Turchia: il fallito colpo di Stato del 15-16 luglio 2016

Turchia: il fallito colpo di Stato del 15-16 luglio 2016 (ottobre 2016)

Francesco Tuccari

Nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016 la Turchia è stata teatro di un tentativo di colpo di Stato organizzato da alcuni reparti delle forze armate contro il presidente della repubblica Recep Tayyip Erdoğan. Seguito in diretta dai grandi network televisivi internazionali e fallito nell’arco di poche ore, il golpe ha messo a nudo di fronte all’opinione pubblica mondiale le difficoltà e le contraddizioni in cui versa ormai da anni il paese. Nello stesso tempo ha dato modo al suo leader di imprimere una svolta decisamente autoritaria agli equilibri complessivi del sistema politico turco. Con effetti e conseguenze tuttora imprevedibili.

I contorni e i dettagli del fallito colpo di Stato non sono stati ancora del tutto chiariti. Sulle sue reali ragioni, i suoi veri mandanti e la sua stessa «sostanza» permangono del resto seri dubbi. Quel che è certo è che oggi la Turchia – membro della Nato dal 1952 e da tre decenni in difficili e forse impossibili trattative per entrare a far parte dell’Unione Europea – appare come un paese in profonda crisi di identità, assai più fragile di quanto la politica «muscolare» di Erdoğan non lasci trasparire. Nel quadro della più ampia crisi che investe l’intero Medio Oriente, questa fragilità aggiunge un elemento di instabilità assai preoccupante per gli equilibri complessivi della regione e, di riflesso, per il resto del mondo.

 

Un «paese in bilico»

Secondo una nota definizione del politologo americano Samuel P. Huntington, la Turchia è ormai da molto tempo un «paese in bilico». Sorta sulle ceneri dell’impero ottomano alla fine del primo conflitto mondiale, essa fu originariamente plasmata, negli anni Venti e Trenta del Novecento, dalle energiche riforme di Mustafa Kemal Ataturk (1881-1938), il quale si sforzò di liquidare l’eredità del passato ottomano e musulmano e di conferire al paese il profilo di uno stato nazionale, laico e repubblicano di tipo occidentale. Questo orientamento «occidentalista» si rafforzò ulteriormente negli anni della guerra fredda, quando la Turchia – entrata nella Nato – divenne di fatto una sorta di barriera di protezione dell’Occidente contro l’espansione dell’Unione Sovietica verso l’Europa meridionale, il Mediterraneo, il Medio Oriente e il Golfo Persico.

Recep Tayyip Erdoğan (Immagine: Wikimedia Commons)

Recep Tayyip Erdoğan (Immagine: Wikimedia Commons)

Finita la guerra fredda ed esaurita la minaccia sovietica, questo ruolo di contenimento venne meno. Lo Stato turco diventò allora – come si poté vedere durante la guerra del Golfo del 1991 – un prezioso alleato dell’Occidente nei rapporti, spesso conflittuali, con i paesi arabi. Una simile svolta, tuttavia, doveva sollevare crescenti problemi di identità in un paese che, al di là dell’orientamento prevalente delle sue classi dirigenti, restava in stragrande maggioranza musulmano. I difficili negoziati per l’adesione all’Unione Europea, che sollevarono l’annosa questione dell’«identità cristiana» dell’Europa rendendo sempre più palese una generale ostilità circa l’ingresso della Turchia nella Ue, fecero il resto. Il risultato fu che, nel quadro di una più ampia e diffusa «rinascita islamica», cominciò a entrare in crisi l’orientamento laico e occidentalista del paese, sia tra le masse popolari sia tra le élites del potere. È in tale contesto che iniziarono a prendere vigore i partiti e le formazioni politiche islamiste, tra cui il Partito del Benessere, di orientamento fondamentalista, al quale aderì – fino al suo scioglimento nel 1998 – il futuro premier e poi presidente Erdoğan. Ed è sempre in tale contesto che andarono progressivamente ristrutturandosi le dinamiche della politica estera della Turchia, che iniziò a stringere legami più saldi con l’Azerbaigian e le repubbliche centro-asiatiche di lingua turca, intensificando al tempo stesso i rapporti con i paesi musulmani nei Balcani, in Asia centrale e in Medio Oriente.

