Agenda 2030 e diritti ambientali. Definizioni, prospettive e sfide da affrontare

Beatrice Collina

Il dibattito intorno ai diritti ambientali nasce e si articola nel Novecento, dimostrando quanto il contesto storico sia sempre determinante per l’emergere di questioni che fino a poco prima non erano ritenute rilevanti. All’inizio degli anni Settanta si afferma un’inedita sensibilità ambientalista con movimenti e partiti che, nei paesi occidentali, spingono per un cambio di passo delle politiche governative cercando in parallelo di promuovere a livello sociale una più profonda coscienza ecologista, mentre nei paesi in via di sviluppo legano la loro azione a istanze democratiche e di emancipazione. La Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano, tenutasi a Stoccolma nel 1972, è il primo importante appuntamento a tradurre in un documento, sottoscritto a livello internazionale, principi e propositi in questo ambito. Passando per altre tappe fondamentali come il Summit della Terra del 1992, meglio conosciuto come Conferenza di Rio, si giunge nel 2015 alla redazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, più conosciuti come Agenda 2030. Oltre alle specifiche criticità che in molti vi hanno ravvisato, come l’alto numero e la complessità dei target per un arco di tempo considerato troppo breve, l’Agenda 2030 continua a porci di fronte a una serie di interrogativi che avevano già attraversato i decenni precedenti.

In questa pagina dell’Agenzia Europe Direct, è possibile trovare materiali didattici per attività relative ad alcuni degli obiettivi dell’Agenda 2030. Si segnala in particolare il laboratorio “ Goal 13. Obiettivo Terra: Debate sul tema del cambiamento climatico”.

 

La qualità dei fattori ambientali: pre-condizione o diritto fondamentale?

La definizione di cosa sia il “diritto a un ambiente sano” e il rapporto di questa specifica tipologia con gli altri diritti umani sono aspetti molto discussi. Si possono individuare due prospettive principali nel dibattito contemporaneo. La prima visione considera i fattori ambientali come pre-condizioni che influenzano in modo inevitabile il godimento dei diritti fondamentali nella loro pienezza: senza la possibilità di usufruire di un ambiente salubre, pulito, esteticamente piacevole si ritiene impensabile che qualsiasi altro diritto (alla dignità, alla libertà, al cibo, alla salute) possa dirsi di fatto realizzato. Per il secondo approccio invece quelli ambientali sarebbero diritti inalienabili e manterrebbero una propria indipendenza rispetto agli altri diritti umani: in questo caso, si potrebbe ipotizzare il soddisfacimento di alcuni diritti fondamentali anche a prescindere dal godimento di quelli ambientali. I critici di questa seconda opzione evidenziano in particolare la difficoltà di definire standard adeguati contro la cui violazione si potrebbe eventualmente fare causa, nonché il problema dell’applicabilità spaziale di questa categoria di diritti che, a differenza di quelli “classici”, sfuggono alla capacità dei singoli Stati di poterli garantire in autonomia, dal momento che le questioni ambientali si pongono come non delimitabili geograficamente.

 

Prospettiva antropocentrica vs. prospettiva biocentrica

Già negli anni Settanta alcune correnti di pensiero hanno posto l’accento sulla peculiarità dei diritti ambientali evidenziando come questi non sarebbero pertinenti in modo esclusivo alla sfera umana, ma includerebbero tra i soggetti interessati anche piante, animali e la biosfera nel suo complesso. Considerare come diritto “umano” il diritto a un ambiente sano e pulito significa, per i sostenitori di queste posizioni, trattare la questione ambientale da una prospettiva antropocentrica e strumentale, quando l’effettiva difesa della natura e del pianeta potrebbe richiedere l’adozione di misure contrarie agli interessi dell’uomo. Sono diversi i movimenti che percorrono questa direzione avendo una certa influenza a livello politico, pur giungendo in alcuni casi a sposare tesi radicali e ad abbracciare posizioni che potremmo definire “mistiche” e “alternative”. Inaugurata dalle riflessioni del filosofo norvegese Arne Naess (1912-2009), nella sua formulazione originaria la cosiddetta Deep ecology sostiene un «egalitarismo biocentrico» riconoscendo a tutte le forme di vita un valore intrinseco, indipendentemente dalla loro utilità per l’uomo. Contrario alle impostazioni individualistiche, Naess concepisce tutti gli organismi, inclusi gli esseri umani, come nodi di una rete, privilegiando quindi un’interpretazione relazionale e proponendo un’estensione del concetto tradizionale di “Io” (delimitato, in sé compiuto, contrapposto a un mondo esterno e alle altre individualità) che diventa “Io-ecologico”, in quanto parte, tra le altre, della natura. Un pensiero, quello di Naess, che si richiama alla filosofia del filosofo olandese Baruch Spinoza (1632-1677).

