Giocare d’azzardo. Lo sviluppo insostenibile del rapporto tra l’uomo e la natura

Ludovico Testa

Con il mondo è iniziata una guerra
destinata a finire insieme ad esso
e non prima:
la guerra dell’uomo contro la natura

Jules Michelet

In un articolo pubblicato nel 1967 sulla rivista “Science”, lo storico americano Lynn White individuava le radici del dominio incondizionato e arbitrario acquisito dall’uomo moderno sull’ambiente circostante nel dualismo uomo\natura affermatosi con la diffusione del messaggio giudaico-cristiano. “Il cristianesimo – scriveva White – in assoluto contrasto con l’antico paganesimo e le religioni asiatiche (ad eccezione forse dello zoroastrismo) non ha solamente stabilito un dualismo tra uomo e natura, ma ha anche sottolineato come lo sfruttamento della natura operato dall’uomo per i suoi propri fini costituisca il riflesso della volontà di Dio”[i].
Al di là dell’evidente semplificazione provocatoria avanzata dall’autore, rivolgere lo sguardo sull’attualità alla luce di un “secondo peccato originale” compiuto dall’uomo (questa volta nei confronti del mondo naturale) costituisce uno stimolante invito alla riflessione. Tanto più se, invece che dalla prospettiva di una rigida contrapposizione dualistica tra soggetti differenti, il rapporto dell’uomo occidentale con la natura venisse analizzato quale prodotto di un continuo confronto dialettico tra due spinte primarie e del tutto interne all’essere umano stesso.

Per un’interpretazione teologica del versetto della Genesi, leggi questa intervista

 

Tesi: l’irresistibile fascino del progresso

“Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza – recita nella Genesi la voce del Creatore – e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano per terra” (Gn I, 26). Cacciato dal giardino di Eden e condannato a vivere lontano da Dio in un mondo imperfetto, l’uomo appare dunque immerso nell’habitat biologico e cosmico che lo circonda, anche se in posizione nettamente distinta da quel mondo animale, vegetale e minerale che è chiamato a dominare.
Sebbene i recenti indirizzi interpretativi prediligano la traduzione del verbo ebraico irdu non nel crudo significato di “dominio”, ma nella più morbida e responsabile accezione di “governo”, risulta evidente come, immaginando una natura distinta dal suo Creatore, l’affermazione del pensiero giudaico-cristiano abbia apportato una cesura sostanziale rispetto alla tradizionale rappresentazione offerta dalla religione pagana. Nel paganesimo occidentale la natura costituiva infatti parte integrante del divino che in essa abitava e si manifestava. Tale consapevolezza aveva l’effetto di inibire nell’uomo la pulsione verso l’assoggettamento dell’ambiente naturale, spingendolo piuttosto ad entrare in rispettosa armonia con esso.
Ciò non significa che l’uomo antico non riponesse attenzione scientifica verso il mondo che lo circondava e non tentasse di comprenderne le manifestazioni in modo logico e razionale. Tuttavia è con l’avvento dell’era cristiana che l’anelito alla conoscenza iniziò a confondersi con il desiderio di possesso. La scienza e la tecnologia divennero allora strumenti di dominio sempre più affinati, consapevolmente utilizzati per soggiogare la natura e realizzare in tal modo il disegno di Dio. Tale processo conobbe una brusca accelerazione a partire dal XV secolo, quando l’uomo europeo diede inizio alla sistematica esplorazione del territorio circostante, osservando e classificando le specie botaniche, minerali e animali; sottoponendo al vaglio della critica gli antichi dogmi e le credenze; spingendosi oltre le Colonne d’Ercole per approdare sulle rive di un nuovo mondo.
La rivoluzione scientifica del ‘600 e la scoperta di nuovi strumenti di ricerca inaugurarono l’apertura di immensi campi di studio, giungendo a instillare negli studiosi i primi dubbi sugli stessi fondamenti meccanici della Creazione. La fede nella ragione e nel progresso divennero allora gli strumenti privilegiati di una nuova religiosità laica, destinata ad affermarsi nel corso dell’Illuminismo e a segnare il cammino della storia fino ai nostri giorni.
La fiducia dell’uomo nella capacità di assoggettare il mondo naturale raggiunse il suo apogeo durante il XIX secolo, grazie alle straordinarie scoperte introdotte da due rivoluzioni industriali e alla diffusione di correnti di pensiero tese a magnificare il trionfo della scienza e della tecnica. In tale quadro, nel ribaltare la tradizionale visione antropocentrica e nello spogliare l’uomo di ogni aurea divina, scaraventandolo nel regno animale con la qualifica di “scimmia evoluta”, la stessa teoria darwiniana poteva offrire il fianco a forzature interpretative, volte a giustificare comportamenti aggressivi e utilitaristici nei confronti della natura, dell’habitat, del territorio, relegati al rango di risorse da utilizzare nella “lotta per l’esistenza”.
Sedotto dal mito del progresso e della crescita; impegnato con la natura in una “lotta per l’esistenza” in realtà priva di consapevoli antagonisti, l’uomo ha finito per imporre sul mondo che lo circonda l’esercizio di un dominio assoluto e incontrollato, per poi iniziare a rendersi tardivamente conto dei suoi disastrosi effetti. È in tale allarmante quadro che si inserisce negli ultimi cinquant’anni la diffusione di un vasto movimento di massa, internazionalmente attento alle problematiche ambientali. Pur trattandosi di un fenomeno relativamente recente, è in realtà possibile intravedere nello sviluppo di tale generale presa di coscienza ambientalista il frutto di un processo ben più lungo, giunto anch’esso a maturazione nel corso dei secoli.

