Cinica bugia o nobile menzogna? Il (presunto) massacro di Timisoara

Ludovico Testa

Chi mente possiede il grande vantaggio di sapere in anticipo ciò che il pubblico desidera intendere o si aspetta di sentire […], mentre la realtà ha l’abitudine sconcertante di metterci in presenza dell’inatteso, al quale non siamo minimamente preparati.
Hanna Arendt

Dumensonge à la violence. Essais de politique contemporaine,
fr. Calmann-Lévy, Paris 1972, pp. 10-13.

 

Nella civiltà dell’immagine anche la storia si muove a scatti. Gli avvenimenti quotidiani, i momenti salienti, gli eventi epocali trovano una prima, istantanea descrizione attraverso le fotografie o i fotogrammi. Nella civiltà dell’immagine l’occhio vuole quindi la sua parte, e non di rado si tratta della parte del leone. Ciò che però resta a disposizione della parola non sono certo le briciole. A essa infatti è affidato il compito di dare sostanza all’imprinting lasciato dall’immagine, di sfruttarne le potenzialità e dirigere con raziocinio la potente carica emotiva che dall’immagine si sprigiona. Alla parola tocca il compito di interpretare, ordinare, sviluppare e approfondire le emozioni indelebili lasciate dall’immagine, di compiere insomma attraverso il verbo l’esegesi di ciò che l’occhio ha fissato nella memoria. È dalla sapiente combinazione tra questi due elementi che, nella società contemporanea, prendono forma e si diffondono tanto le notizie, quanto le bufale.

 

Sangue sul velluto

Il 1989, specie nei suoi mesi finali, è stato un anno chiave per la storia del secolo passato. Nel rewind della memoria le immagini di quelle settimane si susseguono e si accavallano. Gli articoli di giornale, le istantanee dei fotoreporter e i notiziari radiotelevisivi hanno accompagnato i passaggi simbolo della svolta, dando voce ai baffoni di Lech Walesa e alle bandiere di Solidarnosc in Polonia; ai gruppi di persone che alla spicciolata, quasi increduli, attraversano la frontiera tra Ungheria e Austria; ai cortei pacifici e imponenti per le strade di Praga; ai berlinesi a cavalcioni del muro la notte tra il 9 e il 10 novembre. Articoli di giornale fotografie e reportage televisivi sono perfino riusciti a ridare la parola a una donna, distesa all’aperto al fianco di altri cadaveri, con adagiato sul ventre un esserino a metà tra il feto e il neonato. Nel clima di entusiasmo e di liberazione che accompagnò la fine di quell’anno straordinario, quest’ultima immagine giunta dalla cittadina rumena di Timisoara, irruppe con sfrontata drammaticità a “rovinare la festa”, a insanguinare le “rivoluzioni di velluto” in corso nel blocco sovietico, a ricordarci che ciò che andava consumandosi nella parte orientale del continente europeo era la fine di un sistema oppressivo, intollerante e violento, edificato in nome di grandi ideali mai realizzati.

In tale quadro, potrebbe cambiare qualche cosa nel nostro giudizio sul “socialismo reale” sapere che quella donna con quel piccolo esserino rannicchiato sul ventre, così come gli altri cadaveri allineati al suo fianco, non erano vittime del regime dittatoriale instaurato dal Partito comunista rumeno, ma erano deceduti per cause naturali ed erano poi stati dissotterrati o prelevati dagli obitori, a beneficio delle cineprese e delle macchine fotografiche? Potrebbe cambiare qualche cosa sapere che quella donna era un’anziana alcolizzata di settant’anni, morta di cirrosi epatica, e quel neonato non era naturalmente il frutto del suo ventre, ma una bambina stroncata da una congestione a due mesi dalla nascita e appositamente sistemata su quel corpo di anziana in lugubre posa per lo scatto? Più in generale, potrebbe cambiare qualche cosa sapere che le vittime della brutale repressione, disposta dal regime per soffocare una manifestazione di protesta nella cittadina di Timisoara, non furono 4.362 come riportato in un primo momento, ma 72 come attestato da successive e più accurate indagini?

