Populismo

Populismo

Francesco Tuccari

La parola «populismo» dilaga ormai da diversi anni nel lessico politico e in quello dei media. Essa viene utilizzata per definire i programmi, le strategie, gli atteggiamenti e lo stile comunicativo di personalità e forze politiche molto diverse tra loro, che spesso si collocano su versanti opposti rispetto alle tradizionali classificazioni in termini di «destra» e «sinistra» etalora vi sfuggono del tutto. Vengono abitualmente definiti come «populisti» – per fare solo qualche esempio recente – il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e nel contempo svariati leader latinoamericani quali Nicolás Maduro in Venezuela, Evo Morales in Bolivia e il neoeletto presidente del Brasile Jair Bolsonaro.

Il neo eletto Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro (crediti: Agencia Brasil Fotografias, flickr)

Lo stesso vale per il vittorioso alfiere della Brexit, Nigel Farage, per leader nazionalisti come Marine Le Pen in Francia, Geert Wilders in Olanda e Viktor Orbán in Ungheria, ma anche per il segretario di Podemos in Spagna, l’ultrademocratico Pablo Iglesias Turrión. In Italia l’etichetta è stata di volta in volta applicata a tutte le principali figure che hanno segnato la storia recente del Belpaese: da Silvio Berlusconi e Umberto Bossi fino a Matteo Renzi, Beppe Grillo e Matteo Salvini.
Un uso così largo del termine tradisce la vaghezza di un concetto che in effetti – come mostra una letteratura scientifica in crescente espansione – continua a sfuggire a qualsiasi definizione univoca. E tuttavia, per quanto imprecisa, «populismo» non è una parola vuota. Come vedremo, essa cattura in modo efficace alcune tendenze di fondo della politica contemporanea, che stanno riplasmando in radice, e a tutte le latitudini, il funzionamento delle tradizionali democrazie rappresentative. In questa prospettiva, l’uso largo del termine «populismo» non segnala semplicemente un problema «lessicale». Ci suggerisce anche, e forse soprattutto, che potrebbe aver preso avvio un più generale «momento populista» destinato a esercitare effetti profondi e duraturi sugli assetti del mondo contemporaneo.

 

I populismi «storici»

L’uso della parola «populismo» ha illustri precedenti. Essa fu originariamente impiegata, sia pure a posteriori, per indicare il composito movimento di «andata al popolo» che investì la Russia zarista nella seconda metà del XIX secolo, con particolare intensità all’indomani dell’abolizione della servitù della gleba (1861). Il narodnicestvo – questa la parola russa – ebbe tra i suoi principali ispiratori intellettuali radicali come Michail A. Bakunin, Nikolaj G. Cernisevskij e soprattutto Aleksandr I. Herzen, che teorizzavano una sorta di socialismo agrario fondato sulla comune contadina e sul «mito» delle innate virtù politiche e morali delle popolazioni rurali. Orientato in principio alla propaganda rivoluzionaria tra le masse contadine, il movimento fu accolto con diffidenza nelle campagne e poi aspramente criticato dai socialisti di stampo marxista. Sempre più isolato, dunque, esso si trasformò in una vera e propria organizzazione terroristica che, dopo aver assassinato lo zar Alessandro II nel 1881, fu di fatto disarticolata dalla repressione zarista.

Manifesto elettorale del Partito Populista americano (Crediti: Wikipedia)

Il «populismo» fece nuovamente la sua comparsa tra Otto e Novecento negli Stati Uniti con la breve ma significativa esperienza del People’s Party, sorto nel 1891 e poi rapidamente tramontato sul finire del secolo. In un paese in strepitosa ascesa economica e dominato in misura crescente da onnipotenti oligarchie plutocratiche, esso si schierò a difesa deifarmers, di ampi settori della classe operaia e dei ceti medi contro i grandi magnati dell’industria, delle corporations, delle ferrovie, della finanza e della politica. Il movimento «populista» – come esso stesso prese ad autodefinirsi per il suo riferimento forte al «popolo» quale depositario dei valori autentici dello spirito americano – tentò di scardinare a livello nazionale il duopolio di democratici e repubblicani, ma andò incontro a un completo fallimento. Dopo una pur significativa affermazione alle presidenziali del 1892 e alle elezioni di midtermdel 1894, il People’s Party sostenne infatti il candidato democratico William J. Bryan nella corsa per le presidenziali del 1896. La sconfitta di Bryan ad opera del repubblicano William McKinley, tuttavia, ne segnò la fine, anche se una frazione assai minoritaria e radicale del partito continuò a essere attiva sino al 1912.

