Batteri, virus, epidemie, pandemie e letterature che nascono

Andrea Tarabbia

Dalle epidemie si guarisce, perché così le si può cantare. Ma non solo: sulle epidemie si fondano intere letterature, e canoni culturali, e tradizioni. Pensate alla letteratura italiana, a quali sono i titoli in prosa che l’hanno fatta nascere o l’hanno resa adulta: il Decamerone di Boccaccio e I promessi sposi di Manzoni. Entrambi, a vario titolo, hanno a che vedere con la peste.

Nel 1348 a Firenze c’è la peste e si muore, bisogna fuggire dalla città. Dieci ragazzi lo fanno, occupano un casolare sulle colline, passano il loro tempo, mentre la piaga dilania la città e poi, a poco a poco, si affievolisce e scompare, a cantare, a ballare, e a raccontarsi storie. Cento storie per dieci giorni, dieci storie al giorno: tanto basta perché passino la paura e la malattia. Le storie li tengono vivi e fondano un genere, introducono la cornice nelle raccolte di novelle in volgare, e insomma: grazie alla malattia, e all’idea di una quarantena, Boccaccio può inventare un modo di raccontare, di scrivere.

Tre secoli più tardi, nel Seicento, c’è un’altra peste. Stavolta la città è Milano e il libro che la racconta non è una raccolta di novelle, ma un romanzo, anzi, il romanzo – quello con cui ancora oggi la letteratura italiana deve fare i conti, perché ci ha insegnato a raccontare e ci ha dato una lingua per farlo. Insomma Manzoni, I promessi sposi. Lì, la peste, l’epidemia, non è l’innesco della narrazione – vale a dire che la trama, lo spunto del libro non si fondano sull’arrivo della piaga – eppure la peste nei Promessi sposi occupa un posto capitale: arriva a Milano nel capitolo XXXI per via di un soldato italiano al seguito degli spagnoli e vi rimane per un pugno di capitoli talmente importanti e diversi dal resto del racconto che se ne parla quasi come di una parte autonoma del testo – i capitoli della peste. Cosa succede in questi capitoli? Anzitutto, che l’ambientazione si fa stretta: c’è qualche via di Milano, c’è il lazzaretto (anche se Renzo, nel capitolo XXXIII, per un po’ se va, torna al paese, tutta la concentrazione di chi legge, in quelle pagine, è su Milano); poi che la riflessione si fa più amara e insieme più storica: la ricerca e la punizione dei cosiddetti “untori” – ovvero dei colpevoli del contagio, quando è ovvio che di colpevoli non ce ne siano – muove lo sdegno di Manzoni, che addirittura espanderà questo tema in un libro a parte, un vero e proprio spin off del romanzo, La storia della colonna infame, uno dei più alti esempi di letteratura civile europea; poi, ancora, che Manzoni usa il romanzo – lo dice chiaramente nel proemio del capitolo XXXI – per mettere ordine: le notizie sulla peste del Seicento che ci arrivano dagli storici dell’epoca sono frammentarie, confuse, rese vane da superstizioni, credenze sciocche, cacce alle streghe, e sono inoltre incomplete e approssimative; per mezzo del romanzo – e questa è quasi una rivoluzione – Manzoni si propone allora di raccontare, per quanto possibile, i fatti in modo fedele e documentato. Pensate: ci vuole un romanzo, ossia un’opera di finzione, per cominciare a fare chiarezza su un fatto storico.

Ma soprattutto, Manzoni usa i capitoli della peste per chiudere il romanzo. Se in Boccaccio l’epidemia faceva partire il racconto, gli dava il via, in Manzoni l’epidemia lo porta a conclusione. Di peste muore don Rodrigo, il principale antagonista di Renzo e Lucia; muore anche il suo alter ego santo, fra’ Cristoforo, ma non prima di aver sciolto Lucia dal voto scellerato che le impedirebbe, qualora rimanesse valido, di sposare Renzo. Gli sposi promessi si ritrovano, dunque, e lo fanno in tempo di peste, nel lazzaretto. È lì che, sostanzialmente, il romanzo si conclude, salutato, nel capitolo XXXVII – il capitolo dove la peste finisce -, da un diluvio che tutto lava e tutto benedice.