 

Prima del golpe: Erdoğan al potere

È su questo sfondo che, all’inizio del nuovo millennio, è maturato il successo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), di orientamento islamista moderato, fondato nel 2001. A partire dalle elezioni politiche del 2002 e sino ad oggi l’AKP si è imposto come il primo partito del paese, con elevatissime percentuali di consensi che hanno permesso al suo leader Erdoğan di ricoprire ininterrottamente la carica di primo ministro (2003-2014) e poi di presidente della repubblica (2014-oggi).

Durante questo lungo periodo di permanenza al potere, il partito e il suo capo hanno manifestato crescenti tendenze islamiste, neo-ottomane e anti-occidentali. Tali tendenze si sono accentuate dapprima nel 2003, all’epoca della guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein, e poi, a partire dal 2011 – all’indomani delle cosiddette «primavere arabe» – in concomitanza con la drammatica guerra civile in Siria, tuttora in corso nel contesto della profonda ristrutturazione geopolitica della regione provocata dall’affermazione dello Stato islamico (Isis). In questo quadro – ulteriormente complicato dal periodico riaccendersi del problema dell’indipendentismo curdo (che ha segnato a fondo la storia della Turchia sino almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso), dal moltiplicarsi di attentati terroristici di varia e incerta matrice (l’ultimo dei quali ha provocato il 28 giugno 2016 circa cinquanta morti all’aeroporto «Ataturk» di Istanbul), dalla lotta contro l’Isis (in cui i curdi svolgono tra l’altro un ruolo assai importante) e dalla pressione esercitata da una massa enorme di rifugiati provenienti dalla Siria e dall’Iraq – il regime di Erdoğan ha assunto tratti sempre più chiaramente autoritari.

Questa deriva ha suscitato crescenti opposizioni nel paese: non soltanto negli ambienti neo-kemalisti del Partito Popolare Repubblicano (CHP), il principale partito d’opposizione, tra le stesse forze islamiche e nella sinistra moderata e in quella radicale, ma anche e soprattutto nelle file dell’esercito, che costituisce fin dalle origini della storia repubblicana della Turchia il custode della laicità e della stabilità dello Stato. Un custode che già più volte ha condizionato in modo diretto e indiretto la politica del paese attraverso veri propri golpe (1961, 1980) o pesanti minacce e intimidazioni ai governi di volta in volta in carica (1971, 1997).

 

Il golpe

È in questa difficile situazione che ha preso corpo il tentato golpe del 15-16 luglio 2016. Esso ebbe materialmente inizio nella tarda serata del 15 e si concluse poche ore dopo, nella mattinata del 16, con la resa pressoché completa dei militari ribelli, a cui fece seguito la dichiarazione ufficiale da parte del governo del fallimento del colpo di Stato.

Ponte sul Bosforo a Istanbul chiuso al traffico veicolare il 14 luglio 2016 (Immagine: Wikimedia Commons)

Ponte sul Bosforo a Istanbul chiuso al traffico veicolare il 14 luglio 2016 (Immagine: Wikimedia Commons)

Non è ovviamente possibile ricostruire con precisione la dinamica dei fatti. Per quel che al momento è dato sapere, i golpisti agirono nelle due principali città della Turchia, Istanbul e la capitale Ankara. Presero il controllo degli aeroporti e di alcuni importanti ponti e arterie stradali. Bloccarono, per quanto possibile, l’accesso ai social network. Oscurarono le trasmissioni delle principali reti radiotelevisive del paese. Ingaggiarono conflitti a fuoco con le forze fedeli al governo, anche nei pressi del palazzo presidenziale e del Parlamento. Presero in ostaggio il capo di stato maggiore delle forze armate Hulusi Akar. Occuparono diverse sedi dell’AKP. Dichiararono il coprifuoco e la legge marziale e rilasciarono in TV dichiarazioni rassicuranti circa la loro intenzione di garantire la democrazia e la laicità dello Stato.

