I gradi di separazione e le storie

Andrea Tarabbia

Ci sono solo tre storie

Ci sono solo tre storie, o meglio, tre tipi di storie che discendono da tre modelli insuperabili che danno forma a tutta la letteratura occidentale. È a questo che alludeva il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges nella seconda metà degli anni Sessanta, quando, all’università di Harvard, negli Stati Uniti, tenne alcune conferenze su L’arte di raccontare storie, in cui sostenne che le opere letterarie fondamentali per l’umanità sono, appunto, solo tre:«l’Iliade, l’Odissea e un terzo “poema” che spicca notevolmente sugli altri: i quattro Vangeli… le tre storie – quella di Troia, di Ulisse e di Gesù – sono bastate all’umanità…». Da qui, da questi tre archetipi, discenderebbe, secondo Borges, ma non solo secondo lui, tutta la letteratura.

Come è possibile? Proviamo a ragionarci su.

Nell’Iliade si racconta di una guerra, di una città assediata e difesa da uomini valorosi ma, dice Borges, la trama del poema non è in fondo così avvincente: è la storia di un eroe «che è di malumore nella sua tenda da campo, che si sente oggetto di un’ingiustizia commessa dal suo re, che continua la guerra come un conflitto privato perché il suo amico è stato ucciso e, infine, che vende il cadavere dell’uomo che ha ucciso al padre di quest’ultimo».Ma forse, al di là di ciò che ha voluto scrivere Omero, l’Iliade racconta qualcos’altro, qualcosa in più: «la vicenda di un uomo, di un eroe, che attacca una città pur essendo consapevole che non la conquisterà mai, pur essendo convinto che morirà prima della sua caduta; e, al contempo, la storia ancora più commovente di uomini che difendono una città il cui destino già conoscono, una città che è già in fiamme». Inoltre, dice Borges, «Gli uomini hanno sempre sentito un’affinità con gli sconfitti troiani, piuttosto che con i vittoriosi greci. Questo, forse, perché c’è una dignità nella sconfitta che difficilmente appartiene alla vittoria». Insomma, l’Iliade crea una serie di archetipi narrativi che hanno a che fare con il sacrificio, la lotta, l’onore, la dignità della sconfitta.

Nell’Odissea, invece, i topoi sono altri: si racconta di un viaggio che è un ritorno a casa; ma in questo viaggio si mettono in scena anche le meraviglie e i pericoli del mare. «Se consideriamo l’Odissea nel primo senso [quello del semplice viaggio, ndr], c’è l’idea del ritorno, del vivere in esilio, come se la nostra vera casa si trovasse nel passato o in paradiso (…) come se non fossimo mai a casa nostra. Ma, naturalmente, il viaggio per mare e il ritorno a casa dovevano essere resi interessanti. Così vennero inserite le molteplici meraviglie».

Nei Vangeli, infine, si raccontano la vita e il sacrificio di un dio. Si racconta della sua sofferenza e del fatto che, attraverso questo dolore e questa morte, gli uomini tutti sono stati redenti. Se invece non siete credenti, dice Borges, «potete pensare a un uomo di genio, a un uomo che riteneva di essere dio e che infine scoprì di essere solo un uomo e che dio – il suo dio – l’aveva abbandonato».

