Cinema e lavoro

Luigi Paini

No, la classe operaia non è andata in Paradiso. Il cinema lo aveva capito: doveva esserci un problema… E però aveva anche cercato di “lavorarci” sopra, di tenere il più possibile a distanza quel finale che intuiva, pur senza volerlo ammettere. La classe operaia, oltre a non essere andata in Paradiso, è arrivata anche molto poco, nel corso dei decenni, sul grande schermo. Di più, infinitamente di più in platea (meglio ancora “in galleria”, quando ancora esistevano i primi e i secondi posti, questi ultimi ovviamente assai meno cari e popolari). A sognare, a evadere, a immaginare mondi di favola nei giorni remoti in cui i film, quelli made in Hollywood in primis, promettevano due ore di oblio al prezzo di qualche monetina. Pochi operai, sul telo bianco, ma tanti impiegati, manager, avvocati, procuratori. Insomma, lavoratori privilegiati, salvi dalla monotonia della catena di montaggio. E in questo campo anche le pellicole made in Italy hanno fatto la loro parte. A partire da un mito, il ragionier Ugo Fantozzi, icona dell’impiegato sedentario mobbizzato ante litteram, santo laico crudelmente immolato sull’altare del riso amaro.

 

Zootropolis, film d’animazione di Byron Howard e Rich Moore (Usa 2016)

Lavorare dovrebbe voler dire (anche) realizzare se stessi. Ergo, seguire la propria vocazione, fare ciò per cui ci si sente portati. Nella realtà, una cosa tutt’altro che facile da mettere in pratica: c’è bisogno di guadagnare subito qualche soldino, le offerte sono quelle che sono, e spesso si finisce per accettare il primo posto disponibile, anche se non è proprio esattamente quanto avevamo sognato. Che dire, allora, della vispa coniglietta Judy, cocciutamente intenzionata e diventare agente di polizia? Meraviglia dei “cartoni” animati, che permettono di condensare nei loro impareggiabili “animali parlanti” caratteri, desideri, angosce e sogni di noi umani. Quella coniglietta impavida e testardissima riassume il “voler essere”, chissà quante volte relegato in un cantuccio, di ciascuno degli spettatori, piccoli ma anche (soprattutto?) grandi. Tutti, ovviamente, la prendono in giro: anche nel mondo rovesciato dell’animazione un coniglio poliziotto non s’è davvero mai visto. E tutti, ovviamente!, non credono ai loro occhi quando Judy-testa-dura riesce nel suo intento. Sarà poliziotta a Zootropolis, una sorta di Paperopoli-Topolinia del futuro in cui gli animali, non importa a quale specie appartengano, vivono in perfetta concordia. Belve ex feroci e gustose prede di un tempo ora se ne vanno zampa nella zampa, godendosi i frutti di una pace perpetua. Apparentemente… perché sotto la superficie c’è sempre qualcuno che trama, e toccherà proprio a Judy, coadiuvata da un volpacchiotto tanto restio all’azione quanto fondamentale per lo sviluppo del racconto, risolvere alcuni misteriosi casi di sparizione. Come in una favola di Esopo estremamente “up to date”, i maghi della Pixar – Disney ci divertono (molto) non tralasciando mai di comunicarci una serie di messaggi. Primo e fondamentale: realizza con forza e costanza il tuo “talento”, dando tutto te stesso, senza mai fermarti davanti agli ostacoli. Solo così il lavoro non sarà una gabbia, ma un’avventura quotidiana sempre aperta al futuro.

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Fantozzi, di Luciano Salce (Italia 1975)