Dopo il narodnicestvorusso e il People’s Party statunitense, il «populismo» tornò a manifestarsi soprattutto in America Latina, in modo particolarmente significativo tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento. I regimi instaurati da Getulio Vargas in Brasile (1939-1945 e 1951-1954), da Lázaro Cárdenas in Messico (1934-1940) e da Juan Domingo Perón in Argentina (1946-1955) ne costituiscono le incarnazioni più caratteristiche, anche se – come già nel caso del narodnicestvo– la parola «populismo» fu applicata ad esse solo ex post. Soprattutto nella sua fattispecie «peronista» il populismo si presentò allora – con diversi richiami al fascismo italiano – come una singolare miscela di autoritarismo, nazionalismo, corporativismo, interventismo statale e politiche redistributive a favore dei ceti popolari. Il tutto nel quadro – inedito rispetto alle precedenti esperienze di «populismo» – di una forte personalizzazione della leadership, di un diffuso culto del capo, capace di identificarsi immediatamente con le masse e di mobilitarne le energie contro le tradizionali élites del potere, al di là dei partiti e delle istituzioni.

(Crediti: Wikipedia)

Negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento il «populismo» si è manifestato in forme paradigmatiche anche in Europa: da un lato, in Italia, con il «Fronte dell’Uomo qualunque» e dall’altro, in Francia, con l’«Union et fraternité française» e il cosiddetto «poujadismo».
Il «Fronte dell’Uomo qualunque», fondato nel 1944 dal giornalista e commediografo Guglielmo Giannini, si caratterizzò soprattutto per la sua vocazione «antipolitica», e cioè per la sua critica senza riserve del «professionismo politico» e della democrazia rappresentativa, intesa come una vera e propria dittatura esercitata dai mestieranti della politica sulla «folla», sulla «gente comune». Rielaborando alcuni temi classici della democrazia radicale e del direttismo, Giannini riteneva che la politica fosse ormai semplice «amministrazione» e che qualsiasi cittadino – l’«uomo qualunque» – potesse farsene carico senza difficoltà. Da qui la sua idea – tornata oggi in parte di moda – di sostituire le elezioni con il sorteggio e di affidare a rotazione la «gestione» della Comunità a persone comuni per un periodo di tempo ben delimitato. Il «Fronte dell’Uomo qualunque» ebbe inizialmente un significativo successo, in particolare alle elezioni del 1946 per l’Assemblea costituente, quando ottenne oltre un milione di voti e una trentina di deputati. Alleatosi in seguito con altre forze politiche di centrodestra, si dissolse di fatto subito dopo l’insuccesso riportato nelle elezioni del 1948.

Di altra natura, ma altrettanto paradigmatica, fu l’esperienza dell’«Union et fraternité française» (UFF), fondata da Pierre Poujade in Francia nel 1956. Anche in questo caso, tornavano in primo piano la critica della democrazia rappresentativa, la contrapposizione tra la «gente comune» e i professionisti della politica (a cui Poujade aggiungeva gli intellettuali e i presunti «esperti»), l’esaltazione della partecipazione diretta del «popolo» alle decisioni politiche, la polemica contro le élites economiche, in particolare quelle legate al Mercato Comune Europeo. Rispetto all’«Uomo qualunque», tuttavia, Poujade interpretava il concetto di «popolo» in termini apertamente nazionalisti: erano i «francesi», la comunità nazionale, i destinatari specifici del suo messaggio. Sorta nel 1956, al crepuscolo della Quarta Repubblica, l’UFF ebbe vita breve e si sciolse di fatto già nel 1958. Dalle sue fila e dalla sua cultura politica, tuttavia, doveva emergere un leader destinato a lunga (anche se relativa) fortuna, Jean-Marie Le Pen, il fondatore (1972) e poi segretario (fino al 2011) del Front National: un partito che rappresenta oggi – sotto la leadership di sua figlia Marine Le Pen (che nel 2018 ne ha cambiato il nome in Rassemblement National) – uno dei principali archetipi del «populismo» contemporaneo.

