Guarire

Andrea Tarabbia

Bisognerà pur cominciare a pensare di poter guarire, dove con guarire si intende levarsi di torno questo Coronavirus, relegandolo tra le pandemie finite in archivio, tra i flagelli che hanno modificato il modo di vivere degli esseri umani ma che, come la sifilide o la tubercolosi, alla fine sono stati debellati. Attenzione: non intendo dire che il virus sia stato sconfitto, ma solo che, dopo otto mesi difficili tra lockdown e insicurezze, mi sembra giusto provare a farsi un’idea del dopo. Perché un dopo c’è sempre: c’è stato dopo la Sars, dopo la Mers, dopo la peste nera, e ci sarà anche dopo il Coronavirus.

Ciò che mi piacerebbe proporre, dunque, è un percorso dentro quei testi di letteratura che hanno a che vedere con la guarigione, con la liberazione da un morbo; ma non è facile: la letteratura non è mai stata il regno dell’ottimismo, e quando ha affrontato il tema della malattia lo ha fatto, per lo più, perché la malattia prende l’uomo e lo mette nudo di fronte a sé stesso e alle proprie paure e fragilità, lo porta a contatto con la morte e con la perdita, lo costringe a fare i conti con chi è stato e con gli altri, a fare bilanci che spesso sono amari; solo raramente si guarisce, in letteratura, e molto spesso quando questo avviene non ci si trova di fronte ai libri migliori, ma a quelli che vogliono dare ai lettori un lieto fine che li consoli un po’.

 

La più letteraria delle malattie

La grande malattia su cui si è fondata gran parte della letteratura del XIX e del XX secolo è la tubercolosi: i romanzi europei di questi due secoli sono pieni di sanatori, sbocchi di sangue, guance esangui e personaggi deboli di petto. In un articolo che lo scrittore Marco Archetti ha recentemente dedicato proprio alla “più letteraria delle malattie” (e che si può leggere qui): si raccontano alcuni dei romanzi fondamentali del Novecento, a cominciare dalla madre di tutte le narrazioni su TBC e sanatori, La montagna incantata di Thomas Mann, e continuando poi con Cuori cicatrizzati di Max Blecher, La veranda di Salvatore Satta e La cascata di David Vogel.

Clicca qui per un approfondimento sulla storia di Alexander Spengler, il medico tedesco che ha inventato il sanatorio più famoso d’Europa (e dove è ambientata La montagna incantata): Davos.

La montagna incantata, interminabile e straordinario romanzo pubblicato nel 1924, racconta la storia del giovane Hans Castorp, uomo senza particolari qualità, che si reca a trovare il cugino, ricoverato appunto in sanatorio per tubercolosi, e che scopre di essere egli stesso malato. Rimane sette anni nel sanatorio, nonostante la sua non sia una patologia grave. Ciò che Mann costruisce attorno a Castorp, che è un indeciso e, di fatto, ha una personalità in via di definizione, è una riproduzione in miniatura dell’Europa dell’epoca, rappresentata dagli altri ospiti del sanatorio: l’umanista Settembrini, già allievo del Carducci, socialista e cosmopolita; l’oscuro Naphta, un ebreo comunista cinico e affascinante; la sensuale M.me Chauchat (il cui cognome francese può essere scomposto in “chaud chat”, “gatta calda”), di cui Castorp si innamora perdutamente; l’impetuoso Peeperkorn, vitalista e titanico, malato di un enigmatico morbo tropicale. Ecco, la tubercolosi minaccia tutti loro, li costringe a lunghe giornate passate nel freddo, avvolti in coperte, a giocare a carte o a chiacchierare di politica, di storia, di filosofia, tra pasti sovrabbondanti e continue misurazioni della temperatura; alcuni di loro sono increduli: non si ritengono malati, o non del tutto, poiché non hanno sbocchi di sangue e respirano e si sentono vivi. Ma la malattia c’è, è sotterranea e brutale, e qualcuno se lo porta via. Man mano che passano le pagine, cresce in tutti loro una sorta di inquietudine, che in alcuni si trasforma in pulsione di morte, per altri, come Castorp, sfocia invece in un richiamo alla vita. E che richiamo: sentito dell’inizio della Prima guerra mondiale, il giovane, che si è ristabilito anche se non del tutto, decide di partire volontario…

Un’ultima cosa: da quasi un secolo il libro è conosciuto, da noi, come La montagna incantata, ma da tempo si dibatte su quale sia il titolo corretto del romanzo. Il titolo originale tedesco è Der Zauberberg, ovvero La montagna magica. Perché in Italia si è a lungo usato il titolo “sbagliato” (e, di fatto, lo si usa ancora…)? I motivi sono molti: qui trovate un articolo di Paolo Mauri che ne parla, e che parla anche di altre strane decisioni che, a volte, traduttori ed editori hanno preso nel corso della storia.

