Identità e rappresentazione. La moda come esercizio di potere e affermazione del Sé

Beatrice Collina

La moda è un fenomeno tipicamente moderno, le cui radici sono rintracciabili nel passaggio tra il tardo Medioevo e l’inizio del Rinascimento grazie alla progressiva espansione dei commerci su scala globale e alla possibilità da parte delle classi agiate di permettersi materie e oggetti sempre nuovi e pregiati. Per molti studiosi, è proprio l’elemento della “novità” e del “continuo cambiamento” a definire la moda e a metterla in una relazione di dipendenza reciproca con il sistema capitalistico e consumistico occidentale. Nel Novecento, il filosofo tedesco Walter Benjamin (1892-1940) arriverà a definire la moda come “l’eterno ritorno del nuovo”.

L’interesse dimostrato dai filosofi nei confronti della moda è stato inizialmente alquanto marginale: considerata materia frivola, si possono rintracciare commenti perlopiù di stampo moralistico che etichettano l’interesse per la moda (e il lusso) tra le cause della corruzione della società. Questa è la nota posizione di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) nel Discorso sulle scienze e sulle le arti del 1750, ma già qualche decennio prima Bernard de Mandeville ne La favola delle api (1714) inseriva l’amore per la moda tra i vizi che permettono a una comunità di prosperare. L’opera di Mandeville aveva il provocatorio intento di dimostrare come la ricchezza di una società, e di conseguenza il suo benessere complessivo, dipendesse non dai comportamenti etici dei singoli, ma dalle loro irrazionali passioni e debolezze. Annoverando la moda come esempio di queste ultime, Mandeville ci dice indirettamente quale potesse essere il severo giudizio su di essa dei suoi contemporanei.
Col tempo, gli studiosi hanno cominciato a individuare nella moda l’espressione estetica di una fitta rete di simboli e significati più profondi, oggetto da indagare per svelare i meccanismi del potere sociale.

 

Distinzione ed esclusione. La moda come confine sociale

A partire dall’Ottocento, filosofi e sociologi cominciano a interrogarsi su come funzioni nei fatti il fenomeno della moda. Nei suoi studi, Thorstein Veblen (1857-1929) definisce la moda come il desiderio delle classi agiate di ostentare e rimarcare la propria posizione sociale. Secondo quella che è conosciuta come trickle-down theory (teoria della ricaduta “a cascata”), di cui il filosofo scozzese Adam Smith (1723-1790) può essere considerato un precursore nel suo lavoro Teoria dei sentimenti morali, la moda nascerebbe dalle classi sociali più elevate per poi essere imitata da quelle inferiori, dando avvio a un incessante movimento in cui le prime affermano il proprio potere e le seconde tentano di rincorrerle, ma con insuccesso perché le prime sono già pronte a dettare nuove regole.
L’idea che l’imitazione dei canoni della moda sia una strategia, più o meno consapevole, attraverso cui alcune categorie provano ad accedere a posizioni sociali da cui sono escluse, in anni più recenti è stata recuperata e applicata anche al rapporto tra generi. In Culture and Consumption (1990), l’antropologo canadese Grant McCracken analizza l’abbigliamento che identifica la figura della cosiddetta “donna in carriera”, osservando quanto, per imporsi ed essere prese sul serio nel mondo del lavoro, le donne abbiano fatto propri, soprattutto in certi contesti, abiti tipicamente maschili, in parte riadattandoli (si pensi a completi e tailleur). La stessa strategia imitativa vale ogni volta che esiste uno scarto di potere tra gruppi per genere, età, appartenenza etnica, con un livellamento estetico della differenza a favore del gruppo che detiene il potere.