 

Il populismo contemporaneo: problemi di definizione

A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso e sino ai nostri giorni sono andati moltiplicandosi e rafforzandosi in misura significativa movimenti, partiti e regimi che presentano alcuni tratti caratteristici dei populismi storici e che dunque vengono di regola catalogati come «populisti». Tra essi sono stati di volta in volta annoverati – oltre ai casi che abbiamo già citato all’inizio e a molti altri – i governi di Alberto Fujimori in Perù (1990-2000), di Hugo Chávez in Venezuela (1999-2013), di Carlos Menem in Argentina (1989-1999), di Luis Inázio Lula da Silva in Brasile (2003-2011); il regime di Gheddafi in Libia (1969-2011) e quello di Slobodan Milosevic in Serbia (1989-2000); formazioni politiche come il Partito della Libertà di Jörg Heider in Austria, il Vlaams Blok in Belgio, il Partito liberal-democratico di Russia guidato da Vladimir Zirinovskij, il Reform Party di Ross Perot negli Stati Uniti e ancora, su un versante del tutto diverso, Syriza di Alexis Tsipras in Grecia. In special modo l’Italia viene considerata – così da Marco Tarchi nell’Italia populista(2015) – come una vera e propria fucina di populismi: dal già citato «qualunquismo» al «laurismo» (dal celebre sindaco di Napoli Achille Lauro), dal Partito radicale di Marco Pannella all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, dalla Lega di Umberto Bossi a Forza Italia di Silvio Berlusconi, dal movimento dei «girotondi» a Matteo Renzi fino al «populismo allo stato puro» di Beppe Grillo.

Beppe Grillo durante il V-Day di Bologna, 2011 (crediti: Cristiano Imperiali, Wikipedia)

Cosa tiene insieme queste (e altre) esperienze di segno così diverso? Donald Trump, Hugo Chávez e Beppe Grillo? Quali sono insomma, se ve ne sono, i caratteri specifici del «populismo»? Sono queste le domande cruciali intorno alle quali è andata sviluppandosi l’ormai vastissima letteratura politologica e storiografica in materia.

Rispondere a tali domande è difficile per due ragioni. La prima discende dal fatto che la parola «populismo» appartiene in ampia misura al linguaggio della polemica politica. È un termine che veicola immediatamente un giudizio di valore e che viene quindi utilizzato con una certa «interessata» disinvoltura. Di regola, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, esso è carico di implicazioni peggiorative e serve a stigmatizzare i propri avversari politici. In America Latina, ma sempre più di frequente nello stesso mondo euroamericano, esso viene tuttavia inteso anche in senso positivo, come una sorta di titolo di merito di cui fregiarsi orgogliosamente. Nel primo caso equivale grosso modo all’accusa di «demagogia». Nel secondo alla rivendicazione di una visione più autenticamente «democratica» o almeno «popolare» della politica e della società. Questi usi «polemici» della parola ci portano direttamente al cuore del problema del populismo, e cioè al tema dell’ambiguo rapporto che esso intrattiene con la democrazia. Ma non è a partire da essi che possiamo definire in modo univoco il fenomeno populista.
Vi è altresì una seconda e più importante ragione che rende strutturalmente sfuggente il concetto di populismo. Come rilevato da molti studiosi, a differenza di altri «ismi» del lessico politico contemporaneo – quali ad esempio «socialismo», «liberalismo», «nazionalismo» – esso non definisce tanto una specifica ideologia, un programma politico definito, un progetto orientato a determinati obiettivi. Allude piuttosto a uno «stile», a una «mentalità», a una forma del «discorso politico» oppure a una «sindrome» che può presentarsi in svariate circostanze. Il suo principio di fondo è tuttavia ben chiaro ed è riconducibile all’idea che si debba restituire al «popolo», defraudato e oppresso da esigue ma onnipotenti oligarchie, lo scettro del potere.
Si tratta di un’idea senza dubbio elementare ma molto forte, che ci riporta nuovamente al problema del rapporto tra populismo e democrazia. Si tratta però, al contempo, di un’idea estremamente vaga, che può ben adattarsi ai più diversi orientamenti ideologici e/o programmatici, siano essi di destra o di «sinistra», autoritari o libertari, sovranisti, nazionalisti o internazionalisti. È a partire da questa idea assai generale che possiamo dunque provare a definire il fenomeno populista.