Insomma la peste è un momento fondamentale nei Promessi sposi per molti motivi: segna uno spartiacque nel romanzo italiano (si può usare un’opera di finzione per aggiustare ciò che gli storici han lasciato rotto), e segna un punto di svolta nella vicenda dei due fidanzati lecchesi. Usciti dal lazzaretto, non rimane che metter su casa e scrivere la parola fine.

Quando c’è un morbo, una piaga, dunque, sembrala letteratura che lo racconta debba fare i conti con sé stessa, e per farli si ripensa, si reinventa. Non succede solo nella letteratura italiana: uno degli atti di nascita della letteratura inglese è il Diario dell’anno della peste, che Defoe (quello di Robinson Crusoe) scrisse nel 1722 facendo riferimento al morbo che colpì Londra nel 1665. È un’opera strana: sembra un’autobiografia, ma la persona che tiene il diario non è Defoe, bensì un personaggio inventato – tale H.F., sellaio dalla scrittura asciutta, a tratti protocollare. Il paradosso di quest’opera è che, appunto, sembra una cronaca fedele dell’anno del contagio, ma è scritta a più di 50 anni di distanza; eppure contiene dati, interviste, stralci di articoli: sembra un grande reportage dal vivo, e invece è un’opera di finzione scritta da un anziano, grande scrittore, che all’epoca dei fatti di cui racconta aveva solo cinque anni. Il Diario è, a suo modo,un’opera unica, con ben pochi precedenti nella letteratura inglese: fonde fiction, autobiografia fittizia, ricostruzione storica, commento giornalistico – nel 1722 significava quasi aver fatto un’opera d’avanguardia.

Per una recensione sul Diario di Defoe clicca qui

 

E il Novecento? Il Novecento ha usato le malattie e le pandemie come sfondo per dei racconti morali. Ha ambientato in un immediato futuro – o in un universo parallelo – le storie di contagio, creando un genere a parte: si parla ora di distopia, ora di genere post-apocalittico, ora più apertamente di fantascienza.

Clicca qui per leggere l’approfondimento di Andrea Tarabbia sulle distopie pubblicato su Aula di Lettere

 

Prendo, tra i tanti, un caso forse non notissimo, ma che viene dalla penna di uno scrittore straordinario: Jack London. Il libro si chiama La peste scarlatta e non parla della peste, ma di uno strano morbo che, nel 2013, ha cancellato la razza umana. Nel 2073, in una California post-apocalittica, dove pochissimi sopravvissuti vivono come si viveva all’età della pietra, il vecchio Smith racconta quello che è successo a dei ragazzini che non sanno nulla. Sono riuniti attorno a un fuoco, dopo la caccia, e quel che è successo è ciò che capita ogni volta che c’è un romanzo dove si mette in scena la post-apocalisse: l’umanità non è stata travolta dalla malattia, ma la malattia – peraltro figlia di un’epoca iper-industrializzata e disumana – è stata la scusa grazie alla quale gli uomini, con lo scopo di sopravvivere, si sono sopraffatti l’un l’altro. La crudeltà, la violenza, l’odio di specie ha prevalso sull’umanità e l’aiuto reciproco. Così, la specie umana si è quasi annientata, e chi è rimasto, ora, vive come vivono i lupi. Ma lupi, in fondo, gli uomini lo sono sempre stati.

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(Crediti immagine box: Wikimedia Commons)

 

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Commenti [4]

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  1. giuseppina gaeta

    Ben strutturato e utile per la formazione nostri alunni, a distanza. Visto che le scuole sono chiuse mi posso collegare con gli alunni e svolgere attività su questo tema. Grazie

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  2. lucia santini

    Oh Ms grazie, e’molto interessante, non sapevo di Defoe e London, MI hanno incuriosita, ora cercherò di trovare i libri

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