La Grande Muraglia cinese

Gianni Sofri

Questo numero di Aula di lettere ospita un articolo sulla Grande Muraglia cinese la cui caratteristica più evidente, tale da saltare subito agli occhi, è quella di essere un articolo più lungo di quelli cui i nostri lettori, insegnanti o studenti, sono abituati.

Una seconda caratteristica è che l’autore dell’articolo ha inteso offrire ai suoi lettori un esempio di trattazione “interdisciplinare” di un tema storico. In altre parole, chi lo legge può farlo seguendo due interessi che sono tra loro collegati, ma ognuno dei quali ha una sua autonomia. Il primo di essi è il più evidente: leggere per sapere cosa sia esattamente la Grande Muraglia, quando e da chi sia stata costruita, se e in che dimensioni esista ancora, se ha assunto nel corso dei secoli significati simbolici importanti, e così via.

Il secondo criterio di lettura consiste invece nel privilegiare il modo in cui si è raccolta la documentazione, si è suddiviso il materiale in capitoli, si è scelto di costruire il racconto.

Dovendone dare una definizione il più possibile semplice, potremmo dire che l’impostazione di questo articolo sulla Grande Muraglia è un’impostazione “interdisciplinare”, che tiene conto di notizie che provengono da campi disciplinari molto diversi fra loro, ma che tutti contribuiscono alla costruzione di un quadro complessivo.

Questa impostazione, se paragonata a un saggio più tradizionale di storia politica, se ne differenzia per una diversa interpretazione delle vicende umane, e di conseguenza anche del modo di raccontarle. Ci può essere una interpretazione di un periodo storico, o di un problema, tutta fondata sulla politica, e quindi sulle azioni dei sovrani, delle classi dirigenti politiche, dei diplomatici, degli amministratori pubblici o anche dei rivoluzionari. Ci può essere un’altra interpretazione che sottolinea l’importanza dei fenomeni sociali, oppure di quelli religiosi, delle rivalità e spesso addirittura dell’intolleranza (spinta fino a vere e proprie guerre) tra le diverse convinzioni religiose.

Un’impostazione “interdisciplinare” tende invece a rifiutare spiegazioni provenienti da un unico campi di studi, e a far vedere piuttosto come ci sia una attiva interdipendenza tra più settori.

Se ben interpretata, l’interdisciplinarità deve sempre cercare di evitare la giustapposizione (e nient’altro) dei diversi contributi: uno più uno più uno: in caso contrario, non servirebbe a molto. Serve, invece, quando spinge lo studioso a cogliere elementi di spiegazione che gli vengono da altri campi di studi e che arricchiscono il suo personale. Basterebbe questa ragione a far capire che l’interdisciplinarità non è e non può essere soltanto un rapido e continuo cambio di costumi tra studiosi che si travestono. Ognuno di essi, sia uno scienziato o uno storico, o un antropologo o un geografo, deve saper sempre tornare a casa, e quindi rimanere se stesso, ma arricchito dalle nuove esperienze.

Possiamo ora tornare all’articolo sulla Grande Muraglia dal quale eravamo partiti. In questo caso l’interdisciplinarità muove dalla storia (e semmai, da un rapporto privilegiato, ma non unico, con la geografia). Ma questo si deve essenzialmente al fatto che l’autore ha insegnato storia per molti decenni: è soprattutto un cultore di storia e ha quindi scelto un argomento di questa disciplina. Non è però uno studioso, come si dice, “di prima mano” della storia della Grande Muraglia e di tutti i problemi ad essa connessi, ma piuttosto un conoscitore della bibliografia esistente, abituato comunque a controllarla con attenzione. Questo significa che l’articolo sulla Grande Muraglia cinese non viene presentato qui come un modello, ma come un testo che vuol essere soprattutto utile a un lettore non specialista, presentandogli i risultati ottenuti dagli studiosi fino a tempi recenti. In altre parole, non è un testo così presuntuoso da presentarsi come l’ultima voce in capitolo: probabilmente in questo periodo ci sono molti specialisti che stanno studiando gli stessi problemi e scopriranno nuove cose.

La storia della Grande Muraglia esige innanzitutto una buona conoscenza del quadro geografico al cui interno essa si è svolta, e che corrisponde alle regioni dell’Asia Centrale e Orientale, e delle popolazioni che in esse vivevano, costituite prevalentemente da nomadi allevatori (e in generale buoni guerrieri a cavallo), in contrasto con gli agricoltori sedentari della Cina.

Le informazioni sull’Asia Centrale e sui nomadi ci vengono soprattutto dalla geografia e dall’antropologia. La stessa cosa si può dire a proposito dei cinesi, che si governano all’interno di un impero unificato già a partire dal III secolo a. C. Ma nel caso dei cinesi, assai più che per i nomadi delle steppe, conta la produzione degli storici, che registrano gli eventi dell’Impero nelle loro opere con una precisione che non ha nulla da invidiare a quella degli storici greci e romani dell’antichità.

Un capitolo di grande interesse è quello che cerca di spiegare la lunga opposizione, con l’alternarsi di guerre a precari periodi di pace, tra i sedentari e i nomadi, tra i cinesi e i più lontani antenati dei turchi e dei mongoli. A muovere questa secolare ostilità sono sia la geopolitica, e cioè, in questo caso, l’aspirazione a creare chiusure tra sé e il mondo esterno, sia la politica vera e propria, che si lega a sua volta con la cultura. A indurre i cinesi a tener lontani i nomadi (fino a costruire muri nell’arco di secoli, come peraltro si fa anche oggi) erano, in sostanza, due ordini di ragioni. Innanzitutto, la paura del Diverso, della conquista, delle minacce alla propria identità. In secondo luogo, ma con forza non minore, un senso di superiorità e di xenofobia nei confronti dei nomadi che ricorda da vicino l’atteggiamento degli antichi greci verso i popoli dell’Oriente, vissuti come “barbari”.

Ecco quindi che la politica e la stessa storia della cultura entrano in campo per aiutare a capire cosa accadde nell’Aria Orientale nel corso di più di due millenni. Senza contare che occuparsi della Grande Muraglia significa anche interrogarsi sulla storia tecnica della sua costruzione (sua lunghezza, sue date principali, sue dimensioni); e ancora, dei molti significati simbolici e metaforici che essa ebbe in più momenti, in polemiche sia interne sia internazionali. Mediamente, si può dire che la Grande Muraglia fu assai spesso, agli occhi dei cinesi più desiderosi di migliori condizioni di libertà e di vita, un simbolo di chiusura al mondo esterno e di conservazione sociale. Tutti temi di cui si continua a discutere. E che aiutano a capire come altre discipline aggiungano il proprio apporto: la filosofia politica, naturalmente, ma anche l’ingegneria e le arti della costruzione di muri, ponti, dighe: necessarie, queste ultime, per imbrigliare i fiumi, così come i muri lo sarebbero, per alcuni, per imbrigliare gli uomini.

 

 

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