In quei giorni a ridosso del Natale del 1989, nei notiziari e nelle testate giornalistiche di tutto il mondo risuonò alta l’indignazione per la dittatura di Nicolae Ceausescu e per la crudeltà della polizia politica, la Securitade, il feroce cane da guardia del regime. Da Timisoara, cittadina di una regione della Romania occidentale abitata da consistenti minoranze ungheresi, giungevano notizie di una terribile strage. Migliaia di persone barbaramente uccise, torturate, sottoposte a ogni tipo di violenza gridavano vendetta davanti al mondo. I primi scatti fotografici e un confuso filmato girato di notte alla luce di improvvisati riflettori liberarono fiumi di parole sulla carta stampata e nelle edizioni straordinarie dei notiziari internazionali, creando un clima di suggestione collettiva talmente contagioso da spingere i giornalisti stranieri arrivati sul posto a confermare l’inconfermabile, a descrivere nei dettagli ciò che in realtà non era mai accaduto.

Libera da ogni costrizione, da Timisoara la bufala galoppò fino a Bucarest, portando scompiglio nella capitale; alimentando tra la folla un mugugno sempre più forte e minaccioso; trasformando una manifestazione organizzata a sostegno del regime in un assedio al palazzo presidenziale, per poi offrirsi come principale capo di accusa al processo sommario che il 25 dicembre decretò la fucilazione di Ceausescu.

Poche settimane dopo, le prime clamorose smentite del “massacro di Timisoara” avrebbero suscitato ben poco interesse non solo in Romania, alle prese con una confusa quanto difficile transizione verso la democrazia, ma anche all’estero, dove l’attenzione si era già rivolta ad altre e più fresche notizie. La rivelazione della fake news che aveva avviato il crollo dell’ultimo regime comunista nell’Europa dell’est non provocò, infatti, nient’altro che episodici imbarazzi da parte di qualche giornale.

 

Anatomia della fake news

Sarebbe scorretto sostenere che il falso è il contrario del vero. Si può invece affermare che la menzogna è tanto più credibile ed efficace quanto più si avvicina alla verità, quanto più ospita al suo interno componenti di attendibilità. Può capitare che, attraverso il semplice meccanismo del “passaparola”, una notizia vera giunga all’ultimo anello della catena distorta e trasformata senza premeditazione. Molto più spesso invece tale trasformazione non avviene in modo spontaneo ma è frutto di attente valutazioni e di un progetto preordinato. Ciò risulta tanto più frequente quanto più la gestione dell’informazione viene affidata non al singolo individuo ma a strutture più complesse, come i governi, le organizzazioni politiche o le lobby economiche.

In questo secondo caso, se le cause che inducono al “parto della bufala” possono essere molteplici, le finalità sono in linea di massima sempre le stesse: la ricerca di approvazione e sostegno, oppure la necessità di sviare l’attenzione da problematiche ritenute pericolose ai fini della conservazione del consenso stesso. Quando l’impiego della verità non risulta sufficiente o si presenta addirittura controproducente per la realizzazione di tali esigenze, la bufala, la fake news diventa un prezioso strumento di pronto soccorso. «La menzogna diventa allora null’altro se non un modo per proporre realtà alternative, non vere ma certamente verosimili, in modo tale da “infiorettare” la verità, trasformandola (…) in modo da renderla coerente con una versione utile rispetto a chi se ne serve».[1]

Il caso del massacro di Timisoara si impone come “bufala esemplare”, come fake news paradigmatica nella storia degli ultimi decenni. I consistenti elementi di verità presenti nella vicenda hanno costituito infatti lo sfondo ideale per operare un’efficace manipolazione dell’informazione, in vista del confezionamento di una verità parallela del tutto credibile.

 

La bufala dal volto umano

È vero che nella cittadina di Timisoara la popolazione era scesa in piazza a difesa di un sacerdote di origine ungherese, che aveva osato criticare il regime; così come è vero che la repressione decisa dal governo di Bucarest era stata brutale, provocando morti e feriti tra i manifestanti.

A queste verità ne va aggiunta poi un’altra, assai più pericolosa per il regime. È vero, infatti, che nella seconda metà degli anni Ottanta il dittatore Ceausescu non aveva risparmiato critiche alla Perestrojka avviata da Michail Gorbaciov in Unione Sovietica e raccomandata da Mosca tutti i regimi satelliti. Il “Conducador” (Guida in rumeno) non era nuovo a tali rivendicazioni di autonomia rispetto alle direttive del Cremlino. Venti anni prima aveva condannato l’intervento dell’Armata rossa in Cecoslovacchia ordinato da Leonid Breznev e, alla fine degli anni cinquanta, aveva guidato l’opposizione del gruppo dirigente rumeno contro la prospettiva di trasformazione della Romania in un paese agricolo decisa dal Comecon, (l’organizzazione economica internazionale del blocco sovietico) sulla base del principio di integrazione e specializzazione produttiva tra i paesi membri. La piena fedeltà ribadita dal governo di Bucarest ai principi del socialismo e al Patto di Varsavia aveva spinto il Cremlino a tollerare a denti stretti la dissidenza rumena, con il risultato di innalzare Ceausescu al rango di un interlocutore di primario interesse per i governi occidentali e di figura carismatica all’interno del mondo socialista.