Per quasi due ore dall’inizio delle manovre dei golpisti non si ebbero notizie certe sulla sorte di Erdoğan, secondo alcune fonti in volo verso qualche imprecisata capitale europea o il Qatar. Poi però, poco prima della mezzanotte, in una drammatica videochiamata sul cellulare di un giornalista ripresa in diretta televisiva sulla CNN turca, il presidente riuscì a inviare un disperato messaggio che incitava il popolo a scendere nelle strade per combattere i golpisti. Il messaggio, rilanciato in tutto il paese dalle moschee, sortì il suo effetto. Le strade – stando a quello che hanno riferito e in parte confusamente ripreso le televisioni – si riempirono di manifestanti decisi a respingere i golpisti. Sembrarono le prime scintille di una vera e propria guerra civile. Le forze militari e di polizia fedeli al regime fecero poi la propria parte e nel giro di poche ore – al prezzo di svariati scontri, conflitti a fuoco e persino bombardamenti aerei in cui persero la vita quasi 300 persone tra civili e militari delle opposte fazioni – riuscirono a sventare il colpo di mano militare. Già di prima mattina Erdoğan riuscì a fare ritorno a Istanbul e a dichiarare fallito – nonostante alcune piccole sacche di resistenza – il colpo di stato.

 

Dopo il golpe

Ritornato pienamente in possesso dei suoi poteri, il presidente ha dato avvio a una vasta e sistematica opera di repressione, proclamando il 20 luglio lo stato d’emergenza per tre mesi e rinnovandolo poi per altri 90 giorni al principio di ottobre. Un bilancio preciso di quest’opera di repressione non è ancora possibile. Sono però senz’altro diverse decine di migliaia i militari, i poliziotti, i magistrati, i giornalisti, gli insegnanti, gli accademici e i dipendenti pubblici che in tutto il paese sono stati rimossi dai propri incarichi e in molti casi arrestati. Il governo ha anche prospettato la possibilità di reintrodurre la pena di morte.

Fethullah Gulen (Immagine: L'Indro)

Fethullah Gulen (Immagine: L’Indro)

Tra i principali ispiratori e mandanti del golpe il presidente ha indicato un suo vecchio compagno di strada diventato poi suo avversario politico, il predicatore Fetullah Gulen, leader del movimento politico-religioso Hizmet, da anni in esilio volontario negli Stati Uniti. Secondo Erdoğan esisterebbero prove concrete di un coinvolgimento diretto suo e del suo movimento nel tentato golpe, in cui potrebbero aver giocato un ruolo decisivo, sempre a suo giudizio, gli stessi Stati Uniti. Da qui la richiesta turca di estradizione del predicatore e un vistoso irrigidimento dei rapporti diplomatici e politici con l’amministrazione americana, concomitante a un netto riavvicinamento alla Russia di Putin dopo un lungo periodo di gravi tensioni.

È estremamente difficile valutare la fondatezza di queste accuse, respinte con forza dallo stesso Gulen e dagli USA. Di certo, la deriva autoritaria che il regime di Erdoğan e dell’AKP aveva già preso negli anni passati è giunta oggi a un punto di non ritorno, grazie a un golpe assai male organizzato oppure, secondo alcuni, preparato ad arte dallo stesso regime. Il risultato è che la Turchia di oggi – nella sua fondamentale posizione strategica tra Europa, Mediterraneo, Medio Oriente e Asia centrale, tassello cruciale (con la base Nato di Incirlik) della lotta contro l’Isis e con milioni di profughi in fuga dalla guerra nel suo territorio – è diventato un paese potenzialmente assai instabile, a rischio di implosione, sempre più lontano dall’Europa e dalla stessa Nato, soprattutto se il regime persisterà ulteriormente nella sua stretta autoritaria.

 

Immagine banner e box in homepage: Wikimedia Commons