Un incontro tra opposti nell’alto delle antiche mura

Roberta Ioli

Nel mondo antico le mura (termine di etimologia incerta, utilizzato fin dal latino classico per indicare le cinta fortificate o i baluardi difensivi) segnano il confine di una città, la struttura edificata che separa il dentro dal fuori, delimitando lo spazio addomesticato e noto rispetto alle distese sconosciute e ostili che si estendono all’esterno. Questo non ci stupisce e ci riporta semmai, immediatamente, all’attualità a noi più prossima e ai suoi drammi. Le mura, tuttavia, assumono nella letteratura classica un significato simbolico molto più ricco e, come l’immagine del confine, esse sono un limes da attraversare, un labile bordo tra due dimensioni antitetiche e complementari: dentro e fuori, alto e basso, appartenenza ed estraneità si incontrano in questo tracciato esilissimo e potente.

Le mura non sono dunque solo uno spazio divisivo, ma anche la linea di passaggio da una condizione a un’altra e, simbolicamente, da uno stato dell’anima al suo opposto. Così è per Elena che, avanzando in Iliade III nello spazio aperto delle mura di Troia, conquista il suo ruolo pubblico, la possibilità di parlare e, addirittura, di fornire informazioni preziose al suo re. Dopo dieci anni dall’inizio della guerra, è assai improbabile che Priamo non riconoscesse i guerrieri che si stavano preparando a combattere sotto le mura della sua città, eppure il vecchio re chiede proprio a Elena di rivelargli l’identità dei guerrieri achei, per ognuno dei quali lei ha parole così accurate da mostrarsi una narratrice sapiente. Dunque Elena sulle mura non solo conquista il passaggio dalla solitudine silenziosa della tessitura, cui era intenta nel palazzo di Paride, allo spazio “politico” che le permette uno sguardo privilegiato sulla battaglia, ma scopre anche la pienezza della propria voce, prima imbrigliata nella “pittura muta” del ricamo, ora libera di esprimersi anche al cospetto del vecchio Priamo, che la ascolta con attenzione e affetto.

Con le loro torri e porte, le mura sono lo spazio vivo in cui si svolge la tragedia eschilea dei Sette contro Tebe. Il modello è certamente quello omerico del terzo libro dell’Iliade, e le mura sono non solo luogo di guerra e di morte, ma anche il discrimine crudele tra le sepolture degne e quelle indegne. Dalle mura Eteocle chiama a combattere i guerrieri cadmei: le sette porte turrite verranno assediate da sette diversi valenti guerrieri argivi, uno dei quali è il fratello Polinice. Ai giganti della guerra, schierati fuori dalle mura, risponderanno altrettanti poderosi combattenti all’interno. Il confine fortificato è non solo la sottile protezione che allontana i nemici, ma anche la soglia dolorosamente imposta dalla politica sulle ragioni degli affetti familiari: come Eteocle, Polinice è fratello di Antigone, considerato però dai Tebani nemico della città e, in quanto tale, il suo corpo è destinato a essere abbandonato fuori dalle mura, privo di una degna sepoltura. A questa decisione si opporrà con forza Antigone. Inoltre, lo spazio che si apre attorno ai guerrieri non è testimone muto o indifferente, ma presenza quasi umanizzata, tutt’altro che neutra nella sua consonanza con il dolore del coro: “piangono le torri” (v. 901), piangono le mura e la pianura alla vista di tanto cieco furore.

Le mura sono anche il luogo dell’incontro d’amore, come nella scena struggente del sesto libro dell’Iliade, in cui Ettore si precipita a cercare per l’ultima volta Andromaca, salita con il figlio sulle porte Scee per seguire le sorti della guerra. Andromaca non è dove dovrebbe essere, nel chiuso delle stanze o a offrire sacrifici e doni alla dea Atena, insieme alle altre donne. Neppure Ettore è dove dovrebbe, in mezzo al campo di battaglia. Si incontreranno sulle mura, luogo intermedio che li vede disadatti al proprio ruolo, sorpresi da un’emozione che solo lì, nello spazio estraneo sia alla frenesia della guerra sia al ritmo placido del telaio, può trovare la sua piena espressione.

Infine, le mura sono il luogo dell’attesa, delle notti insonni non più per la tensione dell’avvistamento del nemico, ma per la speranza nel ritorno di chi è partito. L’Agamennone di Eschilo si apre con l’umile voce di una scolta che ha trascorso dieci lunghi anni in un giaciglio improvvisato sulle mura del palazzo regale di Argo, in attesa del ritorno del re. Questo messaggero della notte, che per anni ha cantato nella solitudine per impedirsi il sonno, ormai conosce a memoria la geografia degli astri e piange le sventure della sua città. La poesia di Eschilo ci conduce, insieme a questa fedele sentinella, alla visione dei fuochi che in lontananza annunciano la vittoria nella guerra di Troia e il ritorno di Agamennone, pur accompagnato da infausti presagi. Figura tenace e devota, legge i segni, il fiammeggiare delle fiaccole lontane, il silenzio della notte. Le mura sono qui il simbolo dell’attesa e del suo compimento, lo spazio della sospensione che cede la scena all’avvento della realtà. Il guardiano accoglie i fuochi e poi scompare, la sua voce è inghiottita per sempre dal silenzio e dal buio che l’avevano generata. Noi invece restiamo, toccati dalla storia che si compie come un destino, con tutto il carico di ciò che sta per accadere e, insieme, con la promessa fugace di quei fuochi visibili solo dall’alto delle mura.

 

Crediti immagini
Apertura:
Ricostruzione della città di Troia (Wikimedia Commons)
Box:
Porzioni delle mura di Troia (Wikimedia Commons)

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