 

I caratteri fondamentali del populismo

Sono essenzialmente cinque i caratteri che contraddistinguono i populismi, al di là dei diversi orientamenti che essi possono concretamente assumere.

Il primo – di cui si è appena detto ma che occorre specificare ulteriormente – è l’idea di una contrapposizione irriducibile fra il «popolo» e le «élites» che deve risolversi restituendo voce, dignità e poteri al primo. Questa idea generale può però caricarsi di significati e implicazioni molto differenti. Per «popolo», infatti, si può intendere a seconda dei casi, e con diverse possibili sovrapposizioni, l’insieme dei «cittadini» (il demos, il «popolo sovrano»), un ampio e maggioritario gruppo sociale per lo più negativamente privilegiato (la plebs, il «popolo-classe»), un gruppo etno-nazionale legato da vincoli di sangue, di stirpe e di territorio (l’ethnos, il «popolo-nazione») oppure, ancora, la «gente comune», l’insieme degli uomini «semplicemente medi». Anche le élites possono essere a loro volta élites politiche, economiche o sociali, nazionali oppure sovranazionali. Al di là queste possibili declinazioni, tuttavia, nell’immaginario populista rimane sempre ferma l’opposizione radicale tra il carattere sano, virtuoso, laborioso e quasi sempre indiviso e monolitico del «popolo» – una massa omogenea di persone legate da interessi e da un sentire comuni – e il carattere invece iperoligarchico e per lo più moralmente corrotto delle élites: si tratti dei «professionisti della politica» che si annidano nei parlamenti e nei partiti delle moderne democrazie liberali, dei tecno-burocrati di Bruxelles o del Fondo monetario internazionale oppure dei «lupi» di Wall Street e della grande finanza mondiale. Di regola, poi, la contrapposizione è rappresentata come il contrasto tra la stragrande maggioranza delle persone e un esiguo numero di oligarchi onnipotenti che ne usurpano i diritti e le prerogative. Il celebre slogan dell’ultrademocratico movimento «Occupy Wall Street» – «siamo il 99%» – illustra in modo molto plastico questo tipo di retorica, che è però ben presente anche là dove i movimenti populisti si appellano, senza ulteriori specificazioni, agli «americani», ai «francesi», agli «italiani», alla «gente», ai «cittadini» e, appunto, al «popolo».

Occupy Wall Street: una manifestazione a New York City (crediti: The Cynical Times, flickr)

Questo riferimento forte al «popolo» si traduce quasi sempre – ecco il secondo tratto distintivo dei movimenti populisti – in una netta svalutazione dei meccanismi tradizionali della democrazia rappresentativa e dei suoi principali pilastri: i parlamenti e i partiti. Soprattutto quando i populismi sono in primo luogo movimenti di protesta, quei pilastri vengono abitualmente rappresentati come i luoghi privilegiati della «casta» e al contempo come gli istituti che si frappongono in modo sempre molto opaco tra l’espressione autentica della volontà popolare e il concreto esercizio del potere, usurpando prerogative che dovrebbero ritornare al popolo e privilegi che dovrebbero essere semplicemente aboliti. Rientra in questo schema più generale la critica mossa al principio della «libertà di mandato», l’architrave delle moderne istituzioni rappresentative. Secondo molti movimenti populisti, questa presunta «libertà» – che consente al rappresentante eletto dal popolo di agire in Parlamento «secondo la propria coscienza», come rappresentante della nazione e senza vincoli di sorta nei confronti dei suoi elettori – costituisce la leva attraverso cui si consuma il sistematico tradimento della volontà popolare e lo scudo dietro il quale si nasconde poi il «misfatto».

