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A scuola dai Romani: l'istruzione per pochi, che non serve alla vita

Nell'antica Roma il sistema scolastico era al centro di grandi critiche, che emergono da testi come il "Satyricon" di Petronio o le "Lettere a Lucilio" di Seneca. Le famiglie benestanti affidavano i figli ai precettori, mentre nelle scuole le materie venivano affrontate spesso attraverso un vuoto manierismo formale
Che cosa imparano i giovani a scuola? La scena iniziale del Satyricon di Petronio (o meglio, della parte di testo giunta fino a noi) è ambientata in una scuola. Il giovane Encolpio, protagonista del romanzo, lamenta che è finita da un pezzo la stagione della grande poesia, e l'oratoria è ridotta a un'insulsa ripetizione di argomenti stereotipati, dai toni reboanti. La sua generazione è incapace di esprimere veri talenti, degni di stare alla pari con Sofocle o Euripide, con Omero e con Pindaro, mentre la stagione dell'oratoria politica e della filosofia è tramontata per sempre. Quali sono le cause di tanto degrado? Encolpio non ha dubbi, la colpa è tutta della scuola: adulescentulos existimo in scholis stultissimos fieri, quia nihil ex his quae in usu habemus aut audiunt aut vident («penso che i ragazzi nelle scuole diventino stupidi del tutto, perché non ascoltano o vedono niente che abbia a che fare con la vita quotidiana», Satyricon 1,3). E quando, freschi di studi, fanno il loro debutto nel foro, credono di essere finiti su un altro pianeta ([putant] se in alium orbem delatos). Non fa eccezione lo stesso Encolpio, che mentre attacca le inefficienze dell'istruzione scolastica, si mostra affetto da tutte le tare tipiche dello scholasticus, lo studente delle scuole di retorica: il suo discorso è «una minestra di cavolo riscaldata» (crambe repetita), come Giovenale (Satire 7,154) definisce le prove di eloquenza di cui sono capaci gli scolari, una di quelle che rischiano di uccidere ogni giorno i poveri professori nelle scuole. Del resto anche Seneca, affrontando la questione dal punto di vista della filosofia morale, mette in guardia il discepolo Lucilio dai pericoli di una cultura segnata dal superfluo, che si perde nei rivoli di sottigliezze fini a se stesse (Epistole a Lucilio 106,12): «come in tutte le cose, anche negli studi soffriamo di mancanza di misura: impariamo la lezione non per la vita ma per la scuola» (non vitae sed scholae discimus). Se ne ricava che nell'età del principato la scuola è lo specchio di una cultura priva di autenticità, irrimediabilmente lontana dalla realtà storica e sociale.
Per farti un'idea della trita oratoria di Encolpio, puoi vedere un monologo tratto dal film "Fellini Satyricon" cliccando qui
Il padre maestro del figlio e l'insegnamento scolastico Petronio, Giovenale, Seneca sono solo alcuni degli autori che ci fanno cogliere l'eco di una critica diffusa al sistema scolastico romano. Arretrando lo sguardo, il giudizio non varia di molto. Catone il Censore rivendicò a sé l'istruzione del figlio: pur avendo a disposizione in casa uno schiavo greco istruito, preferì insegnare personalmente al ragazzo a leggere e a scrivere (allo scopo aveva realizzato un libro vergato a caratteri grossi, contenente gli episodi più edificanti della storia gloriosa di Roma, affinché il ragazzo potesse assimilare intanto i valori del mos maiorum), così come gli insegnò a nuotare, a cavalcare e a maneggiare le armi, e infine lo rese esperto nel diritto. Ma non tutti i padri potevano occuparsi dell'istruzione dei propri figli, come Catone. Le famiglie più ricche assumevano precettori privati, le altre mandavano i figli a scuola. In tutti e due i casi il sistema mostrava le sue falle. La scuola primaria: la fatica di imparare Il primo grado dell'istruzione veniva conseguito nel ludus litterarius, una specie di scuola primaria destinata ai bambini dai sette ai tredici anni circa, in cui non si imparava molto più che a leggere, scrivere e far di conto. I contenuti erano rudimentali e i metodi piuttosto faticosi: gli scolari prima memorizzavano l'alfabeto latino, poi si esercitavano a riconoscere le lettere e quindi le parole su un testo, generalmente le Leggi delle XII Tavole, e solo dopo aver padroneggiato la lettura, cominciavano a riprodurre la forma delle lettere, incidendole con lo stilo sulla superficie cerata delle loro tavolette. Lo studio della matematica si esauriva invece nel calcolo aritmetico. Il materiale scrittorio era costituito da una o più tabellae legate insieme come in un quaderno, e dallo stilus, appuntito da una parte, per tracciare le lettere, appiattito dall'altra per cancellarle spianando la cera.
