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Forme di governo e sperimentazione politica: la democrazia Ateniese

Tra le tante forme di governo elaborate e teorizzate dagli antichi Greci, la democrazia è certamente quella che ha avuto maggiori conseguenze sugli sviluppi futuri, ed è quella che presenta i piùevidenti punti di rottura rispetto al fare politico usuale.

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La riflessione filosofica e storiografica greca ha manifestato – praticamente fin da subito – grande interesse per le forme di governo: pensiamo alle considerazioni su monarchia, aristocrazia e democrazia di Erodoto (nel libro III delle Storie, ai capp. 80-82), alle riflessioni sparse di Tucidide sulla democrazia e sul suo funzionamento, alla teorizzazione dello stato ideale di Platone nella Repubblica, all’analisi dettagliata di Aristotele nella Politica (in ben otto libri), alla presentazione dei vari governanti/uomini di stato esemplari da parte di Senofonte (Agesilao, Ciropedia, Ierone), per arrivare all’anaciclòsi (= ritorno ciclico) di Polibio (la rassegna è largamente incompleta: serve, spero, a dare un’idea della consistenza e della persistenza dell’interesse greco al tema).
Quella di Polibio è certamente una delle teorizzazioni di maggior successo sulle forme di governo e sulle loro evoluzioni (ripresa emblematicamente da Niccolò Machiavelli nel Principe).
Nella ricostruzione di Polibio (che riprende concetti già espressi da Aristotele nella Politica, spec. nei libri III-VII) le forme di governo si susseguono obbligatoriamente a causa della loro degenerazione: la monarchia si trasforma in tirannide, e quindi induce il cambiamento. Alla monarchia/tirannide subentra l’aristocrazia (governo dei migliori), che a sua volta, con il tempo, degenera in oligarchia (governo di pochi, e non necessariamente i migliori), causando un nuovo cambiamento: la democrazia (il governo del popolo, la partecipazione attiva di tutti i cittadini alla vita pubblica); la democrazia degenera in oclocrazia (governo delle masse, sostanzialmente fuori controllo) che induce a un ennesimo cambiamento, con il quale si ritorna alla condizione di partenza, la monarchia. Il ciclo è completo. Il circuito è chiuso. E il ciclo, nell’ottica di Polibio, è destinato a ripetersi, secondo una visione sostanzialmente deterministica e meccanicistica della storia.
Fanno eccezione Sparta e lo stato romano, dove le tre forme di governo, combinate in sinergia, hanno garantito stabilità e non hanno prodotto desiderio di cambiamento. Rispettivamente a Sparta e a Roma, Polibio individua l’istituto monarchico nella diarchia e nel consolato, quello aristocratico nella gherusia e nel senato, quello democratico nell’apella e nel tribunato (e nei concili) della plebe.

Dal punto di vista storico, guardando al caso della Grecia, in forme variamente articolate e declinate troviamo ovunque forme di monarchia o di aristocrazia, tranne ad Atene nel V secolo a. C., perché Atene, nel V secolo a. C., inventa la democrazia, portandola alla sua più radicale espressione.
La democrazia, è bene ricordarlo, è un esperimento tutto ateniese, e alla democrazia ateniese si rifanno, almeno nel nome, i moderni ordinamenti democratici.
La democrazia ateniese poggiava su alcuni capisaldi ideologici fondamentali: parresia; isegoria e isonomia.

Questi principi, variamente adattati, sono alla base dei principi fondamentali della costituzione italiana: si considerino specialmente gli articoli 1 e 3 (https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali)
La parresia e l’isegoria possono esser fatte coincidere, con buona approssimazione, con i nostri moderni concetti di diritto di opinione e di espressione; l’isegoria, più nello specifico, implica che, nel caso di organi collegiali, il parere di un membro conta quanto quello degli altri membri (non c’è un’opinione che pesa di più secondo una norma stabilita, un privilegio o uno status acquisiti o simile).
L’isonomia, ovvero “leggi uguali per tutti”, sancisce l’uguaglianza del cittadino di fronte alla legge.
Da qui deriva, concretamente, il diritto/dovere di ciascun cittadino a prendere parte attiva alla vita della polis attraverso il voto. Lo slogan «one man, one vote» è particolarmente vero nell’Atene democratica.