Ora ricapitoliamo: nell’Iliade, abbiamo detto, si parla di guerra, di sconfitta, di eroi che si sacrificano o che lottano disperatamente, di affrontare la morte; nell’Odissea si parla di viaggio, di amore (per la propria terra e per qualcuno – Penelope, Telemaco, Argo, Laerte che sia), di desiderio, di vendetta (contro i Proci), ma anche di sensualità, di terre sconosciute e mondi fantastici, di incanti e tradimenti, infine di avventura; nei Vangeli si parla di Dio, di redenzione, di pena, di dolore, di sacrificio, di un altro tipo d’amore rispetto a quello omerico. Ci sono, in queste tre storie, tutti gli elementi su cui si fonda la letteratura occidentale, tant’è vero che la riflessione di Borges procede sostenendo che, da secoli e per sempre, noi non facciamo altro che continuare a raccontare queste tre storie secondo delle varianti, delle trasformazioni. È come se in ogni libro che leggiamo ci fossero, mescolati, alcuni degli ingredienti proposti da queste tre storie archetipiche. Provate a pensare ai Promessi sposi: è la storia di un amore contrastato, mette in scena vite sottomesse alla Provvidenza divina e schiacciate dal potere che gli uomini esercitano sugli uomini. È un romanzo fondato sul desiderio: quello che hanno Renzo e Lucia di ritrovarsi e di congiungersi, ma anche quello provato da don Rodrigo e, perché no, dalla monaca di Monza; è un romanzo pieno di sacrifici: dal voto di Lucia alla vita santa di Fra Cristoforo alle vittime della peste. Contiene insomma, secondo questa logica degli archetipi, un po’ di Odissea e un po’di Vangeli.

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Un limitato numero di variazioni sul tema

La conoscete la teoria dei sei gradi di separazione? È una teoria semiotica che dice che ogni persona è collegata a qualunque altra nel mondo tramite un massimo di 5 intermediari. Vale a dire che, se conoscessimo i numeri, ci basterebbero cinque telefonate per arrivare a parlare con il cantante che amiamo, o con il presidente dell’India – con il quale apparentemente non abbiamo nulla a che fare.

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Allora facciamo un gioco. Cliccate qui. È un sito che si autodefinisce una “mappa turistica della letteratura”, ed è stato creato alcuni anni fa in Germania. Funziona in modo molto semplice: si scrive, nella barra di ricerca, il nome di uno scrittore, si preme Invio, e il sito crea una piccola costellazione di nomi attorno all’autore che si è cercato. Sono i suoi “parenti” – quegli scrittori che, per temi o per stile, gli somigliano, magari anche per contrasto.

Ho giocato un po’, ho cercato “Omero”: ha per vicini i filosofi greci, Platone e Aristotele per esempio, ma anche Virgilio, il cui poema, l’Eneide, comincia laddove l’Iliade finisce; e poi Plutarco, Ovidio, ma anche Cervantes e Nietzsche e autori novecenteschi come Faulkner o Conrad.

 

 

Poi ho cercato “Borges”: il più vicino a lui è un italiano, Italo Calvino; poi un cileno, Roberto Bolaño – un costruttore di mondi e di architetture labirintiche che ha ovviamente più di un debito con Borges.

 

 

Ecco, questo sito è molto interessante perché dice una cosa che, in qualche modo, si ricollega al discorso che abbiamo fatto fin qui: tutta la letteratura occidentale, in qualche modo, è collegata e, al di là delle tre matrici da cui tutto proverrebbe o forse proprio grazie a queste, gli scrittori, i poeti e i pensatori si incontrano, si parlano, entrano in relazione attraverso i secoli, i Paesi e le lingue. Si potrebbe dire che le storie che ci raccontiamo da migliaia di anni non sono altro che delle variazioni su un numero tutto sommato limitato di temi e motivi (di nuovo: la guerra, l’amore, il viaggio, il desiderio… riguardate i temi lanciati da Iliade, Odissea e Vangeli).

 

Ma allora, se i libri sono parenti e parlano di un numero limitato di argomenti, perché leggere ci sembra ogni volta un’esperienza diversa?

È proprio questo il punto. Quanti libri sulla Seconda guerra mondiale avete letto? Il sentiero dei nidi di ragno, Il partigiano Johnny, Le benevole, Mattatoio n. 5, Kaputt… avete letto decine di storie ambientate in quegli anni, con temi simili (il sacrificio, la sofferenza, la paura, l’onore, la nostalgia di casa e così via), situazioni e paesaggi simili, protagonisti appartenenti alla stessa categoria di persone (per esempio: i partigiani). Eppure, ciascuno di questi libri vi è sembrato un pezzo unico, qualcosa che, certo, ha delle parentele, ma che ha da dire qualcosa di profondamente “suo” e di diverso da tutti gli altri. Di più: qualcuno di questi libri parenti vi è piaciuto, qualcun altro no. Eppure raccontavano la stessa storia – una storia che vi interessa. Come è possibile?

