Parlare in disordine: l’anastrofe e l’iperbato

Andrea Tarabbia

D’altri diluvi una colomba ascolto
(G. Ungaretti, Una colomba, 1925)

Parlano in modo a volte strano, i poeti, le frasi girando, mettendo dopo quello che prima dovrebbe arrivare, e invertendo delle parole l’ordine all’interno delle frasi. È l’anastrofe, una figura retorica che fa sentire a Foscolo «delle Parche il canto», che fa venire in mente, a proposito di Silvia, «allor che all’opere femminili intenta/sedevi», mettendo «sedevi» in fondo anziché all’inizio, dopo «allor che». Per qualcuno è del parlar latino l’anastrofe un retaggio – un modo di costruire le frasi che richiama quello degli antichi. Ma non è una cosa vecchia, l’anastrofe, non è un’anticaglia rimasta incagliata nella lingua: è una cosa tuttora efficace, che viene usata moltissimo anche nel linguaggio pubblicitario. Per esempio: «La Coop sei tu» o «Più bianco non si può» sono slogan che utilizzano l’anastrofe, perché invertono l’ordine normale delle parole.

Ma non c’è, per disturbare l’ordine della frase, soltanto l’anastrofe: anche l’iperbato lo fa. L’iperbato non sposta l’ordine delle parole, lo interrompe, inserendo un pezzo di frase tra due sintagmi che dovrebbero star vicini perché sono legati dal punto di vista sintattico: «[…] ma valida/venne una man dal cielo» scrive Manzoni nel Cinque maggio – e mette «venne» in mezzo a «valida» e «una man».

Lo usiamo praticamente ogni volta che, forse senza rendercene conto, facciamo un inciso. Dunque l’iperbato, come l’anastrofe, sembra una cosa antica, vecchia, che fa costruire frasi astruse e inutilmente complicate: in realtà, è entrato così profondamente nella nostra lingua che, a meno che non lo stiamo studiando, non ci rendiamo più nemmeno conto di impiegarlo.

 

(Crediti immagini: Flickr, Pixabay)

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