Epidemie e società: longue durée e attualità

Andrea Ercolani

Nella storia dell’Occidente, la prima malattia epidemica di cui abbiamo notizia è descritta nel primo canto dell’Iliade: Apollo, per punire l’oltraggio subito dal suo sacerdote Crise, fece dilagare una malattia devastante nel campo acheo (Il. 1, 10):

νοῦσον ἀνὰ στρατὸν ὄρσε κακήν, ὀλέκοντο δὲ λαοί
fece insorgere una malattia esiziale, morivano le genti

Che si tratti di una malattia mortale altamente contagiosa, ossia una vera e propria epidemia, genericamente definibile “pestilenza”, è evidente proprio dalle conseguenze che il testo dichiara: a morire sono i λαοί, da intendersi come “gruppi di genti in armi”, ovvero – come diremmo noi oggi – interi contingenti.

Più avanti, al v. 61, quella stessa malattia è chiamata λοιμός, con ricorso a un termine che, più specificamente, indica una pestilenza vera e propria (è il termine impiegato da Tucidide in riferimento alla peste di Atene, tanto per intenderci).

 

Intuizioni?

Che la cultura greca avesse stabilito alcuni nessi relazionali, se non propriamente causali, in fatto di pestilenze lo si può (forse) leggere in controluce combinando alcuni dati.

La malattia è una punizione divina che colpisce l’uomo quando sbaglia (il convincimento è ben radicato nell’infrastruttura mentale greca arcaica); le malattie epidemiche sembrano essere una delle prerogative di Apollo, i cui dardi sono infallibili e micidiali proprio come un contagio. Quello stesso Apollo che, in Asia Minore, aveva ricevuto l’epiteto di Sminteo, “sterminatore di topi” (< σμίνθος, “topo”), perché aveva liberato la Troade dai topi che la infestavano. Ora, certamente i topi sono un problema per le colture, ma sono anche, notoriamente, tra i principali vettori delle malattie epidemiche. Può dunque darsi che i Greci avessero già intuito una qualche relazione, per quanto assai vaga e non razionalizzata, tra un vettore di malattie (il topo), la malattia stessa, e una divinità (Apollo) che la gestisce, dispensandola (quando colpisce con le sue frecce) o allontanandola (quando stermina i topi).

Ma questa, forse, è soltanto una retroproiezione, che coglie relazioni tra fatti originariamente indipendenti sulla base di conoscenze acquisite solo più tardi, per i Greci non solo di là da venire, ma lontane anche solo dall’essere pensate.

 

Relazioni: un’assonanza ominosa

Se usciamo dal campo delle speculazioni ed entriamo in quello dei fatti, però, i Greci, a un certo momento della loro storia, avevano certamente definito una relazione pregnante tra due elementi interrelati, “fame e pestilenza”, attraverso il nesso λιμὸς καὶ λοιμός (anche in sequenza inversa λοιμὸς καὶ λιμός).

Poco importa se l’accostamento delle parole è stato fatto in origine solo per l’assonanza dei suoni: il punto nodale è che il nesso sintetizza e definisce un rapporto biunivoco che descrive bene la realtà. La fame, infatti, comporta malnutrizione, il che favorisce la diffusione delle pestilenze (= minor resistenza dell’organismo agli agenti patogeni); le pestilenze, dal canto loro e altrettanto nei fatti, sterminando la popolazione fanno collassare i sistemi produttivi e quindi generano fame.

Pur in assenza della precisione scientifica moderna, la questione delle relazioni tra dieta e malattia e tra epidemia ed economia, in nuce, è già tutta lì, in quella sorta di scioglilingua.

 

Epidemia, società, economia: fenomeni di longue durée

Se il deragliamento morale conseguente alle epidemie è ben colto e puntualmente evidenziato da chi la peste ha descritto, da Tucidide in poi, i ricaschi e le implicazioni di ordine economico e sociale sembrano aver stimolato la riflessione in misura decisamente minore. Forse perché il dato ‘economico’ risultava più intuitivo (e non necessitava quindi di discussione), o forse perché a sconvolgere era il repentino e impensabile ripiegamento dell’uomo a una condizione ferina (mors tua, vita mea), fatto sta che nelle più note fonti letterarie l’analisi dei risvolti ‘economici’ delle pestilenze è latitante.

Tucidide, per entrare nel merito della prima descrizione attendibile di un caso di pestilenza (probabilmente un’epidemia di morbillo, stando al quadro sintomatologico descritto) si sofferma unicamente sulla condizione di “assenza di leggi” cui approda la disperata società ateniese nel periodo di pestilenza, e sulla falsariga tucididea si muovono numerosi autori successivi.