Di contro ai partiti e ai parlamenti – è il terzo tratto distintivo, strettamente connesso al secondo – i movimenti populisti tendono a esaltare e promuovere forme di democrazia in vario modo «diretta», «immediata» o addirittura «istantanea». Sempre nel loro immaginario, infatti, il «popolo» non è soltanto di per sé sano, virtuoso, laborioso e dotato di buon senso. È anche perfettamente in grado di autogovernarsi in prima persona e di porre quindi fine, una volta per tutte, all’onnipotenza delle vecchie e rapaci élites del potere. Deriva da qui l’insistenza sulla necessità di rafforzare il ricorso ai referendum e alle consultazioni popolari; di sostituire alla «libertà di mandato» dei rappresentanti forme chiare di «mandato imperativo» che trasformino coloro che vengono eletti (o addirittura sorteggiati) dal popolo in semplici «delegati» o «portavoce» sempre revocabili dal popolo stesso; e ancora l’idea radicale – incarnata in modo esemplare dal Movimento 5 Stelle attraverso la «piattaforma Rousseau» – di mobilitare in permanenza un «popolo deliberante» a colpi di clic grazie alle straordinarie opportunità messe oggi a disposizione dalla Rete.

Questa spinta al direttismo – ed è il quarto tratto distintivo dei movimenti populisti – si traduce quasi sempre nel riconoscimento di un «capo» dotato di qualità in vario senso «carismatiche», capace cioè di interpretare ed esprimere la voce e i sentimenti più profondi del «proprio» popolo. Si attiva così una tipica pulsione «plebiscitaria» che, dopo aver delegittimato partiti e parlamenti, culmina infine nell’identificazione con un leader che incarna nella sua persona le qualità, i sentimenti e i desideri più profondi del popolo. Secondo molti critici, è proprio in questa pulsione plebiscitaria, dai tratti fortemente emozionali, che si annidano i maggiori pericoli del populismo: essa tende infatti a concentrare enormi consensi e quindi poteri eccezionali su singoli leader, che possono poi disporne a piacimento, mettendo sotto tensione, ovviamente «in nome del popolo», gli stessi istituti di garanzia della democrazia liberale.

Questa tensione di fondo con i meccanismi della democrazia liberale – ed è il quinto tratto distintivo dei populismi contemporanei – è del resto implicita nell’appello costante al popolo come giudice di ultima istanza degli orientamenti di una data comunità politica. Al di là degli evidenti rischi di manipolazione che possono veicolare, tali appelli minano in radice l’idea che i regimi democratici siano, oltre che l’espressione della volontà popolare, regimi che si fondano su precise regole fissate in costituzione. I Padri costituenti della Repubblica italiana, che avevano fresco il ricordo del ventennio fascista, avevano scolpito il punto nel secondo comma dell’art. 1 della Costituzione: «la sovranità – vi si legge – appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». È proprio quel fondamentale inciso che quasi tutti i movimenti populisti, per la loro stessa essenza e a prescindere dai loro diversi orientamenti, mettono in discussione spostando tutto l’accento sull’irresistibile e travolgente sovranità del popolo. In tal modo essi finiscono per attivare spinte «destituenti» che possono diventare molto pericolose. Soprattutto quando – come oggi capita sempre più spesso – da movimenti di protesta diventano forze di governo.

