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La letteratura e la questione della razza

Dall’Autobiografia di Malcolm X (1965) passando per La stanza di Giovanni di James Baldwin (1956) ad Amatissima (1987) del premio Nobel per la letteratura Toni Morrison, Andrea Tarabbia analizza la questione razziale nella letteratura, soffermandosi soprattutto sugli scrittori afroamericani della seconda metà del Novecento.

«Quando mia madre era incinta di me, come mi disse in seguito, un gruppo di cavalieri incappucciati del Ku Klux Klan arrivò al galoppo, di notte, davanti alla nostra casa a Omaha nel Nebraska. Dopo aver circondato l’edificio, essi urlarono a mio padre di uscire: erano tutti armati di fucili e carabine. Mia madre andò alla porta principale e l’apri. Stando in piedi, in una posizione tale che potessero vedere che era incinta, disse loro che era sola con i suoi tre bambi­ni e che mio padre era lontano, a predicare a Milwaukee. Gli uomini del clan urlarono minacciosi ammonendola che avremmo fatto bene a lasciare la città perché  “i buoni cri­stiani bianchi” non erano disposti a sopportare che mio pa­dre “facesse opera sediziosa” tra i “buoni” negri di Oma­ha con quelle idee di “ tornare in Africa “ predicate da Mar­cus Garvey».

È l’incipit, celeberrimo e bellissimo, dell’Autobiografia di Malcolm X – opera pubblicata nel 1965, anno in cui, il 21 febbraio, il leader afroamericano fu assassinato mentre teneva uno dei suoi famosi discorsi nel quartiere di Harlem, a New York. Negli ultimi anni, Malcolm X aveva avuto numerosi incontri con lo scrittore Alex Haley, al quale aveva raccontato la sua vita, il suo percorso e le sue idee. Era nato in Nebraska nel 1925, suo padre era un pastore battista molto noto negli Stati Uniti perché era convinto che la popolazione afroamericana non avrebbero mai raggiunto, in America, diritti pari a quelli dei bianchi, e che dunque l’unica soluzione per vivere in pace sarebbe stata quella di tornare in Africa. Era, quella del padre di Malcolm, una posizione strana, controversa allora e inaccettabile oggi, così come oggi è inaccettabile che, per definire gli afroamericani, si usi la parola “negro”, che negli anni Sessanta non aveva le connotazioni razziste che invece ha oggi. Dopo una giovinezza turbolenta, durante la quale finì più volte in galera, Malcolm Little (questo è il vero nome di Malcolm X) si avvicinò alla Nation of Islam, diventandone presto una delle figure di punta.

La sua autobiografia è uno dei grandi libri del secondo Novecento, e lo è non solo perché racconta una vita fuori dell’ordinario, dedicata alla lotta per l’uguaglianza tra gli esseri umani di qualunque fede e colore, ma perché chi la redasse, Alex Haley, è stato un grande scrittore, qualcuno che ha saputo carpire i segreti meglio custoditi di Malcolm X e dar loro una struttura letteraria potente. Pensate, poche righe dopo quell’incipit formidabile, Haley fa dire a X, il cui padre fu assassinato nel 1931: «Ho sempre avuto la convinzione che anch’io morirò di morte violenta e ho fatto tutto quanto era in mio potere per prepararmi a tale evenienza». Ecco, chi legge il libro, oggi come nel 1965, trova in questa frase come un presagio, qualcosa che getta un’ombra oscura, e a suo modo mitica, su tutto il racconto.

Una decina di anni dopo l’Autobiografia, Haley scrisse un’altra opera fondamentale, Radici. Era il 1976, e Radici, che è un romanzo in cui l’autore rielabora la storia del ramo materno della sua famiglia, comincia raccontando le vicende di Kunta Kinte, che intorno alla metà del Settecento fu deportato dal Gambia agli Stati Uniti. Personaggio sospeso tra realtà, memoria e rielaborazione letteraria, Kunta Kinte è entrato nell’immaginario occidentale (anche bianco, dunque) come l’archetipo dello schiavo che sogna una vita libera.

KUNTA KINTE E LA MUSICA: DANIELE SILVESTRI https://www.youtube.com/watch?v=--FAhDMhJSo E KENDRICK LAMAR https://www.youtube.com/watch?v=hRK7PVJFbS8

La seconda metà del Novecento è un momento cruciale per la letteratura degli afroamericani, soprattutto negli Stati Uniti: nel 1960 Harper Lee pubblica Il buio oltre la siepe, che oggi è considerato un classico, ma hanno grande eco anche le opere di alcuni scrittori come Richard Wright, Ralph Ellison e James Baldwin. Il romanzo più famoso del primo, Ragazzo negro (1945), è autobiografico: racconta di un’infanzia povera e vissuta ai margini, e di un riscatto attraverso la letteratura; il romanzo più famoso di Ellison si intitola invece Uomo invisibile e, nel 1953, vinse il prestigioso National Book Award – uno dei premi letterari di lingua inglese più importanti: è un’opera vasta e a suo modo sperimentale, il cui protagonista non ha nome né cognome – può essere dunque visto come qualcuno che è privo di identità (il mondo bianco gliela nega), ma anche come qualcuno che rappresenta la condizione generale di tutti gli afroamericani; conduce una vita di umiliazioni e fatiche, nella continua speranza di essere riconosciuto come essere umano, subisce violenze e soprusi, trova forse un riscatto mentre, ad Harlem, i tempi sembrano essere ormai maturi per una rivolta.

