Confine e frontiera: un sinonimo ambiguo

Ludovico Testa

Finise Limes

Nella lingua italiana, così come in quella francese e tedesca, i termini “confine” e “frontiera” vengono spesso usati come sinonimi per indicare un limite geografico. Tale analogia costituisce l’esito di un processo secolare, il cui inizio può essere fatto risalire alla scomparsa dell’Impero romano e il suo sviluppo nel lento processo di formazione degli stati nazionali.

Nel mondo classico la differenza tra i due termini era infatti assai marcata. Il confine si sostanziava in una linea netta e tendenzialmente statica, atta ad operare una separazione di spazi tra realtà contigue e appartenenti alla stessa cultura o a culture differenti ma che si riconoscevano a vicenda. Il confine delimitava quindi le dimensioni dei terreni, le mura di una città, l’estensione di una provincia, così come le aree geografiche controllate da entità politiche limitrofe. Il termine confine insomma apparteneva alla dimensione dello spazio conosciuto, del mondo noto.

La frontiera, invece, rappresentava la soglia di demarcazione che separava il noto dall’ignoto, l’ordine dal disordine, la civiltà dalla barbarie. Non si trattava di una linea statica e ben definita ma di una zona, un’area geografica dai bordi esterni suscettibili alla mutazione; una sorta di fascia territoriale elastica, affacciata su territori sconosciuti.

Se l’etimologia di confine proviene direttamente dal latino finis (segno o solco lineare che traccia la fine di un fondo), il termine che nella lingua romana più si adatta a indicare la frontiera è limes. Utilizzato originariamente per indicare la striscia di terreno, solitamente consistente in una strada vicinale, che divideva tra loro le proprietà agricole, il limes passò poi a significare la strada fortificata o, meglio, l’insieme di strade fortificate che correvano lungo i confini dell’Impero romano. Animata da una espressa vocazione al dominio universale, Roma non riconosceva limitazioni alla sua espansione, salvo quelle dettate da ragioni tattiche o strategiche. Inizialmente il limes conobbe quindi uno sviluppo in senso offensivo come strada militarmente protetta, costruita al fine di penetrare e sottomettere il territorio esteso oltre il mondo romano. Solo in seguito tale verticalizzazione si tramutò in una lunga fascia di fortificazioni difensive, estese orizzontalmente a protezione dell’impero e, salvo alcuni episodici slanci espansivi, caratterizzata da un notevole grado di stabilità. Rivolto verso l’ignoto come una sorta di membrana permeabile, il limes dunque separava l’interno dall’esterno e, nello stesso tempo, consentiva il contatto tra i due mondi attraverso lo scambio delle merci e il controllato passaggio delle genti.

 

La fine del Limes

Con il crollo dell’Impero romano d’Occidente quei due mondi si intersecarono traumaticamente mischiandosi l’uno nell’altro. L’ignoto divenne noto, la civiltà assunse connotazioni barbariche e la barbarie si civilizzò. In tale profondo stravolgimento il limes scomparve per sempre, lasciando il posto alla mutevole suddivisione geopolitica di un’unica realtà culturale romano-barbarica. L’impatto violento tra ordine e disordine diede vita a un “nuovo ordine” europeo, non certo retto dalla stabilità di confini tra i vari regni sorti sulle macerie del mondo romano, ma comunque caratterizzato dalla fine dell’idea di frontiera formatasi durante l’età classica.

Se l’impero, sconfinato per la sua vocazione universale e intollerante verso le limitazioni provenienti dall’esterno, predilige l’uso più approssimativo del termine frontiera per indicare la fascia territoriale che si snoda ai suoi margini, lo Stato, al contrario, regge la propria identità sulla precisa definizione di linee di confine concordate con i propri vicini. Mentre il limes si sostanziava nella negazione dell’alterità estesa oltre la zona di frontiera, il confine (cum-finis, letteralmente“con un limite”), definendo il tracciato che separa e nello stesso tempo unisce tra loro due sistemi politici attigui, implica necessariamente il riconoscimento identitario dell’ ”altro da sé”.

Già verso la metà del XIII, scrive Piero Zanini, nella lingua tedesca il termine “Mark”, utilizzato per indicare la fascia territoriale estesa lungo la frontiera, viene abbandonato a favore del vocabolo “Grenze”, che definisce la più precisa linea di confine. Sarà tuttavia con il Trattato di Wesfalia, sostiene Dario Gentili, e con il definivo abbandono di ogni residua vocazione universale da parte del Sacro Romano Impero che il termine confine diverrà sempre più sinonimo di frontiera, accompagnando la definitiva affermazione degli Stati moderni e del loro diritto esclusivo a esercitare il controllo politico, militare e giurisdizionale su un determinato territorio.

 

La rinascita della frontiera

Nel panorama degli idiomi dell’Europa occidentale c’è una lingua che ha conservato nella sua interezza la distinzione tra confine e frontiera. È la lingua di un popolo per il quale i confini naturali della terra in cui risiede hanno sempre coinciso con la sconfinata distesa del mare che la circonda. Nella lingua inglese il vocabolo frontiera continua infatti a indicare con chiarezza il limite tra il noto e l’ignoto.

Se il mare, porta verso l’avventura e il mistero fin dai tempi remoti, ha offerto a quell’idioma un contributo notevole per la sopravvivenza autonoma del termine frontiera, importanti si sono rivelati in tal senso anche gli effetti prodotti nell’immaginario collettivo dall’espansione della frontiera statunitense verso gli immensi territori del West.

Mentre dunque nell’Europa continentale il confine si affermava come elemento fondamentale nello sviluppo dell’identità dello Stato nazione, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico il “mito della frontiera” contribuiva a rafforzare l’ancor fragile identità di un popolo in formazione. Anche quando la spinta espansionista degli Stati Uniti raggiungerà le sponde dell’Oceano Pacifico, quel mito continuerà a svolgere un determinate ruolo di collante ideologico-politico-letterario per la giovane nazione americana, consolidando la netta distinzione linguistica tra il confine (border) e la frontiera (frontier).

Nel corso del XX secolo il termine “frontiera” ha dilatato la propria sfera semantica verso altre dimensioni: lo spazio interstellare, la ricerca scientifica, la multiforme realtà delle disuguaglianze sociali. Gli stessi confini dello Stato nell’era della globalizzazione appaiono superati di fronte allo sviluppo telematico della rete, del Non luogo, della deterritorializzazione, che spingono l’uomo alla costruzione di nuove forme relazionali, fondate non più sulla base dei confini nazionali ma degli interessi comuni e dei flussi economico-finanziari.

Nello stesso tempo nuove barriere stanno sorgendo lungo i bordi e all’interno di vaste porzioni del pianeta. Sono sbarramenti di filo spinato, muri, fossati e terrapieni finalizzati ad arginare imponenti spostamenti migratori ai margini settentrionali dell’America latina, lungo le rotte d’accesso al continente europeo, all’interno del microuniverso israelo-palestinese. Sono barriere che rischiano di riportare indietro l’umanità verso l’antica e inquietante distinzione tra “noi” e “loro”, di ripristinare nella mentalità collettiva un limes alimentato da dannosi pregiudizi e concrete paure, sfregiando il pianeta con nuove e profonde cicatrici.

(Crediti immagini: Paolo Cuttitta, flickr, Barnabas Csomor, flickr)

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