Un ritratto celebrativo del Conducador in un documentario italiano del 1974
https://www.youtube.com/watch?v=ajfNwMJyU-o

 

Nel corso del 1989 la difesa dell’indipendenza decisionale della Romania rivendicata dal Conducador si ritorse improvvisamente contro il regime. Il pugno di ferro con il quale il leader rumeno governava il paese non accennava ad allentarsi, mentre il monolitismo dell’apparato di regime stretto attorno al dittatore pareva in grado di chiudere ogni accesso al vento del cambiamento che soffiava impetuoso in tutta l’Europa orientale. Di fronte ai regimi democratici in via di formazione al di là della cortina di ferro, la permanenza di una Romania socialista rappresentava una sfida e una minaccia per le speranze di libertà appena uscite dalla crisalide del socialismo reale. La rapidità con la quale si stava verificando il crollo a catena dei regimi socialisti era infatti stata accolta con un misto tra stupore e turbamento da buona parte delle popolazioni coinvolte. Il frastuono dei cortei che affollavano le principali città dell’est Europa giungeva assai attutito tra i contadini, gli operai, gli artigiani e gli impiegati della provincia: una maggioranza silenziosa da persuadere, rassicurare, conquistare a sostegno della svolta in atto. In quelle settimane convulse, la pervicace resistenza della Romania di Ceausescu al nuovo “vento dell’est” poteva rappresentare ancora per molti un vessillo verso cui guardare; un rassicurante esempio di continuità in alternativa all’ignoto; lo scoglio cui aggrapparsi di fronte all’inabissarsi di un intero mondo.

Non è forse un caso, allora, che le prime notizie relative al “massacro di Timisoara” siano giunte da agenzie e televisioni di paesi quali l’Ungheria e la Repubblica democratica tedesca e non è certo un caso che quelle notizie abbiano trovato un’accogliente cassa di risonanza in Occidente, dove i primi vagiti democratici provenienti dal blocco sovietico erano stati accolti con grande emozione. Ancor meno casuale è il silenzioso contegno mantenuto dal Cremlino, di fronte al colpo di stato con il quale i fedeli collaboratori di ieri pugnalavano all’improvviso il “Dracula comunista”, come veniva definito Nicolae Ceausescu in alcuni giornali occidentali. Potrebbe infine non essere affatto casuale anche l’invasione di Panama, disposta in quei giorni dagli Stati Uniti, mentre l’attenzione del mondo era rivolta ai cadaveri di Timisoara, e conclusasi con l’arresto e l’incarcerazione negli USA del presidente di uno Stato sovrano accusato di narcotraffico dal governo di Washington.

Certo è che l’avere contribuito al crollo di una dittatura, conferisce un volto umano alla bufala di Timisoara, coprendola con il manto della “nobile menzogna” evocata da Platone, della bugia perdonabile quando rivolta al bene della città. In linea di principio, però, ciò rischia di consegnare ai governanti un potere pericoloso e inquietante nel decidere quale sia il confine tra la cinica bugia e la nobile menzogna. Comunque la si voglia vedere, rimane certo che ogni falsità, ogni bufala, ogni fake news consapevolmente messa in circolazione rappresenta un debito contratto con la verità, che prima o poi dovrà essere saldato.


[1]Massimo Chiais Menzogna. Strumento di informazione globale, Lupetti – Editori di Comunicazione, Milano 2007, p 11

Crediti immagini
Apertura: Manifestanti su via Emanoil Ungureanu a Timisoara durante la Rivoluzione del 1989 (Wikimedia Commons)
Box: Nicolae Ceaușescu con i leader del Patto di Varsavia, 1987 (da sinistra): Husák della Cecoslovacchia, Živkov della Bulgaria, Honecker della Germania Est, Gorbačëv dell’URSS, Ceaușescu, Jaruzelski della Polonia e Kádár dell’Ungheria (Wikimedia Commons)

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