L’anonimato e la lotta al culto della personalità

L’idea di un demos come insieme di cittadini uguali tra loro che governa la polis si è fatta strada progressivamente, e specialmente il senso di uguaglianza sembra aver faticato ad affermarsi (ammesso che si sia davvero affermato). Certamente alcuni settori della polis – si pensi specialmente ai ghene aristocratici – faticavano a riconoscersi come uguali e pari ai loro concittadini “semplici”.
La democratica Atene ha provato in più modi a ribadire e consolidare questo senso di uguaglianza, di partecipazione e condivisione (leggi, sistemi di voto, “propaganda democratica” attraverso i media del tempo: la comunicazione poetica, il teatro, l’iconografia ecc.).
Tra questi spicca, a livello ideologico, la esaltazione della collettività a discapito del singolo, dell’anonimato a discapito del culto della personalità.
In questa direzione vanno sia la procedura dell’ostracismo (= mandare in esilio chiunque fosse ritenuto potenzialmente pericoloso perché in grado di aspirare alla tirannide) sia la scelta di sopprimere tutti quelle forme di esaltazione e celebrazione individuale legate al nome: l’esaltazione della collettività relega il singolo nell’anonimato.

Il primo esempio di “anonimato” ideologico si può individuare in quanto riferisce Erodoto (5. 77. 4) a proposito della vittoria militare ateniese (già sulla via della democrazia) su Beoti e Calcidesi nel 506 a. C. Per celebrare e ricordare l’evento gli Ateniesi dedicarono sull’acropoli una quadriga in onore di Pallade Atena, eretta con le spoglie di guerra, alla cui base era posta la seguente iscrizione in distici elegiaci:
 

ἔθνεα Βοιωτῶν καὶ Χαλκιδέων δαμάσαντες
παῖδες Ἀθηναίων ἔργμασιν ἐν πολέμου
δεσμῷ ἐν ἀχνυόεντι σιδηρέῳ ἔσβεσαν ὕβριν·
τῶν ἵππους δεκάτην Παλλάδι τάσδ’ ἔθεσαν.

I popoli dei Beoti e dei Calcidesi avendo domato
i figli degli Ateniesi nelle imprese di guerra
in un tetro ceppo di ferro ne spensero la tracotanza
e come decima da essi posero queste cavalle a Pallade
(trad. G. Nenci)

Al tema dell’anonimato dedica ora uno studio approfondito (con ampia rassegna di testimonianze) Manuela Giordano: ΕΣΤΙ ΠΟΥ ΤΟ ΤΩΝ ΣΤΡΑΤΗΓΩΝ ΟΝΟΜΑ; ΟΥΔΑΜΟΥ. Note sull’anonimato ad Atene, che apparirà sul prossimo numero della rivista “Seminari Romani di Cultura Greca”.

Come artefici della vittoria non sono ricordati i comandanti, ma “i figli degli Ateniesi”: quella di Atene non è una vittoria individuale, ma una vittoria popolare.
Numerosi altri esempi si potrebbero ricordare in questa direzione. E tutti definiscono un identico quadro ideologico e politico: l’Atene democratica tenta di abbattere l’individualismo a favore della collettività, impone il sacrificio del nome e della fama del singolo perché quel che si fa lo si fa per la polis, non per sé stessi, per la propria gloria o il proprio vantaggio. L’ideologia ateniese tenta di imporre il senso dell’utile comune a discapito del guadagno personale (in qualunque termini lo si voglia intendere).
Il noi si impone sull’io: «Siamo tutti figli degli Ateniesi: noi siamo Atene». E in questo noi, i singoli nomi non hanno alcuna importanza: inutile dirli o ricordarli.

Che Atene abbia fallito, è un fatto. Che sia stata tra le poche a provarci, merita rispetto: lo spirito di servizio dei “figli degli Ateniesi” è un miraggio lontano.


Crediti immagine: View of the Acropolis from the Pnyx, Rudolf Müller (Wikimedia Commons)

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