L’enjambement, o del rompere le gabbie

Andrea Tarabbia

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi 
questa morte che ci accompagna 
dal mattino alla sera, insonne, 
sorda, come un vecchio rimorso 
o un vizio assurdo. I tuoi occhi 
saranno una vana parola, 
un grido taciuto, un silenzio. 

Così li vedi ogni mattina 
quando su te sola ti pieghi 
nello specchio. O cara speranza, 
quel giorno sapremo anche noi 
che sei la vita e sei il nulla. 
Per tutti la morte ha uno sguardo. 
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. 
Sarà come smettere un vizio, 
come vedere nello specchio 
riemergere un viso morto, 
come ascoltare un labbro chiuso. 
Scenderemo nel gorgo muti. 

(Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1950-1951)

Ci sono concetti che sono più forti dei versi che vorrebbero racchiuderli, sequenze di parole che hanno bisogno di qualcosa di più di un endecasillabo o un novenario, e che dunque se ne infischiano della gabbia dei versi, non la rispettano. Vi si sentono imprigionati, hanno bisogno di un altro ritmo e un altro passo e perciò sconfinano, vanno sotto, si prendono due, tre righe. Con l’enjambement succede proprio questo: il verso è insufficiente, non ce la fa a contenere un concetto, e il poeta si sente libero di continuare la frase nei versi successivi. Enjambement vuol dire “scavalcamento”, “superamento”: l’ultima parola di un verso e la prima di quello successivo fanno parte della stessa frase, la gabbia del verso non tiene più, le parole sono libere di viaggiare dentro la poesia.

 

Una suggestione

A volte capita, in poesia come in narrativa, che ci siano dei testi talmente potenti che sconfinano a loro volta, non bastano più da soli: altri poeti li riprendono, li rielaborano, li fanno propri citandoli e creando qualcosa a partire da essi. È come se la poesia di un autore uscisse da se stessa per entrare in quella di un altro. Pavese scrisse Verrà la morte e avrà i tuoi occhi poco prima di morire suicida: in essa si canta “l’archetipo ancestrale”, il connubio tra amore e morte, attraverso l’elaborazione di un amore finito, preludio forse al gesto estremo del poeta. Cinquantasei anni più tardi Michele Mari, in una splendida raccolta intitolata Cento poesie d’amore a Ladyhawke, che è anche un florilegio di citazioni, rimandi, calchi letterari, racconta di un amore ossessivo, impossibile e finito male. Lo fa in cento brevissime poesie che riprendono e danno nuova vita alla grande tradizione poetica latina, italiana medievale e moderna. E in questo gioco erudito, Mari recupera Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, la rimescola con un pizzico di ironia e la completa, rendendola un gioco di specchi e mettendosi in dialogo con Pavese:

Verrà la morte e avrà i miei occhi
ma dentro
ci troverà i tuoi.

(Michele Mari, da Cento poesie d’amore a Ladyhawke, 2007)

Crediti immagini:

Apertura: “Books” di shutterhacks (su flickr)

Box: “Na Mira” di Jeronimo Sanz (su flickr)

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