Per una parodia del rapporto uomo natura, guarda questo video

 

Antitesi: il richiamo della foresta

Fu proprio durante il periodo rinascimentale, quando – come prima accennato – lo sviluppo delle scienze naturali apriva la civiltà occidentale a svolte di carattere epocale, che iniziò a farsi strada nella società europea una sorta di flebile e timida voce della coscienza, tesa a valorizzare quell’antico equilibrio tra l’uomo e territorio, che il progresso della scienza stava iniziando ad alterare. L’osservazione distaccata della natura non passava in questo caso attraverso la lente del naturalista, riflettendosi invece nella rappresentazione artistica della bellezza e dell’armonia del paesaggio, quasi a inconscia consapevolezza della sua fragilità.
La raffigurazione artistica del paesaggio operata tra il XV e il XVI secolo dai maestri fiamminghi, francesi e italiani può essere considerata anch’essa una forma di attenzione nei confronti del territorio, stimolata però questa volta non dalla curiosità scientifica, ma dal desiderio di fissare sulla tela l’armonia del mondo nel quale l’essere umano si trovava immerso. Questa forma di sensibilità conobbe ulteriori sviluppi nelle tele dei paesaggisti del Seicento, dove la natura è rappresentata come forza mansueta, capace di avvolgere l’uomo in una quiete pastorale popolata da arcadici misteri. Nel corso XVIII secolo tale forza iniziò ad essere ammirata in tutta la sua grandiosità, stimolando lo sviluppo di forme di naturalismo religioso e panteistico, che troveranno ampio riconoscimento nella pittura e nella letteratura romantica. In concomitanza con la diffusione in Europa della prima rivoluzione industriale, la celebrazione della maestosa potenza degli elementi operata dal Romanticismo, sortì il duplice effetto di riportare l’attenzione sulla fragilità dell’essere umano di fronte alle forze naturali e, nel contempo, evidenziare la perduta armonia tra l’uomo e il mondo circostante.
La rottura di tale armonia trovò palese manifestazione a partire dalla seconda metà dell’800, quando gli effetti dell’impetuoso sviluppo scientifico e tecnologico messo in moto dalla società industriale si abbatterono con forza su vasti territori, snaturandoli e trasformandoli fino a renderli irriconoscibili. Gli evidenti effetti collaterali legati alla perturbazione dell’ambiente urbano e degli habitat naturali spinsero nei primi decenni del XX secolo i governi occidentali ad avviare politiche di contrasto, che presero la forma di conferenze scientifiche e accordi internazionali; legislazioni volte alla protezione dell’ambiente; istituzione delle prime riserve e parchi naturali.
Nonostante l’evidente carattere di svolta rappresentato da tali iniziative, la protezione del paesaggio vegetale e la diffusione di una nuova sensibilità verso il regno animale non modificavano però la convinzione di fondo – rimasta inalterata fino alla seconda metà del XX secolo – circa l’assoluta priorità da attribuire alla crescita industriale.