A proposito del lavoro che ci realizza… Il ragionier Ugo Fantozzi sì che se ne intende! La maschera inventata da Paolo Villaggio ha attraversato mezzo secolo della nostra storia culturale (e non solo) recente, proponendo un’immagine deformata, caricaturale, iperbolica dell’impiegato vessato, vittima del sadismo del Capo, bersagliato dalla più catastrofica delle sfortune. Giocando su una comicità surreale, che porta all’estremo ogni situazione, il povero Fantozzi suscita insieme il nostro riso e la nostra com-passione. Nulla è verosimile, eppure Fantozzi-Villaggio estrae da ogni sua gag un “succo di realtà” che, mentre ci fa scompisciare dalle risate, ci porta anche a riflettere. Nessun capufficio può arrivare a umiliarci così, nella vita di tutti i giorni, eppure… Nessuna famiglia può essere così clamorosamente disastrata, eppure… Ed è mai possibile trovarsi a dover lavorare gomito a gomito con colleghi tanto meschini e infingardi? Eppure… Dalla giovinezza all’agognata pensione, e poi anche nell’aldilà, e di nuovo di ritorno in questa valle di lacrime grazie ai prodigi della clonazione. Un crescendo parossistico, un percorso inarrestabile verso l’iperuranio della Sfortuna. Con il lavoro protagonista soprattutto nelle prime “puntate”, quando il direttore megagalattico detta legge, quando l’umiliazione è pane quotidiano, con le sole pause della cotta per la collega, del calcio in tv, delle gite sociali che si risolvono immancabilmente in nuove, atroci, agghiaccianti disavventure. La comicità più sfrenata si accompagna talvolta a una cattiveria raggelante: è il caso del ragionier Ugo Fantozzi, volto disvelato di un’Italia che, mentre faticosamente e convulsamente si scopre a poco a poco più ricca, sente nel profondo di aver venduto buona parte della sua anima.

Clicca qui per un articolo di approfondimento su Fantozzi (da XL Repubblica)

 

La classe operaia va in Paradiso, di Elio Petri (Italia 1972)

Una volta, forse… Ma già allora, nel giurassico 1972, c’era chi aveva capito in anticipo come sarebbe andata a finire. La classe operaia, nella visione mitizzante degli intellettuali di sinistra, doveva rappresentare la salvezza della società, la sua palingenesi, la Fine della Preistoria dell’umanità e l’inizio, appunto, di quel Paradiso in terra prefigurato dalla società senza classi di Marx. Un operaio-tipo, Lulù Massa (interpretato da uno stratosferico Gian Maria Volonté) rappresenta nel film aneliti e contraddizioni di questa classe chiamata (a sua insaputa?) a un compito così grande. Ma Lulù è, prima ancora che un operaio, un uomo. Un uomo con una famiglia in cui la serenità è bandita da tempo; un uomo che, attraverso l’uso sfrenato degli straordinari e del cottimo, massimizza il suo magro stipendio, convinto che l’acquisto di beni di consumo gli possa garantire almeno una parvenza di felicità. Ci sono nel film tutte le speranze, gli abbagli e i disincanti profetici di una stagione irripetibile della recente storia italiana. Gli echi del ’68, con gli studenti di sinistra a gridare i loro slogan estremistici di fronte ai cancelli delle fabbriche; i sindacati, stretti fra le richieste di lotta e le esigenze della produzione; lo sconforto e la solitudine dei lavoratori, schiacciati da una responsabilità che sembra travalicare le loro forze. L’istrionismo di Volonté carica in maniera grottesca le “stazioni” del personale calvario di Lulù: la crisi in famiglia, le performance parossistiche alla catena di montaggio, il vitalismo esasperato della sessualità, l’alienazione, l’angoscia degli incontri con chi, in fabbrica, ci ha lasciato la salute, anche mentale. La catena di montaggio, i confusi ideologismi, la voglia impotente di cambiare e spaccare tutto, l’amara constatazione che la realtà è più dura, infinitamente più dura di ogni nostra idealizzazione. Film di un’epoca, film su un’epoca, “La classa operaia va in Paradiso” è una testimonianza preziosa di un mondo che sembrava eterno, e si è invece amaramente dissolto nel volgere di pochi decenni..

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e qui per leggere l’analisi del Morandini (da Cinema Sky)   

 

L’uomo di marmo, di Andrzej Wajda (Polonia 1977)