 

Dall’identità di classe all’affermazione dell’individuo. La moda come rottura e libertà

La moda è stata a lungo espressione del potere esercitato dalla classe dominante sulle classi lavoratrici. Tuttavia, a partire dagli anni Settanta del Novecento, si assiste a un sovvertimento dell’utilizzo della moda, che diventa strumento di ribellione e rottura dello status quo. Pur molto critico nei confronti del fenomeno della moda, lo studioso francese Pierre Bourdieu (1930-2002) registra come i giovani stilisti di quegli anni portino avanti un vero e proprio attacco all’establishment, in particolare rifiutando i canoni di raffinatezza ed eleganza che contraddistinguevano il lavoro di grandi nomi come Christian Dior e Yves Saint Laurent.
La moda diventa un campo di affermazione della propria identità, una identità che può essere di gruppo e non più di classe, come nel caso di alcune sottoculture giovanili della seconda metà del Novecento (Punk, Rastafarian, Teddy Boys, Beat), ma che diventa sempre più espressione della propria individualità. In L’impero dell’effimero (1989), il filosofo francese Gilles Lipovetsky (n. 1944) mette in relazione la moltiplicazione delle occasioni di scelta, che caratterizza quella che definisce “società dell’iperconsumo”, con la possibilità del singolo di poter esprimere sé stesso senza ispirarsi a niente e nessuno. Libertà e democratizzazione della società sarebbero perciò i prerequisiti della moda. L’altra faccia della medaglia risiede tuttavia nella consapevolezza che le potenzialmente infinite combinazioni siano lo specchio di un individuo, quello contemporaneo, caratterizzato da un Io sempre più mobile, liquido, frammentato.

 

Mondi senza mode. Utopie e distopie

Il tema del legame tra moda e grado di libertà e giustizia di una società rappresenta un nodo di particolare interesse che ha condotto gli studiosi a considerazioni contrapposte. Nella sua opera del 1602, La città del sole, il filosofo Tommaso Campanella (1568-1639) immaginava una società utopica in cui ogni aspetto della vita dei suoi abitanti era razionalmente delineato e scandito, al fine di evitare qualsiasi tipo di violenze e ingiustizie. In un simile contesto, anche il modo di vestire dei cittadini non è lasciato al caso e mira a una uniformità che intende evitare invidie e gelosie: il canone individuato da Campanella consisteva in una veste di lino bianco di giorno e abiti di seta di notte, di seta o lana rossa fuori dalla città; il nero sarebbe dovuto essere severamente vietato.

Per una breve introduzione del genere filosofico-letterario dell’utopia, passando proprio per il lavoro di Tommaso Campanella, si rimanda al seguente contributo: https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/01/Breve-storia-dellutopia-acfde0bc-e0ef-4ee4-8ac1-8b814992c874.html

Sebbene le intenzioni di Campanella fossero quelle di costruire una società più equa, la totale uniformità che propone richiama a noi contemporanei immaginari ben diversi e sinistri legati ai regimi del Novecento: i capi di abbigliamento sono stati utilizzati sia per creare appartenenza che per stigmatizzare determinate categorie, in entrambi i casi per cancellare le personalità degli individui. In anni più recenti, una distopia letteraria che ha avuto molto successo e in cui è ben evidente il modo in cui gli abiti possano essere utilizzati per definire ruoli e funzioni all’interno di una società totalitaria è Il racconto dell’ancella (1985) di Margaret Atwood: il significato simbolico di questo lavoro è stato talmente forte che gli abiti del romanzo sono stati ripresi nella realtà e usati in diversi paesi in occasione delle proteste per i diritti delle donne.

Sono diverse le interviste rilasciate da Margaret Atwood negli ultimi anni, a seguito della “riscoperta” della sua opera del 1985. Di seguito, si rimanda a una puntata recente presentata per il programma Fahrenheit: https://www.raiplayradio.it/audio/2021/10/RaiTv-Media-Audio-Item-a5b346b0-b64b-4d3d-827b-38e6de40773e.html

 

Crediti immagini
Apertura: Tommaso Campanella, ritratto dal pittore Francesco Cozza (Wikimedia Commons)
Box: Margaret Atwood (Wikimedia Commons)

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