«Credo che ogni scrittore senta che il mondo in cui è nato non è altro che una cospirazione contro il suo talento» - così scrive James Baldwin in un testo autobiografico del 1952. Non ha ancora trent’anni, ma viene da una famiglia povera (ha otto tra fratelli e sorelle), è nero in un mondo che privilegia i bianchi, è omosessuale in un mondo dove l’omosessualità è un tabù. Parlerà apertamente dell’omosessualità nel bellissimo La stanza di Giovanni, scritto nel 1956, e in Un altro mondo, libro che nel 1962 gli scatenerà contro le ire di alcuni leader dei movimenti per i diritti dei neri, come le Pantere nere, poiché secondo loro la rappresentazione dell’omosessualità nella comunità nera nasconde, in Baldwin, una forma di disprezzo nei confronti della sua stessa gente – come si vede, i pregiudizi si annidano ovunque. Pacifista e giramondo, Baldwin è una personalità irrequieta, sempre arrabbiata e in lotta non solo contro i pregiudizi nei confronti di neri e omosessuali, ma anche contro certi preconcetti che appartengono a chi dovrebbe stare dalla sua parte.

QUI C’È UN RITRATTO DI BALDWIN https://privatebanking.bnpparibas.it/content/bnlpb/it/it/youmanist/magazine/cultura/rileggere-james-baldwin.html IN CUI SI CITA UN DOCUMENTARIO SU DEL 2016 INCENTRATO SU DI LUI. SI INTITOLA I’M NOT YOU NEGRO: https://www.mymovies.it/film/2016/iamnotyournegro/

Infine Toni Morrison, scrittrice immensa. Ha messo la questione razziale al centro di un’opera vastissima, composita, il cui punto più alto è, forse, Amatissima (1987): è un romanzo ambientato all’epoca della Guerra civile americana, e si basa sulla storia vera di una madre che, per evitare alla figlioletta una vita di schiavitù, compie un gesto terribile; ma non è un romanzo storico, o non solo: ci sono i fantasmi, nella casa dove abita Sethe, la protagonista. Figura di grande carisma, Toni Morrison è stata la prima donna afroamericana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura (nel 1993). Gira in rete una sua meravigliosa intervista, pacata e potente, in cui Morrison risponde a questa domanda: «Ha mai pensato di scrivere un romanzo che non ruoti attorno alla questione della razza?» L’intervista è in inglese (l’indirizzo è questo: https://www.youtube.com/watch?v=F4vIGvKpT1c), così provo a riassumere un po’ il senso della risposta. Si tratta di una domanda intrinsecamente razzista, e per averne la prova basta ribaltarla: immaginate un intervistatore chiedere a uno scrittore o una scrittrice bianchi, che nei loro romanzi parlano di gente bianca, se hanno mai pensato di scrivere un romanzo che non ruoti attorno alla questione della razza, o se pensano di inserire personaggi afroamericani nei loro libri. Suonerebbe molto strano, no?, e vagamente razzista. Morrison continua dicendo che, a volte, le è capitato che qualcuno la accusasse del fatto che, poiché nei suoi libri ci sono soltanto personaggi afroamericani e di fatto manca un confronto tra bianchi e neri, la realtà nelle sue opere non è rappresentata nella sua totalità. Dice: «È come se la nostra vita non avesse significato e profondità senza il punto di vista bianco. Ho speso tutta la mia vita di scrittrice cercando di fare in modo che il punto di vista bianco non fosse dominante dentro i miei libri». I neri, dice sostanzialmente Morrison, non devono spiegare o giustificare nulla davanti a nessuno, e cita come fonte fondamentale della sua scrittura il romanzo Le cose crollano (1958), dello scrittore nigeriano Chinua Achebe (uno dei giganti della letteratura africana): è la storia di Okonkwo, che guadagna prestigio nel suo villaggio e in tutta l’Africa grazie alla sua abilità di lottatore; il romanzo è ambientato all’inizio del Novecento, e poco a poco in Nigeria cominciano ad arrivare i colonizzatori europei, che portano cristianesimo e sfruttamento, a cui Okonkwo si ribella. Le cose crollano è considerato tra le opere più importanti della letteratura del continente africano, e forse non a caso è un’opera che parla di tradizioni e di ribellione all’uomo bianco.


Crediti immagini: Malcom X (Wikimedia Commons)

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