Perché raccontavano in modo diverso. Quando pensiamo a una storia, a un romanzo, tendiamo a concentrarci sul cosa vi succede, sui fatti. Raccontiamo la trama. Ma le trame, tutto sommato, sono poche: x e y si amano, ma il loro amore è contrastato e dovranno attraversare molte peripezie prima di coronarlo. È la trama, ridotta all’osso, dei Promessi sposi, ma anche, con il finale cambiato, di Anna Karenina; o di Romeo e Giulietta; o di Jane Eyre; o di Un amore di Dino Buzzati; o di Cime tempestose; o di Il dottor Živago. E così via. Se ci concentrassimo, invece, sul come le storie vengono raccontate, capiremmo perché, poniamo, amiamo Anna Karenina e non Il dottor Živago benché le storie che raccontano hanno molto in comune.

Nelle narrazioni, il come è tutto. Prendiamo un esempio banale: «Il re morì, e poi morì la regina».È una storia, ci sono due personaggi e due fatti, che avvengono uno di seguito all’altro. Ora immaginate di doverci costruire sopra una narrazione, un racconto: «Il re morì, poi di dolore morì la regina». È la stessa storia di prima, ma ora c’è il dolore – è una storia triste, che non tutti avranno voglia di leggere. Facciamo un’altra ipotesi: «La regina morì, senza che nessuno ne indovinasse la ragione, finché non si scoprì che a farla morire era stato il dolore per la morte del re». Qui ci sono le stesse due morti di prima, ma ci sono delle notevoli differenze: anzitutto, viene raccontata per prima la morte che avviene cronologicamente dopo; per questa seconda morte, quella della regina, viene data la stessa motivazione usata per la versione precedente – il dolore per la scomparsa del re – ma viene aggiunto un elemento: nessuno ne indovinava la ragione. Dunque il nostro racconto non è più solo la storia di due morti, ma è anche un’indagine sul perché è morta la regina. Quest’ultima versione contiene un mistero, un enigma piccolo da risolvere. Contiene una domanda implicita: perché è morta la regina? E dietro a quel perché c’è il lettore, e il motivo per cui girerà pagina e andrà avanti a leggere la storia di come è morta la regina.

La storiella del re e della regina è presa da un libro che racconta come si costruiscono le storie, Aspetti del romanzo del grande scrittore inglese E.M. Forster. È un libro breve, ma è pieno di spunti su come si fa a costruire storie, e su come si possono combinare gli elementi, gli argomenti e gli archetipi della narrazione per creare storie che, se non sono nuove, sono per lo meno in grado di catturare l’attenzione del lettore.

È dunque con Forster che chiudo, riportando il pezzo in cui, commentando Le mille e una notte, svela perché il modo in cui costruiamo le storie è molto più importante del cosa le storie raccontano:

«Sharazade evitò il suo destino perché seppe maneggiare l’arma della suspense: (…). Per quanto fosse un grande romanziere, squisita nelle descrizioni, tollerante nei giudizi, ingegnosa negli episodi, moderna nella morale, efficace nel disegno dei personaggi, con una conoscenza approfondita di tre capitali d’Oriente, non si affidò a nessuna di queste doti per tentare di sottrarsi alla condanna del suo insopportabile marito. Quelle doti non erano che accessori, e sopravvisse soltanto perché seppe mantenere il re in una condizione di dubbio circa quello che sarebbe successo poi. Ogni volta che vedeva sorgere il sole si fermava a metà di una frase, lasciandolo a bocca aperta. “In quel momento Sharazade vide spuntare l’alba e, discreta, tacque». Questa piccola frase senza interesse è la spina dorsale delle Mille e una notte (…)».

Per leggere un racconto di Eric-Emmanuel Schmitt sul perché leggere narrativa clicca qui

 

Crediti immagini
Apertura: Shahrazād racconta le sue storie al principe Shāhriyār, dipinto di Ferdinand Keller (Wikimedia Commons)
Box: Jorges Luis Borges nel 1951 (Wikimedia Commons)

 

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