Cinema e migrazioni

Luigi Paini

È “il” problema. La sfida numero uno a cui sono chiamate le società, le istituzioni, le politiche, le economie del mondo occidentale. Le imponenti migrazioni di popoli dal Sud al Nord del mondo sono diventate nel corso degli ultimi anni un fenomeno epocale. E l’Italia, con la sua posizione al centro del Mediterraneo, con la sua estrema vicinanza alle aree di crisi, si trova in prima linea. Impossibile trovare formule facili, soluzioni miracolose. Si cerca di mettere una toppa alle emergenze peggiori, si piangono i (troppi) morti, si tenta di coinvolgere un’Europa sempre più divisa. E il cinema, ovviamente, non vuole stare zitto, osserva, si impone di capire, di individuare possibili soluzioni. Anche perché si tratta di un fenomeno ciclico, che si ripresenta in modo costante nella storia umana. Forse, con uno sguardo al passato, si può tentare di comprendere meglio il presente.

 

Fuocoammare, documentario di Gianfranco Rosi (Italia 2016)

Maneggiare con cura. Il film di Rosi, recentissimo vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino, non è un’opera facile. Innanzitutto nella forma: si tratta di un documentario, e dunque rinuncia (in parte) alle scansioni narrative che rendono “avvincente” una pellicola di finzione. “Fuocoammare”, girato interamente a Lampedusa, segue alcune giornate nella vita di Samuele, un ragazzino del luogo che ama andarsene in giro con la sua inseparabile fionda, uscire qualche volta in mare, sentire raccontare le storie dei grandi. Ma Lampedusa non è un posto qualsiasi. È il lembo di terra italiana più vicina all’Africa, l’avamposto della ricca e agognata Europa nelle cui acque arrivano i barconi zeppi di migranti. E dunque Samuele, anche non volendo, si trova a essere testimone di questo evento epocale. Navi della Marina militare che incrociano al largo, elicotteri che si levano in volo, sbarchi continui di esseri umani ridotti allo stremo. Spesso, arrivano anche i morti. È a questo punto che “Fuocoammare” raggiunge una straziante carica emotiva. Corpi avvolti nei sacchi, persone in agonia, gli sguardi dei sopravvissuti pieni di angoscia, oppressi da quanto hanno visto e subito. La visione di un film di questo tipo non è semplice: l’uso del dialetto (con i sottotitoli), l’estrema lentezza, i lunghi silenzi, richiedono un profondo lavoro di preparazione degli studenti prima della visione. Anche per introdurli a un modo assolutamente diverso dal consueto di fare cinema e informazione. Esattamente il contrario dei servizi televisivi, delle inchieste gridate, del sensazionalismo che ci turbano forse sul momento, ma che mancano quasi sempre l’obiettivo di farci capire l’essenza dei problemi.

Intervista a Gianfranco Rosi su Internazionale.it 

 

L’emigrante, di Charlie Chaplin (Usa 1917)

Eccola, la Statua della Libertà che appare di fronte alla nave in arrivo dall’Europa. Quando l’emigrante era Charlot: l’omino con bombetta e bastone è partito come tantissimi altri dalla Vecchia Europa, inseguendo il mito dell’America. Pochi minuti di cinema, solo “due rulli” (un po’ meno di mezz’ora), ma che cinema! Come Chaplin non c’è nessuno, quando si tratta di muovere al riso lo spettatore affrontando argomenti tremendamente seri. Qui la comicità inizia subito, già durante il lungo viaggio attraverso l’Oceano. Soldi pochi, fame tanta, e dunque bisogna aguzzare l’ingegno per sopravvivere. Charlot ci sa fare con le carte, tiene botta nei confronti del solito “cattivone” grande e grosso il doppio di lui, che gli vorrebbe sottrarre tutte le vincite del gioco. E riesce a resistere anche alla solita sfortuna, quando un ufficiale di bordo lo crede colpevole di furto ai danni di una giovane compagna di viaggio. In realtà non è affatto vero, ha solo “allungato” di nascosto alcune banconote in tasca alla donna (poverina, è addirittura più poverella di lui…). Com’è giusto che sia, la ragazza ha un cuore d’oro, e i due sono destinati a incontrarsi ancora, non appena arrivati nella grande New York. Di nuovo la mancanza di denaro, di nuovo la necessità di trovare qualcosa da mettere sotto i denti. Qui il “teatro” delle gag di Charlot diventa un ristorante da due soldi, dove il cameriere è, se possibile, ancora più grosso e cattivo del primo antagonista incontrato sulla nave. È incredibile osservare quante situazioni comiche si sommano in così poco tempo. La gag della moneta, trovata, persa, ritrovata ha un andamento “ramificato”, con continui “rilanci” quando tutto sembrerebbe irrimediabilmente perduto. Si sorride, si ride, si palpita un poco, ci si innamora perdutamente di questo omino da nulla, di questa molla umana che appare animata da una vitalità insopprimibile. E si pensa alle migliaia, ai milioni di donne e uomini che hanno attraversato il mondo per fuggire da realtà impossibili, sperando fermamente in un futuro diverso. Charlot forever.

Un profilo di Charlie Chaplin sull’Enciclopedia Treccani Cinema

 

Furore, di John Ford (Usa 1940)

Guardate il volto di Henry Fonda nella locandina del film. Guardatelo negli occhi: esprimono una luminosa speranza nel futuro e insieme tutto il dolore di un passato insostenibile. Questo volto, questi occhi sono stati molto, molto di più del volto e degli occhi di un semplice attore (e che attore!). Sono stati il simbolo di un intero periodo, il ritratto di un momento durissimo della storia americana del secolo scorso: gli anni della Grande Depressione, della disoccupazione di massa, della possibile fine di un sogno chiamato Stati Uniti. Bisognava reagire, risollevarsi, non darsi per vinti, dimostrare a se stessi e al mondo che c’erano ancora le forze per ricominciare. Furono anni in cui la stessa America, da sempre terra di immigrazioni, sperimentò l’amarezza e la durezza dei grandi spostamenti interni. Decine di migliaia di coltivatori impoveriti, sommersi dai debiti, spinti verso Ovest alla ricerca di un pezzo di terra, di un piccolo lavoro, non per diventare ricchi ma semplicemente per sopravvivere. John Ford, giustamente ricordato come “l’Omero americano” è stato il cantore principe della sua terra, della sua storia e dei suoi miti, a partire dall’epopea della conquista del West. Qui i “pionieri” sono diventati dei poveri diavoli, degli straccioni che fuggono dalla fame e dai soprusi di chi li ha cacciati senza pietà. Portando sul grande schermo il formidabile romanzo di John Steinbeck, l’attenzione si concentra sulle vicende di una famiglia di “profughi” interni, in viaggio dall’Oklahoma inaridita verso la terra promessa della California, a bordo di uno scalcinato camioncino. Nel corso del viaggio gli incontri sono molto più spesso cattivi che buoni: altra gente disperata, profittatori, manigoldi d’ogni specie. Tocca al giovane Joad (il personaggio interpretato da Fonda) non perdere mai la rotta, tentare di mantenere unita la sua tribù. Ma è lui stesso un poveretto, appena uscito di prigione, e alla fine di nuovo in fuga dopo aver causato involontariamente la morte di un poliziotto. Il bianco e nero del film (opera del grandissimo operatore Gregg Toland) dona una dimensione atemporale alla storia raccontata, letteralmente scolpendo i volti dei protagonisti. Tutto il dolore dell’America, tutta la sofferenza di un’immensa migrazione interna, nel corso della quale gli stessi americani si ritrovano stranieri in patria. Steinbeck+Ford+Toland+Fonda: semplicemente un capolavoro.

