La doppia vita della prosopopea

Andrea Tarabbia

Aldo Palazzeschi, La fontana malata, 1909

[…]

È giù,
nel cortile,
la povera
fontana malata;
che spasimo!
sentirla
tossire. Tossisce, tossisce,
un poco si tace…
di nuovo
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male che hai
il cuore
mi preme

[…]

Ha due vite, la prosopopea, forse tre. La prima ha a che vedere direttamente con il significato della parola: uno che ha una certa prosopopea è un presuntuoso, un arrogante.

Però poi la prosopopea è anche una figura retorica il cui significato non c’entra con pomposità ed ego smisurati. In retorica si usa la prosopopea per dar voce a chi non ce l’ha: i morti, le cose inanimate. C’è una splendida poesia di Carducci, Davanti a S. Guido, dove i cipressi del viale di Bolgheri accolgono il poeta, gli vanno incontro e gli danno il benvenuto. Leopardi la usa nel Canto notturno, quando chiede alla luna che fa, in ciel. E ci sono, in poesia come in prosa, schiere di morti che affiorano dai ricordi, popolano i sogni e parlano con i vivi.

Un orso rimane un orso, un albero rimane un albero

Ma allora, direte voi, la prosopopea è una personificazione. No. C’è una differenza sottile: nella personificazione, le cose inanimate acquistano tratti umani – come i personaggi di certi cartoni animati in cui volpi, leoni e orsi camminano su due zampe e hanno modi e sentimenti nostri. La prosopopea, invece, è una figura che dà voce umana a chi una voce umana non l’ha: ma, in essa, un orso rimane un orso, un albero rimane un albero. Non è sempre facile distinguere la prosopopea dalla personificazione: si direbbe che la prima sia un sottoinsieme della seconda.

(Crediti immagini: Steve Collins, flickr e Christopher, flickr)

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