro carico di violenza e distruzione, hanno sì creato una frattura nell’ordine esistente, ma si sono gradatamente integrate entro un sistema di potere che ricalca vecchi modelli, assecondando una visione illusoria di cambiamento che si rivela in realtà semplice riassestamento di equilibri.

Questa riflessione ci guida direttamente al cuore dell’etimologia del termine rivoluzione, che discende dal latino tardo revolutio, a sua volta derivato da revolvo, verbo nel quale è contenuta l’idea di un movimento che ritorna su se stesso. Revolvere è detto infatti del riflusso dell’acqua respinta da un ostacolo, del moto delle onde che fanno rotolare con furia ciò che travolgono; inoltre spesso il verbo indica un ritorno alle origini, un ripercorrere all’indietro il cammino che si era intrapreso, tornando al punto di partenza. È questa l’idea più precisa contenuta nell’etimologia del termine, paradossalmente lontanissima dalla nostra concezione di rivoluzione come cambiamento drastico e irreversibile.

D’altra parte, per gli antichi la nozione letterale di revolutio/revolvo sembra incarnarsi nella concezione ciclica del tempo, cioè nella trasformazione talvolta ‘incandescente’ dell’ordine esistente, fino al completamento di un intero ciclo, storico o cosmico, e al ritorno del mondo e della storia nell’esatto punto di partenza. Già Empedocle di Agrigento, filosofo del V secolo a.C., teorizzava la nascita dell’universo come frutto dell’aggregazione degli elementi primordiali per mezzo dell’azione di due forze antitetiche, Amore (Philotes) e Contesa (Neikos). Quando il processo di avvicinamento, causato da Amore, si fosse compiuto, si sarebbe raggiunta la perfezione dello Sfero, una sorta di armonia tutta piena e statica in cui non vi è spazio per la vita. L’azione di Contesa diventa in questo caso preziosa poiché, rompendo l’unità perfetta degli elementi, contribuisce alla loro separazione e differenziazione. La creazione del nostro mondo corrisponde alla fase intermedia tra il perfetto amore dello Sfero e l’assoluto caos di Contesa, in cui le cose si dissolvono senza’ordine. Spetta ad Amore riattivare, a questo punto, la sua forza unificante, in un avvicendarsi cosmico che non avrà fine, perfetta espressione della revolutio, cioè movimento potentissimo che ritorna su se stesso.

Ancora più radicale, da questo punto di vista, è la concezione fisico-cosmologica degli Stoici, per i quali la vita dell’universo segue cicli cosmici sempre uguali a se stessi. L’esistenza dei singoli elementi si dà come differenziazione a partire da un’indistinta unità originaria. Dopo un lungo arco di tempo (una sorta di “grande anno”), gli astri si ridispongono nella medesima posizione in cui si trovavano all’inizio del ciclo cosmico, e ciò segna l’avvio della ekpyrosis, la potente conflagrazione universale che tutto distrugge. Dalle ceneri della combustione ripartirà, attraverso un processo palingenetico, un nuovo ordine cosmico, caratterizzato dalla presenza degli stessi identici individui e dalla ricorrenza dei medesimi eventi del ciclo appena concluso.

L’ipotesi del magnus annus ha goduto di una grande fortuna anche nella cultura latina: per Cicerone (De Natura Deorum 2.20.52) il nuovo ciclo cosmico si sarebbe verificato quando Sole e Luna, insieme ad altri cinque pianeti, si fossero di nuovo trovati nella stessa posizione del ciclo astrale precedente, e analoga è la dottrina proposta da Seneca (Naturales Quaestiones 3.29.1). L’espressione forse più suggestiva di questa concezione è contenuta nella quarta Egloga di Virgilio, con l’annuncio della nascita di una nova progenies (v. 7) e l’attesa di una palingenesi identificata con il ritorno del “grande ciclo dei secoli”.

È giunta ormai l’ultima età dell’oracolo cumano
e ricomincia il grande ciclo dei secoli.
Torna la Vergine, tornano i regni di Saturno;
e una nuova progenie scende dall’alto del cielo.

(Egl. IV 4-7, traduzione di Marina Cavalli)

Il magnorum saeculorum ordo (v. 5) riecheggia certamente la profezia contenuta nei Libri Sibillini, secondo cui l’età del mondo può essere divisa in dieci grandi epoche o magni menses, unificati a formare il magnus annus, un ciclo cosmico completo al termine del quale sarebbe ricominciato un nuovo ciclo, anch’esso caratterizzato nella sua prima parte dall’età dell’oro, a cui sarebbe seguita una graduale e irreversibile degenerazione. Al di là delle diverse ipotesi formulate intorno all’identità del puer virgiliano, e dunque dell’interpretazione del saeculum aereum qui evocato, ciò che colpisce è la speranza in un nuovo corso della storia, un mutamente che sembra preludere non più a cicli di inevitabile corruzione (secondo la concezione che era stata già di Esiodo), ma a un tempo di definitiva pace e concordia. E invece, ancora una volta, sullo splendore della rinata età dell’oro, con la sua assenza di dolore, con la terra che spontaneamente produce frutta e fiori, cibo e bellezza, già si intravede l’ombra minacciosa della decadenza, il ciclo inesorabile dell’eterno ritorno.

(Crediti immagine: Wikipedia e Wikipedia)

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