 

Guarire alla «Rocca»

Oltre alla Veranda di Salvatore Satta, di cui si parla nell’articolo di Marco Archetti linkato poco sopra, c’è, nella letteratura italiana del Novecento, un altro grande romanzo ambientato in sanatorio. Ha uno strano titolo, Diceria dell’untore, ed è stato pubblicato nel 1981 da un autore già sessantenne, siciliano di Comiso, insegnante alle superiori e refrattario a inviare agli editori i suoi manoscritti: Gesualdo Bufalino. È ambientato nel 1946, in una fantomatica «Rocca», un sanatorio alle porte di Palermo dove si aggirano, oltre al protagonista, reduci di guerra, cappellani, gente pensierosa e gente allegra, tutti accomunati da quell’«apprendistato di morte» che è la degenza in un sanatorio e sottomessi alle visite e ai capricci del primario, il Gran Magro – di fatto, una specie di satiro con il camice. Ma non solo: alla «Rocca» c’è una sezione femminile, irraggiungibile ai maschi, dove vive Marta, una malata terminale di tisi che si innamorerà del protagonista e con il quale, prima di morire, tenterà una fuga d’amore. Solo il protagonista sopravvive, di tutti i personaggi principali, e in qualche modo si sente in colpa, poiché guarendo ha tradito una specie di patto tra malati: quello che vuole che nessuno, condividendo un dolore e un morbo, sopravviva agli altri. Ma egli è vivo, torna nel mondo dei vivi, e paga il debito con i morti componendo, appunto, la Diceria dell’untore che noi leggiamo.

Libro bellissimo, complesso, metafisico, permeato da un alone di morte, la Diceria è un testo iper-letterario, colto, barocco, che ha rivelato ai suoi molti lettori, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l’italiano è una lingua di una ricchezza entusiasmante. Ascoltate l’incipit, celeberrimo, che potrebbe essere messo in versi senza quasi nessun accorgimento o correzione: «O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi… Da che?». È tutta così, la Diceria: è una partitura musicale, un gioco di suoni.

A Comiso esiste una Fondazione dedicata allo scrittore, che raccoglie tra l’altro i suoi manoscritti, la sua biblioteca personale (10.000 volumi) e fa molte iniziative legate ai romanzi, alla Sicilia e alla memoria di Bufalino. Clicca qui per consultare il sito della Fondazione.

 

Guarire oggi

Tra i libri finiti nella cinquina (o meglio, nella sestina) del premio Strega di quest’anno ce n’è uno, vincitore peraltro del Premio Strega giovani, che si intitola Tutto chiede salvezza. Lo ha scritto Daniele Mencarelli, e ha a che vedere col nostro tema: l’autore racconta, in forma romanzata, di un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) in un reparto psichiatrico, subito nel 1994 in seguito a un accesso di rabbia figlio di un’inquietudine che ha portato i genitori, e i medici, a considerarlo un osservato speciale. Lo schema del romanzo è relativamente simile a quello dei libri che abbiamo descritto fin qui: chiuso in un ospedale, il protagonista, Daniele, vive per sette giorni in una sorta di girone infernale assieme ad altri che, come lui, sono stati portati dentro a forza. Ci sono le loro storie, i loro dolori, il protocollo delle malattie che li affliggono e, come accadeva nella Diceria, una strana fratellanza che si instaura in nome del male comune che affligge tutti loro. Ma c’è anche un desiderio che si fa strada a poco a poco, mentre Daniele comincia a recuperare l’equilibrio perduto: quello di stare bene, di ricominciare. E questo desiderio cresce insieme a una consapevolezza, prima oscura e poi sempre più chiara, viva: la consapevolezza che il proprio male non è che un bisogno, quello di salvezza: «Una parola per dire quello che voglio veramente, questa cosa che mi porto dalla nascita, prima della nascita, che mi segue come un’ombra, stesa sempre al mio fianco. Salvezza. Questa parola non la dico a nessuno oltre me. Ma la parola eccola, e con lei il suo significato più grande della morte. Salvezza. Per me. Per mia madre all’altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo?»

Clicca qui per vedere un’intervista in cui Daniele Mencarelli parla di Tutto chiede salvezza

 

Crediti immagini
Apertura: Il Berghotel Sanatorium Schatzalp (ex sanatorio Berghof) di Davos (Svizzera) citato nel romanzo La montagna incantata (Wikimedia Commons)
Box: Thomas Mann: Der Zauberberg. (La montagna incantata). Prima edizione del 1924. (Wikimedia Commons)

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