Per una breve introduzione alle questioni principali del pensiero di Spinoza, si rimanda all’intervento di Remo Bodei. Clicca qui.

 

Difesa dell’ambiente e contrasto alla povertà: una sfida aperta

Inizialmente, l’impegno per la difesa dell’ambiente si è declinato come tentativo di preservare la natura, tutelando la salute dei cittadini: per i critici, questo significava vedere il problema dall’esclusiva prospettiva delle élite del pianeta. L’ingresso nel dibattito dei movimenti ambientalisti dei paesi in via di sviluppo ha posto al centro il tema della giustizia sociale. Tuttavia, il cortocircuito tra istanze ambientaliste e istanze politico-sociali appare drammatico. I contesti più arretrati si sono trovati a fronteggiare un gap profondo: prima ancora di affrontare il problema della ridistribuzione della ricchezza, hanno dovuto produrre ricchezza, spesso attraverso un’industrializzazione rapida e sregolata che si è inserita in un contesto di risorse della terra già fortemente intaccato dai paesi più ricchi. A sua volta, questo processo ha peggiorato la qualità dell’ambiente con effetti climatici estremi che ricadono tuttora sulle categorie più fragili.

Nel corso del Novecento, alcuni studiosi della cosiddetta “economia del benessere” (economics of welfare), un ambito in dialogo con quello filosofico, avevano già individuato tali meccanismi, scardinando la convinzione che il mercato si auto-regoli in modo perfetto. Si tratta del problema delle “esternalità”, ovvero di quegli effetti indiretti (positivi o negativi) che le attività di produzione e di consumo generano. L’inquinamento costituisce il classico esempio di esternalità negativa. Come poter contrastare, con strumenti economici, questo risultato indesiderato? Arthur C. Pigou (1877-1959) e Ronald Coase (1910-2013) tentano di offrire delle vie d’uscita, non senza criticità. Pigou propone l’introduzione di tasse “compensative”, secondo lo schema per cui chi più inquina, più è tenuto a pagare. Ma come stabilire il corretto ammontare di questo genere di tassazione? Una richiesta troppo alta si potrebbe infatti rivelare penalizzante, mentre una troppo bassa rischierebbe di non essere incisiva. Coase ipotizzava invece una sorta di “mercato dei permessi”, che consentisse ai soggetti (privati o paesi) di vincere, tramite il meccanismo dell’asta, il permesso di inquinare entro parametri stabiliti e controllabili: gli stessi vincitori sarebbero stati incentivati a controllare il rispetto dell’esito dell’asta da parte dei rivali. Si trattava di una soluzione che tuttavia avrebbe finito, ancora una volta, per favorire i partecipanti più ricchi. Negli anni più recenti, è stato l’economista e filosofo indiano Amartya Sen (n. 1933), premio Nobel nel 1998, a inserirsi nella lunga scia di questa tradizione, occupandosi della continua tensione tra povertà e sostenibilità, forse la reale sfida per i prossimi anni (Etica ed economia, 1987).

 

Crediti immagini
Apertura: Foresta vergine nel parco nazionale di Biogradska Gora, in Montenegro (Wikimedia Commons)
Box: Ronald Harry Coase, Premio Nobel per l’economia 1991 (Wikimedia Commons)

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