La finta rima: la consonanza

Andrea Tarabbia

[…]

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto, 1916

Abbaglia/meraviglia/travaglio/muraglia/bottiglia, cinque parole che concludono cinque magnifici versi, e creano tra essi un legame che non è soltanto di senso, di vicinanza, ma anche di suono: c’è una musicalità nell’andamento di questi versi, un’armonia di suoni che, come se le cinque parole finali fossero altrettanti accenti, li lega assieme, li mette in sincrono.

È come se questi versi rimassero tra loro. Solo che non rimano. È il travaglio che disturba, a ben guardare: perché, in realtà, abbaglia e muraglia effettivamente rimano, così come meraviglia e bottiglia. Travaglio, si mette lì, nel mezzo, a rovinare una perfetta concatenazione di rime ABAB, a spaccarne l’andamento (e non sarà certo un caso che la parola che fa tutto questo sia proprio travaglio): mette una distanza tra queste perfette concordanze di suoni e impedisce di percepirle come rime. Montale ha costruito una splendida poesia che si chiude con una serie di consonanze: -aglia, -iglia, -aglio, -aglia, -iglia diventano rime imperfette, suoni che hanno in comune le consonanti ma non le vocali, e dunque sono rime mancate, tentativi abbozzati che però, alla lettura, restituiscono la stessa meraviglia di un gruppo di rime perfette.

Crediti immagini:

Apertura: “Books” di shutterhacks (su flickr)

Box: Eugenio Montale (via Wikipedia)

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