La dubitatio, o dell’esitazione

Andrea Tarabbia

[…] qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

[…]

Giacomo Leopardi, La ginestra, 1836

 

Fu vera gloria? Ai posteri

L’ardua sentenza […]

Alessandro Manzoni, Il cinque maggio, 1821

 

Ci hanno insegnato questo: che la poesia è, tra le molte cose, anche l’arte di trovare la parola esatta e incontrovertibile per esprimere un sentimento, un’idea, un concetto. Il sogno di ogni poeta – scrivere la poesia perfetta – sta proprio qui: trovare la concatenazione di parole che esprima in modo definitivo una cosa. Uno si sveglia, apre la finestra ed è una giornata di sole: così respira, si riempie del giorno che inizia e, dopo Ungaretti, sa che si sta illuminando d’immenso. Mattina è, in questo senso, una poesia perfetta, perché fissa una volta per tutte, per noi italiani, una sensazione, e chi ha dimestichezza con la poesia ogni mattina, aprendo la finestra e patto che ci siano luce e aria davanti a lui, pensa a quei due versi brevissimi e perfetti.

 

Eppure ci sono momenti che non possono essere espressi da un’immagine indiscutibile, esistono sensazioni complesse che chiamano più parole, a volte in contrasto tra loro, per essere espresse; ci sono fatti incerti ed emozioni ambigue, opinioni contrastanti e idee mutevoli. Insomma esistono il dubbio e l’incertezza. Leopardi, a un certo punto della Ginestra, non sa se prevalgano il riso o la pietà; Manzoni, nel Cinque maggio, si domanda se quella di Napoleone fu vera gloria, e non lo sa. Dice, creando una frase che diventerà proverbiale: «Ai posteri/l’ardua sentenza». Non decide, non trova la parola esatta che risponda al suo dubbio. Lascia tutto nel vago, come se esitasse a prendere una posizione. Ecco, la retorica ha trovato per questa esitazione una formula, una figura che fin dal nome esprime il dubbio: la dubitatio.

 

Crediti immagini
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Illustrazione da Opere varie di Alessandro Manzoni (Wikimedia Commons)

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