 

Le ragioni del successo dei populismi contemporanei

Con tutti i suoi peculiari caratteri il «populismo» è stato fin dalle sue origini una tentazione ricorrente e al contempo il compagno scomodo delle moderne democrazie rappresentative. E in effetti, sia pure con diversa intensità, gli appelli al popolo contro le élites del potere, la polemica antipartitica e antiparlamentare, le spinte direttistiche, le pulsioni leaderistico-plebiscitarie e la stessa vocazione destituente «in nome del popolo» hanno sempre costellato la storia della democrazia, che in fondo, intesa alla lettera, dovrebbeessere in ultima istanza proprio il «governo del popolo».

In un certo senso, poi, il «populismo» fa parte di fatto dello stesso normale ciclo di vita delle democrazie rappresentative, come mostra lo spettacolo di qualsiasi moderna elezione di massa. È quello, infatti, il momento in cui la politica assume tratti tipicamente populisti: scende nelle piazze (reali o virtuali), si mette completamente al servizio del popolo e dei suoi desideri, quali che siano, e si affida – l’espressione è di Max Weber – ai «dittatori del campo di battaglia elettorale», vale a dire a leader plebiscitari che sanno conquistare emozionalmente grandi consensi popolari. Passata la tempesta delle elezioni, tuttavia, nelle moderne democrazie rappresentative la politica torna a scorrere nei suoi luoghi naturali: le segreterie dei partiti, le aule parlamentari e più in generale le istituzioni.

Oggi non è più così. I movimenti populisti dilagano un po’ dappertutto. Hanno la meglio sui partiti tradizionali. Vincono le elezioni. Vanno al governo e continuano ad agitare, in nome del popolo, lo spettro del potere destituente, mettendo costantemente sotto tensione le stesse istituzioni della democrazia liberale. Come si spiega il loro crescente successo?
Per essere convincente, la risposta a questo interrogativo dovrebbe prendere in esame caso per caso situazioni e fattispecie talora molto diverse tra loro. L’onda lunga del populismo è tuttavia troppo ampia per essere semplicemente il frutto di circostanze «locali». Alle sue radici vi è, con ogni evidenza, una crisi più generale delle democrazie liberali nella forma che hanno preso nel corso del Novecento.

Questa crisi è al tempo stesso una crisi di «legittimità» e di «efficienza»: deriva da una disaffezione crescente per la politica in un’epoca in cui la politica stessa è sempre meno in grado di dare risposte alle domande e ai bisogni più urgenti e talora elementari delle persone. Le sue ragioni vanno a loro volta ricercate – sia detto qui in estrema sintesi – nei nuovi equilibri generati dai processi di globalizzazione e soprattutto nei poteri crescenti che hanno acquisito da un lato i giganti dell’economia e della finanza mondiali e dall’altro grandi organizzazioni tecno-burocratiche di carattere sovranazionale quali ad esempio la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e, per molti aspetti, la stessa Unione Europea. Rispetto a questi «giganti», in grado di condizionare in radice (e talora di rovinare) l’esistenza di interi Stati e quindi delle persone, le armi tradizionali della politica nazionale – governi, parlamenti e partiti – sono diventate del tutto spuntate. E la loro inefficacia genera appunto disaffezione e disorientamento. Da qui, appunto, la crisi strutturale delle democrazie contemporanee, che dunque, con ogni evidenza, ha un nesso profondo con l’attuale «momento populista».

 

Letture consigliate

M. Anselmi, Populismo. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017
R. Biorcio, Il populismo nella politica italiana. Da Bossi a Berlusconi, da Grillo a Renzi, Mimesis, Milano 2015
C. de la Torre, Routledge Handbook of Global Populism, Routledge, Abingdon-New York 2018
Y. Mény, Y. Surel, Populismo e democrazia, Il Mulino, Bologna 2001
J.-W. Müller, Che cos’è il populismo, Università Bocconi Editore, Milano 2017
D. Palano, Populismo, Editrice Bibliografica, Milano 2017
M. Tarchi, L’Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Il Mulino, Bologna 2015
P. Taggart, Il populismo, Città Aperta, Troina 2001
L. Zanatta, Il populismo, Carocci, Roma 2013

Crediti box e banner: Giuseppe Pellizza da Volpedo, “Il Quarto Stato” (Wikipedia)