In poche parole: l’ellissi

Andrea Tarabbia

Un uomo solo,
chiuso nella sua stanza.
Con tutte le sue ragioni.
Tutti i suoi torti.
Solo in una stanza vuota,
a parlare. Ai morti.

(Giorgio Caproni, Condizione, da Il muro della terra, 1975)

 

Vi siete mai accorti, leggendo un giornale anche online, che spesso i titoli sono monchi? Treni in ritardo, disagi per tutti, oppure Morte Riina, domani l’autopsia; sono titoli verosimili, a cui manca evidentemente qualcosa: i verbi, ma in certi casi anche gli articoli, e in definitiva una spiegazione chiara e argomentata di ciò che vogliono dire. Sono titoli, d’accordo: devono attirare l’attenzione e restituire in pochi vocaboli il senso fondamentale dell’informazione. Ma sono basati su una figura retorica precisa: l’ellissi.

Quando facciamo un’ellissi, semplicemente eliminiamo delle parole per snellire e velocizzare il discorso. Usiamo il minor numero di vocaboli possibili per dire una cosa. Pensate a quando, davanti a qualcosa che vi piace, dite a qualcuno: «Visto che bello?» È una frase incompleta, piena di sottintesi. La frase corretta sarebbe «Hai visto come questo è bello?», ma il punto è che, se la dicessimo tutta intera, perderemmo in immediatezza, in incisività (e faremmo pure la figura di qualcuno che parla in modo strano). La poesia usa tantissimo le ellissi: vi siete accorti che, nella poesia di Caproni qui sopra, non ci sono verbi?

Ma c’è anche un altro tipo di ellissi, che non elimina verbi o preposizioni, ma l’argomento di cui si parla. Guardate qua: «Stavo guidando, quando il motore ha cominciato a fare un rumore strano; mi sono fermato in corsia d’emergenza, dal cofano ha cominciato a uscire del fumo e ho capito che sarei rimasto a piedi». Dove sta, qui, l’ellissi? Nel fatto che non si nomina mai la macchina che evidentemente chi scrive stava guidando.

 

(Crediti immagini: flickr, pixabay)

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