L’amore, la similitudine e il nutrimento

Andrea Tarabbia

Dal Cantico dei Cantici, scena ottava

Il tuo bacino una coppa perfetta
dove il vino aromatico non manca,
il tuo ventre un cumulo di grano
corteggiato dai gigli

[…]

I tuoi seni siano per me come grappoli di vite,
il tuo respiro fatto di fragranza di mele,
il tuo palato come vino dolcissimo
che scorre dritto dentro il mio cuore
scivolando sulle assorte labbra.

(trad. di Carmelo Mezzasalma)

Il Cantico dei Cantici è un canto d’amore a dire il vero poco pudico, e che pure sta nelle Sacre Scritture. La sua interpretazione è controversa, ma qualcuno sostiene che sia un canto dell’amore terreno vissuto come veicolo per l’alleanza con Dio. I due amanti che ne sono i protagonisti si parlano, si rincorrono, si toccano: descrivono i propri corpi e sono impetuosi nel cercarsi e nel continuo riferirsi all’amore di Dio come sublimazione dell’amore terreno.

Ci sono i corpi al centro dei versi che compongono il testo, c’è la carnalità e il desiderio. Tutto questo è restituito attraverso un affastellarsi di immagini e paragoni arditi, ed è giocato su due figure retoriche fondamentali: la metafora e la similitudine.

Saziarsi dell’altro

La similitudine è la figura retorica del «come». Uno dice «Il tuo palato come vino dolcissimo» e ha fatto quasi una metafora: se non ne ha fatta una completa è perché quel «come» rivela il paragone, il confronto tra due cose, mentre la metafora non confronta, bensì sostituisce un termine con un altro. La similitudine, dunque, lascia vivi entrambi i termini, li mette in dialogo come dialogano i due amanti nel Cantico – che per questo è pieno di similitudini. È la natura il termine di paragone preferito da questa figura retorica: gli amanti si paragonano di volta in volta a un «melo», una «cavalla», una «palma» e così via. E paragonano i propri corpi al cibo, o a qualcosa che ha a che fare con il nutrimento: non solo il «vino» o il «grano» citati in epigrafe ma anche, di volta in volta, un «grappolo», un «frutto», il «miele», il «latte». È così che nasce la suprema similitudine dell’amore: quella che vuole che l’amato sia come cibo e che amare sia un atto di assimilazione, la ricerca della sazietà attraverso il corpo dell’altro.

Immagine di apertura: Gustave Moreau, Il cantico dei cantici, 1853. Digione, Musée des Beaux-Arts. (via Wikimedia Commons)

Immagine per il box: ritratto del re Salomone (a cui è attribuito il Cantico dei Cantici) del pittore Pedro Berruguete del 1590 circa. (via Wikimedia Commons)

 

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