Mentre in Italia si sognava la Rivoluzione, guidata da un mitizzato Movimento Operaio (in maiuscolo nell’originale), i Paesi del socialismo reale si confrontavano con il tragico, epocale fallimento di un modello economico e sociale. E la Polonia degli anni che vedono la nascita di Solidarnosc rappresenta il laboratorio principale dei fermenti destinati a portare, alla fine del decennio successivo, al crollo fragoroso di un sistema inumano. Sistema, si badi bene, tanto più difficile da combattere in quanto nato e cresciuto sulla base di istanze concrete di liberazione, capaci di smuovere le masse popolari nel corso di tutto il secolo. E dunque, se ribellarsi contro la tirannide è sempre giusto, diventa oltremodo difficile quando il tiranno è una “costola” dello stesso movimento di liberazione, un “uno di noi” che si stenta a riconoscere come nemico mortale da abbattere. Proprio questo racconta “L’uomo di marmo” che, con il successivo “L’uomo di ferro”, del 1981, ripercorre la parabola catastrofica dei regimi comunisti dell’Est europeo. Il lavoro, ovviamente, è in primissimo piano in entrambi i film: il protagonista del primo, il vero e proprio “uomo di marmo”, è un operaio stakanovista, ovvero un eroe operaio che si è conquistato la fama nel suo Paese grazie ai ritmi impressionanti in grado di mantenere nei cantieri in cui presta la sua opera come muratore. Ispirandosi all’eroe sovietico Stakanov, un mito del socialismo, è riuscito a posare ben 30mila mattoni in una sola giornata lavorativa. Per questo si è meritato una gigantesca statua, venendo additato come esempio a tutta la nazione. Ma poi è caduto in disgrazia, è finito in prigione, si è reso conto dell’abisso in cui è caduto il suo Paese, del tradimento dei dirigenti, della crudeltà del sistema. Fino a finire ammazzato a Danzica, nel dicembre 1970, durante gli scontri tra gli operai e la polizia. Danzica non è una città qualsiasi: è lì che è iniziata la rivolta di Solidarnosc, è lì che la nuova Polonia è nata. Il film ha una struttura estremamente interessante. La storia di Mateusz Birkut, l’”uomo di marmo”, ci viene proposta a spezzoni, grazie all’inchiesta filmata di una giovane regista televisiva, intenzionata a far riemergere pagine nascoste del passato. La verità, a lungo celata, si fa strada, riemerge, in un processo di presa di coscienza prima lento e incerto, poi sempre più tumultuoso e inarrestabile.

Clicca qui per leggere un articolo di approfondimento sul film (da Activitaly)

e qui per una recensione di approdondimento (da Cinematografo)

 

Andrej Rublev, di Andrej Tarkovskij (Urss 1966)

Ma il lavoro che cos’è? Che cosa rappresenta nella vita di una persona? Certo può essere una vera pena, quando è senza senso, ripetitivo, costrittivo, subìto solo per portare a casa i soldi che servono per tirare avanti. Il cinema non ha mai mancato di sottolineare questo aspetto: basti pensare a “Tempi moderni”, di Charlie Chaplin. Ma il lavoro contiene in sé anche un’altra possibilità: quella di essere la realizzazione di ciascuno di noi in qualcosa di esterno, in una realtà che indichi, rappresenti, riassuma il nostro talento, il nostro vero essere. Spesso questa è una dimensione vissuta solo dall’artista, capace di “farsi cosa”, di proiettarsi nell’opera. Tale orizzonte, però, può essere, incredibilmente, alla portata di ciascuno di noi. È l’insegnamento (uno dei tanti!) che viene dal capolavoro di Tarkovskij. Soprattutto dall’ultimo dei nove capitoli, “La campana”, in cui il film è diviso. Un episodio che, con un’adeguata introduzione, può anche essere proposto separatamente dal resto del film. Perché il protagonista, in questo caso, è un ragazzo che “scommette” sulla sua capacità di costruire una grande campana. Siamo nel Medioevo russo, il mondo è dominato da una violenza inaudita: se il ragazzo sbaglierà, se la campana appena fusa non suonerà, la pena è la morte. E quando i rintocchi, miracolosamente, si diffondono per la campagna, lo stupore e l’emozione ci avvolgono, proprio come avvolgono il ragazzo. Ce l’ha fatta, la sua “scommessa” è riuscita, il valore del lavoro umano dà senso alla vita, al mondo. Proprio in quel momento, il monaco pittore d’icone Andrej Rublev passa lì vicino. Da molti anni, dopo avere assistito a indicibili scene di crudeltà, ha scelto di non parlare e non dipingere più, convinto che nulla abbia senso. Ma quei rintocchi solenni gli dimostrano in un attimo che si sbaglia: il lavoro umano va oltre la persona che lo compie, è testimonianza, comunicazione, speranza. Vale la pena, vale davvero la pena uscire dal mutismo. E ricominciare a dipingere, lasciando in eredità al mondo un capolavoro sublime come l’icona della “Santissima Trinità”, i cui particolari, scandagliati dalla macchina da presa, concludono a colori il maestoso “lavoro” di Tarkovskij. Sicuramente uno dei punti più alti dell’intera storia del cinema.

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qui per una recensione (da Treccani.it)

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