La paronomasia, o delle relazioni pericolose

Andrea Tarabbia

Talor, mentre cammino solo al sole
e guardo coi miei occhi chiari il mondo
ove tutto m’appar come fraterno,
l’aria la luce il fil d’erba l’insetto,
un improvviso gelo al cor mi coglie.

[…]

Camillo Sbarbaro, da Pianissimo, 1954

La paronomasia è quella figura retorica che fa bisticci con le parole. Così, mentre Sbarbaro è «solo al sole», i poeti sanno che ogni traduttore è un traditore, e che il percorso che porta dalle stelle alle stalle è spesso molto breve. Insomma: nella paronomasia si accostano parole che hanno significati molto diversi ma suoni somiglianti, creando, in questo modo, delle espressioni a volte bizzarre che, per così dire, ampliano le possibilità di senso della lingua. La paronomasia permette di fare molti giochi di parole: per esempio, nella frase «Siamo obesi di lavoro», si sostituisce, per affinità sonora, “oberati” con “obesi”. Ma nel farlo, oltre a ottenere un effetto comico, si aggiunge anche senso: se siamo obesi di lavoro significa che lavoriamo troppo (dunque che siamo oberati), ma che il lavoro ci ha dato anche da mangiare (forse troppo…).


L’attrazione

Due termini accostati tramite paronomasia si dicono paronimi. Accade a volte che tra paronimi l’attrazione sia tanto forte che un termine perde il suo significato originario per acquisire quello della parola da cui è attratto. L’esempio classico che fanno i linguisti è la parola «regalia», che significa oggi «donazione, mancia». Ma in origine non era così: le regalie erano i diritti spettanti ai sovrani, le “cose del re”. Solo che la parola assomigliava troppo a «regalo» per poterle star lontano: ne è stata attratta e il suo significato è oggi molto più simile a “dono” che a “diritto”.

(Crediti immagini: Christopher, flickr e Nacho Pintos, flickr)

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti [1]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *