Il gioco del cinema

Luigi Paini

A che gioco giochiamo quando andiamo al cinema? Ma forse è meglio cambiare i tempi dei verbi: a che gioco giocavamo quando andavamo al cinema? Il rapporto dello spettatore con il grande schermo è mutato radicalmente nel corso dei decenni. In principio, c’erano la sala buia, il bianco telone sullo sfondo, il fascio di luce che attraversava l’aria, solcando incredibili volute di fumo (anche delle molte sigarette che vi si consumavano di nascosto, al riparo dagli occhi dei genitori…). Che cosa è rimasto di questo rito, di questo rintanarsi in un antro, in un’esperienza così simile al sogno? Quasi nulla, quando i film vengono visti sul piccolo schermo, interrotti dalla pubblicità, dagli squilli del telefono, dai messaggini sugli smartphone. Qualcosa, quando i blockbuster americani cercano con ogni mezzo di ri-catturare l’attenzione di un pubblico globale sempre più bombardato e distratto. La magia tuttavia è persa, e allora il gioco spettatore-schermo necessariamente assume altri significati. Si sogna forse di meno, ma si può ragionare un poco di più. Forse.

 

Ralph Spaccatutto, film d’animazione di Rich Moore (Usa 2012)

Basta, non gioco più. Difficile non essere solidali con il povero Ralph, meglio noto come “Spaccatutto”. Il fatto è che la colpa non è sua: lui è obbligato a comportarsi da cattivo, a disfare tutto quanto l’eroe buono Felix, pazientemente, cerca di costruire. Siamo infatti all’interno di un videogioco, dove i ruoli sono rigidamente pre-definiti: impossibili sfuggire al proprio destino deciso dai programmatori. Ma gli sceneggiatori sviluppano due idee geniali. La prima immettendo il “libero arbitrio” nei personaggi, facendone dono in particolare proprio all’odiatissimo Ralph; la seconda che il tutto si svolga all’interno di un videogioco del passato, un “sopravvissuto” della prima ora dei pc, quando la luce dello schermo era tremolante, con pochi colori e ancor meno effetti speciali. Un videogioco giunto indenne miracolosamente fino ai nostri giorni, a rischio di morte imminente, vista il continuo perfezionamento del settore. Dalle due idee derivano due dialettiche, che forniscono la struttura portante del racconto: quella di Ralph contro il cliché di se stesso, con conseguente tentativo reiterato di liberazione (e quindi identificazione dello spettatore con la battaglia, sentita come giusta, del protagonista) e quella del passato contro il presente, dei giochi dell’infanzia degli spettatori adulti (e degli autori del film) contro l’ultramodernità delle proposte ludiche di ultimissima generazione. Meglio i passatempi di una volta, così buffamente demodé, o la perfezione tecnica dell’oggi? Giovani e non più giovani, risolvere la questione tocca a voi. Al film basta, come da assunto, avervi fatto giocare con i ricordi e con le magie degli effetti speciali, dall’inizio alla fine.

Clicca qui per vedere la pagina di “Ralph spaccatutto” sul sito italiano di Disney

 

Toy story – Il mondo dei giocattoli, film d’animazione di John Lasseter (Usa 1995)

Giocattoli, a cuccia. Come vi permettete di confabulare tra di voi, di prendere iniziative, di pensare con la vostra testa? È proprio un mondo alla rovescia, come sempre capita nell’universo parallelo dell’animazione. Che è appunto, per definizione, la “magia” di donare vita a ciò che è, in natura, inanimato. John Lasseter, il fondatore della Pixar, dà forma a uno dei sogni più intimi di ogni bambino: che i suoi giocattoli abbiano un’anima, che le fantasie che li accompagnano nella sua mente diventino concrete, tangibili. Eccolo allora il cowboy Andy, il compagno di giochi in cima alle preferenze del suo padroncino, farsi tormentare dal dubbio che il nuovo arrivato, l’astronauta Buzz, lo possa scalzare dal podio. E che diamine: è infinitamente più moderno, possiede un’incredibile quantità di accessori, sostiene perfino di saper di volare. Divertente dialettica, quella tra giocattoli vecchi e nuovi, specchio nemmeno troppo deformato del mondo reale. Essere alla moda, essere il leader, saper conquistare la simpatia dei compagni: non sono forse alcuni dei pensieri e delle preoccupazioni più frequenti nella mente di un ragazzino? Ma non basterebbe, questa prima intuizione, a sostenere tutto il film, C’è bisogno di un nuovo attore, di un nuovo espediente narrativo. Lo si trova nel vicino di casa, un sadico coetaneo del protagonista che si diverte nel mutilare e ricompattare i suoi giocattoli, trasformandoli in esseri mostruosi. Allo scontro tra Vecchio e Nuovo si sovrappone quello, sempre attualissimo, tra Bene e Male. È lo scontro principe di ogni gioco narrativo, è la sostanza stessa delle fiabe, della suspense, delle storie che più ci attanagliano. Giocattoli che giocano a un gioco più grande di loro. Davvero, non è solo un gioco, ma molto, molto di più!

Clicca qui per leggere una rassegna dei migliori film della Pixar (da Dailybest.it)

 

Lo spaccone, di Robert Rossen (1961)

All’alba, vincerò. Nessun dorma, ai bordi del tavolo verde del biliardo. Ufficialmente è un gioco, ma per il giovane “mago della stecca” Eddie Felson (un formidabile Paul Newman) è molto, molto di più. Un vero e proprio lavoro, un’occupazione a tempo pieno che gli permette di sbarcare il lunario. Nessuno come lui sa inventarsi colpi perfetti, imprimere alle biglie effetti strabilianti, battendo ogni avversario. Uno, però, potrebbe essere alla sua altezza: l’altrettanto mitico Minnesota Fats, un tizio che si deve aver paura a sfidare, anche perché il suo “giro” non è certo dei più puliti. Il film di Rossen, girato in un suggestivo bianco e nero, vive di atmosfere: un mondo avvolto nel fumo delle sigarette, illuminato dalle luci al neon, “bagnato” da birre e superalcolici, destinato a vivere solo nelle notti della città profonda, quando la gente normale se ne sta tranquilla nelle sue case riscaldate. Eddie è un ribelle, un giovane uomo fragile che fa della sua abilità al gioco una ragione di vita. E che è pronto a rischiarla, la sua vita, pur di affermare di essere il migliore. “Io sono il più forte che hai conosciuto, sono il più forte di tutti. Anche se mi batti resto il più forte”: è lui a dirlo, è lui a crederlo. Perché per lui il gioco non è più soltanto gioco: come per tutti quelli che ne fanno una ragione di vita, è diventato l’esatto contrario. Da esperienza liberatoria, da momento di pausa dagli assilli del quotidiano, si trasforma in un incubo, in un tormento che non lascia scampo. Dal gioco al giogo. Cambia una sola lettera, ma il significato diventa esattamente l’opposto.

Clicca qui per vedere un trailer de “Lo spaccone”

e qui per leggere un articolo su Paul Newman (da filmscoop.it)

 

Moneyball – L’arte di vincere, di Bennett Miller (Usa 2012)

La gratuità, la leggerezza, l’assenza di scopi utilitaristici sono tra le caratteristiche principali dei giochi dei bambini. Dovrebbero, o almeno potrebbero, essere patrimonio anche dei giochi degli adulti, e invece… Invece,nella sua infinita polisemia, il gioco si trasforma molto spesso, con il passare degli anni nella vita di una persona, una cosa del tutto diversa. Gioco, per gli adulti, significa anche e soprattutto attività organizzata finalizzata allo svago delle masse. E, come tali, le masse sono fonte di business. Potenziali spettatori, da richiamare negli stadi grazie soprattutto alla qualità dello spettacolo offerto. Primum, vincere. E appunto “L’arte di vincere” è il titolo scelto dai distributori italiani per un film dedicato al baseball, uno sport di squadra che qui da noi non è mai diventato troppo popolare, ma che in America è tra i più amati e seguiti dal pubblico. Il problema, per il direttore sportivo di una squadra dal budget un po’ troppo esiguo, è: come fare a vincere se non si hanno i soldi sufficienti a comprare i migliori giocatori sul mercato? E insieme, come poter frenare l’emorragia dei propri campioni, allettati dalle offerte dei team più ricchi? Dilemma che sembrerebbe senza soluzione, se nella vicenda non arrivasse un nuovo “player”, un genietto che introduce nella storia il sale dell’idea rivoluzionaria e vincente. D’ora in avanti i componenti della squadra non saranno più scelti in base alle valutazioni di mercato, così come si è sempre fatto. Scavando tra le statistiche, incrociando una quantità incredibile di dati, utilizzandone al massimo le potenzialità, si andrà alla ricerca dei giocatori con i “numeri” migliori, ma che, per i più diversi motivi, sono rimasti fuori dal grande giro. Non campioni in essere, ma fenomeni potenziali, scovati grazie all’uso intelligente di quelle miniere inesauribili che sono le memorie dei computer. La quantità applicata alla qualità. La matematica, regina degli affari e del mondo “misurato”, applicata all’universo del gioco, dove si pensa che conti solo l’”intangibile”, la classe del fuoriclasse, il talento di natura. È l’America, bellezza!, dove se azzecchi l’idea giusta, ogni sogno diventa possibile (almeno sul grande schermo). E si trasforma in dollari sonanti…

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Clicca qui per leggere una recensione su Moneyball (da MyMovies.it)

 

La regola del gioco, di Jean Renoir (Francia 1939)

A che gioco giochiamo quando viviamo? Quali sono le “regole”, spesso non scritte, che ci impongono rigidi ruoli sociali, anche contro la nostra volontà? Dalla vita del gioco al gioco della vita: Renoir, inarrivabile osservatore dei comportamenti umani, punta la sua lente di ingrandimento su un gruppo di ricchi e sfaccendati, all’apparenza senza gravi pensieri, presi solo dalla frenesia di divertirsi, di far scorrere il meglio possibile il tempo, di scacciare la noia. Una grande casa in campagna, una compagnia variamente assortita, il tono lieve di una sorta di ballo, di festa campestre. Tutto questo nel fatidico e tragicissimo 1939, quando l’Europa e il mondo stanno per ripiombare, come solo un quarto di secolo prima, nella follia della guerra mondiale. Riuscirà l’allegra brigata a tenere lontano l’angoscia del mondo esterno? Si direbbe di sì, perché tutto lascia pensare che quell’universo sarà sempre uguale a se stesso, insieme fatuo e intrigante, tanto falso quanto invidiabile da chi ne è escluso. È la prima fregola del gioco: i ricchi dentro, i poveri fuori, i servi intenti a non perdere le briciole dei privilegi faticosamente o fortunosamente conquistati. Poi arriva la battuta di caccia. I conigli selvatici cadono sotto i colpi dei fucili, si rovesciano nell’erba interrompendo la loro corsa, mentre i latrati dei cani riempiono l’aria. Eccolo, il mondo esterno che irrompe, con la potente metafora della caccia, con quel suo peso opprimente di morte, con quel suo senso angoscioso dell’ineluttabilità. Ora si dipanano anche le vicende tra i protagonisti, fino a questo momento solo abbozzate. Amori e tradimenti, piccole passioni e grandi gelosie, trionfo del fatuo e del vacuo, fino alla tragedia. Per alcuni il gioco è giunto al capolinea, per altri continuerà ancora, al riparo delle invalicabili mura della casta. Fino al prossimo giro.

Clicca qui per leggere la filmografia di Jean Renoir (da MyMovies.it)

e qui per leggere la voce del film sull’enciclopedia Treccani 

Crediti immagini:

Apertura: screenshot tratto dal film “Lo Spaccone” (da Wikipedia)

Box: locandina del film “Toy Story”

Per la lezione

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