Per vedere una clip con il discorso di Tom Joad clicca qui

Per approfondire il cinema di Henry Fonda clicca qui

 

L’era glaciale, film d’animazione di Carlos Saldanha e Chris Wedge (Usa 2002)

Sì, migrare/1. L’animazione si incarica ancora una volta di “rovesciare” il mondo, di mostrarci, grazia alla sua assoluta libertà, il volto “folle” delle cose. Animali in fuga. Animali dotati ovviamente del dono dell’intelligenza e della parola, portatori nella loro specificità di pensieri e sentimenti umani, troppo umani. Nel buio della più remota preistoria, è in corso un’imponente migrazione di massa per sfuggire ai rigori della glaciazione. Il mammuth Manfred-Manny, il bradipo Sid, a cui si aggiungono la tigre con i denti a sciabola Diego e un bambinello in fasce, appartenente alla specie Uomo di Neanderthal: eccola la “brigata” che attraversa il pericolosissimo mondo della preistoria per allontanarsi dalle terre del ghiaccio, in cerca di luoghi meno inospitali. Dunque un luogo di partenza, in cui non si può vivere, e una meta agognata, nella quale si spera di poter ricominciare. “L’era glaciale” interpreta questo schema, potenzialmente drammatico, con i “metodi “ leggeri e scanzonati del cinema d’animazione. Le gag sono d’obbligo, il ritmo indiavolato, le caratterizzazioni dei singoli personaggi risultano molto precise e definite, fin dalla prima apparizione. A ciascuno di noi, poi, scegliere il proprio preferito: l’imbranatissimo bradipo, il colossale mammuth dal cuore d’oro, l’insidiosissima tigre che scopre di avere una coscienza, capace perfino di vincere i suoi istinti… omicidi! Ma, soprattutto, uno scoiattolo pestifero che osserva il tutto da lontano, che non riesce a stare fermo un attimo, lottando dall’inizio alla fine con una ghianda sempre pronta a sfuggirgli dalle zampette. Si chiama Scrat, e aggiunge a un film che non conosce la noia un tocco di vitalissima simpatia. Rimandando, squadra che vince non si cambia, alle prossime puntate (finora i “sequel” sono stati ben tre, ed è in arrivo il quarto…).

 

Il popolo migratore, documentario di Jacques Perrin (Francia 2001)

Sì, migrare/2. Un altro documentario, questa volta “classico”. E ancora animali, ma stavolta “veri”. Perché il verbo stesso “migrare” ce li ricorda, gli animali, e ha in questo caso una notazione immediatamente positiva. Ci rimanda alla grandiosità della natura, alla sua misteriosa forza, alla incredibile capacità di milioni di esseri viventi di percorrere distanze immense, spostandosi da un punto all’altro del globo. Il documentario di Jacques Perrin sa cogliere il senso di meraviglia che si sprigiona dal volo di infinite specie di uccelli: utilizzando le più avanzate modalità di ripresa, spostandosi ovunque sulla Terra nel corso di quattro anni (più di 350mila chilometri percorsi), il regista e la sua troupe (450 persone!) riescono a “portarci in volo” a fianco delle più svariate specie di volatili, dai più piccoli ai più grandi, colorati, maestosi che si possano immaginare. Da notare il commento, ridotto al minimo: non c’è bisogno della voce umana, non c’è necessita di sottolineare alcunché. Bastano le immagini, i suoni, il rumore del vento. Perché il cinema è anche questo: finestra aperta sul mondo, “occhio avido”, “cineocchio” capace, nei suoi momenti migliori, di mettersi al servizio della ”straziante meravigliosa bellezza del creato“ (Pasolini)

Per un approfondimento sul film clicca qui

Crediti immagini:

Apertura: dettaglio fotogramma del film Fuocoammare

Box: fotogramma da L’emigrante di Charlie Chaplin

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