Sonno, veglia, e i sogni delle due porte

Roberta Ioli

La vita è sogno e i sogni non sono altro che sogni.

Così recitava il poeta Calderón della Barca, creando una vertiginosa identità tra vita e sogno, salvo poi ricordarci che i sogni sono solo sogni.

La domanda scettica “come faccio a sapere di essere sveglio in questo preciso momento?” e il tema dell’indiscernibilità tra sonno e veglia non dovevano essere problemi particolarmente sentiti dai poeti e filosofi antichi. Troviamo una traccia dell’argomento del sogno nel Teeteto di Platone, ma dovremo attendere il genio maligno di Descartes perché esso diventi una questione filosofica cruciale, fino ad arrivare alla provocazione del brain in a vat di Hilary Putnam, o agli scenari cinematografici e apocalittici di Matrix.

Gli antichi erano interessati prevalentemente al valore profetico, terapeutico, veritativo del sogno. Così centrale è l’esperienza onirica nella cultura greca che numerosissimi erano i santuari dedicati ad Asclepio, dio della medicina, nel cui sacro recinto (temenos) venivano ricavati spazi appositi per l’attività onirica. Da Epidauro a Pergamo, non mancava mai un luogo destinato ai sogni “incubatori”, un luogo, cioè, per le visioni notturne custodite dai sacerdoti/medici, analisti ante litteram che ascoltavano il sogno non tanto come misteriosa lingua del nostro inconscio, quanto come epifania del divino e mezzo per la guarigione. Precise norme igieniche ed alimentari preparavano adeguatamente i devoti all’esperienza del sogno incubatorio. Tuttavia, non si trattava solo di rituali per purificare il corpo, accompagnati, per esempio, da bagni e immersioni nell’acqua fredda, o da esercizi fisici e danze, ma anche di una cura indirizzata all’anima: l’ascolto della musica, l’incanto dell’arte, la composizione di inni e carmi consentivano agli ospiti del santuario di prepararsi solennemente all’incontro notturno con il dio.

Publio Elio Aristide, retore del II secolo d.C., fu un assiduo frequentatore dell’Asklepieion di Pergamo. I suoi Discorsi sacri rappresentano un modernissimo diario di autoanalisi, a partire dalla narrazione dei sogni. La loro interpretazione è guidata certamente dall’esperienza dei sacerdoti, ma è illuminata soprattutto dall’incontro con Asclepio, in una formidabile intimità tra umano e divino. Il caso clinico rappresentato da Aristide potrebbe essere oggi definito come ipocondria, da lui descritta con ossessiva minuzia, così come minuziosamente sono raccontati i sogni, tra visioni perturbanti e risanatrici.

Omero ci racconta che i sogni sono di due tipi: quelli veridici, inviati dagli dei che tutto sanno, provengono dalla porta di corno, mentre dalla porta eburnea provengono quelli ingannatori, probabilmente frutto di immaginazione fallace o di demoni maligni (Od. 19.560-568). Per i Greci i sogni non “si fanno”, ma “si vedono”: sono cioè un’esperienza dello sguardo interiore, dunque della conoscenza, considerando che, soprattutto in età arcaica, la conoscenza coincide grammaticalmente con l’esperienza dell’“aver visto”. E nell’Odissea i sogni accompagnano, come una misteriosa e muta premonizione, l’avvento della verità.

Diverse sono le aree semantiche legate al sogno: onar/oneiros è la visione notturna, cioè il sogno del dormiente, contrapposto a hypar, la visione prodotta in stato di veglia; enypnion corrisponde, letteralmente, alle immagini e visioni che si hanno “in sogno” (en hypnos); infine, phantasma ed eidolon indicano l’apparizione fantasmatica, spettrale, talvolta ingannevole e, se accompagnati dall’aggettivo enypnios, si riferiscono ai “fantasmi notturni”, dunque ai sogni. In uno dei canti di apertura dell’Odissea ci viene presentato il sogno che invita Penelope a non disperare nel ritorno del marito lontano (4.795-841); è la dea Atena che, letteralmente, “fabbrica” per lei un eidolon, un’immagine evanescente la cui apparenza è identica alla sorella Iftime. L’eidolon rassicura Penelope, le dice di essere stata inviata da Atena proprio con questo intento, ma non può svelare il futuro, non può rispondere ai tormenti della regina dicendole se Odisseo è vivo o è morto. L’ombra quindi svanisce “tra il soffio dei venti”, lasciando la regina colma di gratitudine. La visione è qui eidolon perché corrisponde al “sogno esterno” modellato dalla dea, esperienza fantasmatica a cui può affiancarsi il sogno vero e proprio (onar).

Poco prima della conclusione del poema viene introdotto un altro sogno di Penelope: venti oche che lei alleva in casa vengono straziate dall’arrivo improvviso di un’aquila. Stranamente, la regina chiede di interpretare quel sogno enigmatico non a un indovino o a un sacerdote, ma proprio a Odisseo, presente nella reggia come mendicante, quasi che anche lei, inconsapevolmente, intuisse un’altra identità dietro la maschera dello straniero. Nell’epifania dell’aquila vendicatrice, Odisseo non ha esitazione a riconoscere se stesso: anzi, nel sogno è l’aquila/Odisseo ad annunciare la verità del proprio ritorno:

“Coraggio, figlia del glorioso Icario, non sogno (onar),
questa è visione reale (hypar esthlon), che si avvererà:
l’oche i tuoi pretendenti, e io t’ero aquila prima,
ma ora torno e sono il tuo sposo legittimo,
e ai pretendenti tutti darò morte ignobile”.
(Od. 19.546-550, tr. di R. Calzecchi Onesti)

Sogno e realtà finiscono per coincidere. Il sogno della porta di corno diventa per Penelope, a poco a poco, la risposta a ogni dubbio, mentre Odisseo in carne e ossa, sebbene travestito e ancora irriconoscibile, se ne fa interprete:

“O donna, non è possibile interpretare il sogno
voltandolo ad altro, poiché lo stesso Odisseo
ha detto come s’avvera; ai pretendenti minaccia rovina,
a tutti, nessuno sfuggirà morte e Chere”.
(Od. 19.555-558, tr. di R. Calzecchi Onesti)

L’evanescenza del sogno, puro phantasma, è qui diventata epifania del vero. Le parole dell’aquila trovano dunque conferma nel mendicante/Odisseo, ultima maschera che protegge e, insieme, svela la verità del ritorno. Poesia e sogno sono, pur nella loro impalpabile essenza, pur nel loro mascheramento, il mezzo che consente lo svelamento: alla corte dei Feaci Odisseo era partito dall’ultimo canto di Demodoco, quello dell’inganno del cavallo, per annunciare solennemente la propria identità; in modo analogo, il sogno di Penelope, enigmatica e impalpabile visione, fornirà all’eroe l’occasione per compiere la vendetta e, soprattutto, per rivelare il proprio nome.

 

Crediti immagini
Apertura: Ernest Board, Pazienti che dormono nel tempio di Esculapio a Epidauro, Wellcome Library, Londra (Wikimedia Commons)
Box: Minerva, nelle vesti della sorella di Penelope, annuncia alla regina il ritorno di suo figlio Telemaco (Wikimedia Commons)

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