Ed ecco un esempio di abaco romano (qui ne vediamo una ricostruzione), la “calcolatrice” usata dagli scolari romani (crediti foto: Wikipedia)
Gli insegnanti, una professione screditata La professione di insegnante non godeva di grande prestigio sociale, non riceveva alcun riconoscimento né era sottoposta a controllo da parte dello stato. Il litterator, «maestro di scuola», era retribuito direttamente dalle famiglie con la misera paga di otto assi al mese per studente: così almeno testimonia Orazio (Satire 1,6,75), quando ringrazia suo padre per averlo fatto studiare a Roma sottraendolo all'ambiente provinciale di Venosa: «egli non volle mandarmi alla scuola di Flavio, dove andavano i ragazzi, grandi figli dei gran centurioni, astuccio e tavoletta sulla spalla sinistra, portando ogni quindici del mese gli otto assi di retta». Le lezioni si tenevano in locali angusti, se non direttamente per strada, sotto la pensilina di un negozio. Se le condizioni materiali in cui il litterator doveva lavorare erano avverse e cariche di conseguenze sulla qualità dell'insegnamento, non andava molto meglio ai precettori privati, in genere schiavi o liberti istruiti, giunti a Roma come prigionieri di guerra nell'età delle conquiste. La condizione servile, o comunque subalterna rispetto ai giovani affidati alle loro cure, aveva effetti disastrosi sul processo educativo. In un celebre passo delle Bacchides di Plauto, l'adulescens di turno riesce a piegare il pedagogo al suo volere ricordandogli chi è che comanda: tibi ego an tu mihi servus es? («Sono io il tuo schiavo o sei tu il mio?», v.162). Si capisce che la relazione tra docente e discente risultasse inevitabilmente compromessa. In un tale clima, per affermare la loro autorità, i docenti non esitavano a ricorrere alle maniere forti, come quelle del maestro manesco di Orazio, il plagosus Orbilius, che spiegava a suon di botte i versi di Livio Andronico al poeta da piccolo (Epistole 2,1,70). Gli studi secondari e superiori: una formazione d'élite Dopo l'istruzione primaria, i giovani romani frequentavano la scuola di un grammaticus, che insegnava in greco e in latino le due letterature, con una netta preferenza per quella greca (come testimonia anche il canone dei grandi autori cui fa riferimento lo scholasticus Encolpio nel sopracitato brano del Satyricon: in esso trovano posto Omero ma non Virgilio, Demostene ma non Cicerone, Pindaro ma non Orazio!). Quindi gli studenti si perfezionavano alla scuola di un retore, che li preparava nell'oratoria forense, politica e giudiziaria. In origine l'insegnamento era riservato alla sola retorica greca. La prima scuola di retorica latina, aperta dopo il 95 a.C. dal retore Plozio Gallo, ebbe vita breve: considerata un atto di ostilità nei confronti del senato, fu costretta alla chiusura già nel 93 a.C. per ordine dei censori. L'aristocrazia senatoria, consapevole della necessità che i suoi giovani avessero una formazione non inferiore a quella dei Greci che erano destinati a governare, a partire da II secolo a.C. aveva incoraggiato la fondazione di scuole sul modello ellenistico, ma volle sempre mantenere per sé il monopolio della formazione retorica. L'oratoria era infatti uno temibile strumento di lotta politica, capace di assicurare il successo elettorale. Le tendenze innovatrici emerse con il tentativo di Plozio Gallo furono poi riprese nella Rhetorica ad Herennium, un trattato di retorica sull'oratoria latina, e finalmente nell'età di Cesare trionfarono nei trattati di Cicerone. Per un riconoscimento formale dell'insegnamento però bisogna attendere l'età dei Flavi, quando nel 78 d.C. Vespasiano istituì la prima cattedra statale di retorica, lautamente retribuita, assegnandola a Quintiliano. Tuttavia la formazione retorica rimane sempre appannaggio di pochi. Il bilinguismo che caratterizza l'insegnamento superiore a Roma non è che il segno più evidente di una scuola di casta. Un insegnamento astratto e grammaticalizzato Mentre l'insegnamento della letteratura continua ad essere circoscritto all'analisi grammaticale e retorica, condotta parola per parola e verso per verso sulle grandi opere del passato, senza alcun interesse per il messaggio profondo dei testi letterari e per i valori ideali che ne costituiscono il significato, l'eloquenza si isterilisce in esercitazioni futili e astratte. Con l'avvento del principato viene meno lo spazio dell'oratoria politica (la libertà della repubblica si è esaurita) e di quella giudiziale (la giurisprudenza è dominio di una cerchia di specialisti) e la retorica perde la sua funzione civile: non serve più alla formazione di cives impegnati nella cosa pubblica, ma all'addestramento di funzionari statali e di abili conferenzieri. Nelle scuole di retorica si afferma la pratica delle declamationes, che vertono su argomenti fittizi, astrusi e inverosimili, scelti proprio per la loro singolarità, capace di destare meraviglia nell'uditorio. La retorica non mira più a convincere, ma a stupire. Seneca il Vecchio ci ha conservato un'ampia casistica dei temi tipici delle esercitazioni più in voga: le suasoriae, in cui si tenta di orientare l'azione di un personaggio famoso di fronte a situazioni incerte e assolutamente improbabili, e le controversiae, in cui si dibatte da posizioni contrapposte una causa fittizia sulla base di legislazioni arcaiche, cadute in disuso o anche inventate di sana pianta. Le scuole di retorica, con i loro vuoti esercizi di manierismo formale, sono lo specchio di una cultura ormai incapace di incidere sulla realtà, una cultura di cui Encolpio, il personaggio creato da Petronio, è una vittima esemplare. Crediti immagini: Apertura: Un magister romano con tre allievi. Bassorilievo rinvenuto a Neumagen-Dhron, presso Treviri. Link Box: "Nerone e Seneca" di Eduardo Barron. Madrid, Museo del Prado. Link
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