Il legame uomo-natura è ben spiegato in questo video e ripercorso in questo articolo

 

Sintesi: imparare dal coccodrillo

Nell’ultimo mezzo secolo il processo di sensibilizzazione verso le tematiche dell’ambiente ha compiuto importanti passi in avanti e la consapevolezza circa l’esistenza nel pianeta terra di una concreta, allarmante problematica ambientale è finalmente uscita dalla sfera scientifico-filosofica per estendersi a quella sociale. Nella maturazione di tale nuova presa di coscienza è possibile intravedere il concorso di una molteplicità di fattori.
Mentre la crescita economica postbellica infondeva al processo di industrializzazione un rinnovato slancio, iniziò a farsi strada nel mondo occidentale un sentimento di più attenta consapevolezza circa l’indissolubile legame esistente tra l’uomo e i fondamenti organici (animali, vegetali) e inorganici (acqua, terra, aria) dell’ecosistema; la consapevolezza cioè che l’impatto dell’attività umana sugli equilibri della biosfera poteva produrre effetti di lunga e lunghissima durata, capaci di ipotecare il futuro delle generazioni successive e lo stesso destino dell’essere umano sulla terra. La vasta attenzione riservata dai mass media alle catastrofi ecologiche, industriali e nucleari causate dall’uomo; le crisi petrolifere e l’ampio dibattito da esse innescato sulle tematiche del consumo energetico, unite al moltiplicarsi sull’onda della contestazione giovanile di spinte verso stili di vita alternativi e fortemente critici rispetto al dogma della “crescita ad ogni costo” incarnato dal modello consumistico, hanno da un lato stimolato la diffusione a livello globale di un ampio e articolato movimento ambientalista, favorendo dall’altro lato il moltiplicarsi, a partire dagli anni Settanta, di incontri, conferenze e summit internazionali incentrati sullo studio delle problematiche dell’ambiente e sulla ricerca dei mezzi necessari ad affrontarle. Sembrerebbe che oggi l’essere umano abbia finalmente iniziato a prendere coscienza del fatto che esistono limiti invalicabili alla sua opera di intervento nel mondo, che urge trovare una sintesi all’antica dialettica tra sviluppo e risorse e che sia giunto il momento di elevare la natura al rango di interlocutore paritario nella ricerca di forme di rapporto più integrate rispetto all’operare dell’uomo. La nozione di “sviluppo sostenibile” pare oggi costituire un’importante indicazione di percorso e, nel contempo, uno stimolo alla riflessione, capace di infondere nuova vitalità al dibattito sul delicato rapporto tra l’uomo e la natura.
L’auspicio per il futuro è che l’essere umano abbia imparato la lezione del coccodrillo e che non giunga mai, come nel celebre proverbio, a versare inutili lacrime solo dopo avere compiuto l’irreparabile.

 

[i] White L. (1967), The Historical Roots of Our Ecologic Crisis, Science, vol. 155, n. 3767: 1203-1207

 

Crediti immagini
Apertura: William Turner, Pioggia, vapore e velocità, 1844 (Wikimedia Commons)
Box: Greenpeace alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Flickr)

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