Sono disponibili maggiori dettagli in questo articolo: La peste in Grecia e a Roma: da Tucidide a Lucrezio.

Eppure proprio a un’epidemia, adottando una prospettiva storica di lungo termine, si deve ricondurre uno stravolgimento davvero epocale nel sistema prima economico e poi geopolitico europeo.

Nel II sec. d.C. nell’Impero romano si diffuse un’epidemia (stando agli studi più recenti, parrebbe di vaiolo piuttosto che di morbillo o di tifo) portata dai soldati dell’esercito romano di ritorno dalle campagne contro i Parti: la cosiddetta “peste antonina” (166-180 d.C.). L’impatto fu disastroso: alcune regioni, come quelle balcaniche, furono pressoché interamente spopolate; i ranghi dell’esercito furono drasticamente ridimensionati (ben più che decimati). Quindi il vero culmine del disastro: la malattia da epidemica divenne endemica ed episodi di ‘pestilenza’ si susseguirono nell’area nel corso del secolo successivo.

Che l’epidemia e le sue successive ondate abbiano avviato processi di impatto pesantissimo sulle sorti dell’Impero romano d’Occidente è un fatto acquisito: improvviso calo demografico con conseguente depressione dell’economia (riduzione della forza lavoro, interruzione dei cicli produttivi e dei circuiti commerciali, ridimensionamento dell’economia monetale, riduzione del gettito fiscale etc.), impossibilità a contrastare la pressione dei barbari (con la necessità – a volte – di contrastare i barbari con altri barbari!), collasso delle città ecc. Senza contare le “implicazioni psicologiche e culturali della visione di un mondo che muore” (U. Livadiotti).

Insomma e in breve: se guardiamo da una certa angolatura la storia dell’Impero romano, è stata un’epidemia a innescare il cambiamento, se anche non a determinarlo nella sua interezza.

 

Dalla storia all’attualità

Qualcosa di analogo, il cui impatto reale saremo in grado di valutare solo tra qualche lustro, è quello che sembra stia avvenendo oggigiorno: un’epidemia (nel caso, per le sue proporzioni, una pandemia) che ha innescato un cambiamento, condizionando, al momento, gli assetti economici e sociali degli stati colpiti.

Certamente gli stati moderni (a differenza di quelli antichi, anche dei più organizzati) hanno un sistema sanitario (nazionale o meno che sia) in grado di contrastare molto più efficacemente l’impatto del morbo, le cui ripercussioni, tuttavia, per quanto attenuate, si lasciano già afferrare con chiarezza.

Le stime del disastro economico sono in fase di elaborazione (e non promettono bene), mentre i cambiamenti nella società e nei suoi apparati si percepiscono piuttosto nettamente: il caso più evidente sono le modificazioni di un certo rilievo subentrate nei sistemi produttivi (si pensi alle forme di ‘lavoro agile’ e di smart-working), specialmente nel cosiddetto settore terziario.

Per l’impatto del Covid-19 sull’economia mondiale vedi in questa stessa sede l’articolo L’ombra del cigno nero. Effetti macro e microeconomici di Covid-19.

 

Non tutti i mali vengono per nuocere (forse)

Non tutte queste modifiche effettuate sull’onda dell’emergenza sono necessariamente in peggio, tuttavia. E qui penso specialmente alla scuola e alla controversa questione della didattica a distanza (DAD). La scuola come l’abbiamo concepita fino ad oggi, è bene ricordarcelo, non è un a priori rispetto alla storia: al contrario, è l’esito di scelte e di modi (sperimentali!) di insegnare che hanno, nel migliore dei casi, poco più di un secolo di tradizione. Che possano essere ripensati, e in parte debbano esserlo, è nella realtà dei fatti. Se le lezioni in praesentia hanno funzioni psicodinamiche, cognitive e sociali di primaria importanza (inutile dilungarsi sui pregi dell’interazione docente-studente e sull’importanza dei rapporti all’interno del gruppo-classe), non è però detto che debbano essere l’unica forma di insegnamento praticata e praticabile: la DAD, almeno per quanto attiene alla trasmissione delle conoscenze, ha potenzialità forse diverse, ma altrettanto valide, e la possibilità di una DAD che affianchi – senza sostituire in toto – la didattica tradizionale va esplorata prima che scartata per principio o per inerzia.

 

Crediti immagini
Apertura: L’angelo della morte che colpisce una porta durante la peste di Roma. Incisione di J.G. Levasseur dopo J. Delaunay. (Wellcome Collection)
Box: Pixabay

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