La figura etimologica

Andrea Tarabbia

[…]

Da troppo tempo bella, non più bella tra poco
Colei che vide al gioco la bimba Graziella.

Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
D’un fiore che disfiora, e non avrà domani.

[…]

Guido Gozzano, Le due strade (1911)

Viviamo le nostre vite in molte faccende affaccendati, e a volte ci sfugge che parlando giochiamo con la radice delle parole e la loro origine. C’è però una figura che ce lo ricorda: la figura etimologica. In questa figura retorica si accostano parole che hanno in comune la radice, l’etimologia. «Vivere la vita», «sognare un sogno», «amare l’amore»: la radice di queste parole è la stessa, così come la loro famiglia. Accostarle significa fare un’operazione sottile: le si mette vicine per dare enfasi al discorso, per rinforzare il significato; allo stesso tempo, si gioca con il suono della frase o del verso, li si rende cantabili e armoniosi.

 

Rafforzare il significato. O ribaltarlo.

Ma non è solo questo. Prendete questa frase di un grande scrittore italiano, Giorgio Manganelli: «E se, come ora, la distanza si distanzia, la lontananza si allontana, e la perdita si perde, si assenta l’assenza…». Sono tutte figure etimologiche, ma qui, al di là del gioco con i suoni e le radici, non c’è un semplice dare enfasi al discorso, renderlo più forte. C’è molto altro. Ragioniamoci su: una «assenza che si assenta» è ancora un’assenza? Se l’assenza si assenta, significa che non c’è più, dunque che chi era assente è ora presente. Allo stesso modo, chiedo, le cose che stanno in una lontananza che si allontana si fanno via via più lontane oppure più vicine? Se perdo una perdita, non è che per caso guadagno o vinco qualcosa? Dunque bisogna stare molto attenti alle parole e al loro etimo: spesso accostare lemmi con la stessa radice serve, anziché a dar lo forza, a contraddirne il significato.

Crediti immagini:

Apertura: “Books” di shutterhacks (su flickr)

Box: Guido Gozzano (Wikipedia)

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