Il cambiamento climatico: una storia antica come la Terra

Ludovico Testa

Tra fuoco e ghiaccio

Affrontare il tema del cambiamento climatico da una prospettiva storica significa parlare della terra, più che dell’essere umano; significa analizzare il problema da un’angolatura di lunga o, meglio, lunghissima durata, nella quale l’essere umano e, ancor prima, tutti gli organismi viventi che hanno popolato il pianeta sono stati spettatori passivi e impotenti di fronte alle trasformazioni profonde, nelle quali da milioni di anni si sostanzia il battito vitale del pianeta. Dalla “Terra a palla di fuoco” alla “Terra a palla di neve”, dalla glaciazione di Grünz fino all’ultima glaciazione di Würm, passando per i rispettivi periodi interglaciali caratterizzati da un generale innalzamento della temperature, il nostro pianeta ha fin dalla nascita convissuto con il cambiamento climatico. Si può dire che è cresciuto insieme a esso, modificandosi incessantemente, nel corso di miliardi di anni, dal punto di vista fisico e ambientale.

Investendo la Terra di un moto ondoso incessante, i cambiamenti climatici hanno portato a mutamenti nella geografia terrestre, così come alla diffusione oppure alla scomparsa di specie animali e vegetali, selezionate in base alle rispettive capacità di adattamento alle trasformazioni. Classico in tal senso è l’esempio dell’estinzione di molte specie di dinosauri causata dalla profonda trasformazione dell’ecosistema seguita all’impatto di un asteroide sulla Terra 66 milioni di anni fa. Avvicinandosi a tempi più “recenti”, si ritiene che la fine dell’ultima glaciazione – conclusasi circa 12.000 anni fa – abbia contribuito alla scomparsa di mammut e rinoceronti lanosi, la cui folta pelliccia risultò inadatta ad affrontare la trasformazione del clima – da freddo e secco a umido e piovoso – mentre la riduzione dei grandi pascoli causata dalla diffusione delle foreste privò questi e altri animali delle adeguate fonti di sussistenza. Il disgelo e il conseguente innalzamento del livello dei mari fu all’origine della nascita delle isole britanniche, fino ad allora estensione montagnosa del continente europeo, così come dell’allagamento della grande pianura che univa l’Italia centro settentrionale alla Jugoslavia e della scomparsa del preistorico “passaggio a Nord ovest” attraverso lo stretto di Bering, che aveva consentito il transito di popolazioni dall’Asia all’America.

 

Al principio fu la renna

Influenzati da trasformazioni nell’attività solare, dall’intensificazione dei processi vulcanici, dai mutamenti profondi nelle correnti oceaniche, i cambiamenti climatici hanno naturalmente condizionato anche il progresso umano, sia contribuendo all’estinzione di alcune specie (tra le quali l’homo habilis, l’homo erectus, l’homo di Neanderthal); sia rallentando o accelerando le dinamiche di sviluppo culturale avviate dell’homo sapiens. Un esempio significativo è rappresentato dall’Europa centro occidentale, dove il diffondersi delle foreste e il diradarsi delle grandi mandrie di erbivori pose fine alla cosiddetta “civiltà della renna”, durante la quale l’abbondanza di cibo aveva assicurato ai gruppi umani presenti sul territorio il soddisfacimento delle esigenze primarie, favorendo la diffusione di una cultura complessa, documentata da raffinate testimonianze funerarie, artistiche e manifatturiere. Mentre dunque le renne seguivano la ritirata dei ghiacci verso nord – costringendo l’essere umano europeo a una lotta per la sopravvivenza legata alla difficile caccia a cervi, cinghiali, caprioli nascosti nel fitto della vegetazione – le trasformazioni indotte dalla fine dell’era glaciale interessarono solo marginalmente l’area mediorientale, che continuò a essere popolata da capre, montoni, bovini e suini selvatici. È qui, in questa mezzaluna di terra compresa tra le coste del Mediterraneo, del Mar Rosso e del Golfo Persico, che l’homo sapiens sperimenta le prime forme di allevamento ed è qui che effettua i tentativi di addomesticare piante selvatiche come il farro, le lenticchie, i piselli, l’orzo, il lino, la cui crescita spontanea è diffusa in tutta l’area. È qui che l’essere umano mette radici, trasformandosi da cacciatore-raccoglitore in allevatore-agricoltore, abbandonando il nomadismo per la sedentarietà e iniziando a costruire villaggi sulle macerie degli insediamenti precedenti. È qui, in sostanza, che si levano i primi vagiti di quella «rivoluzione neolitica» destinata a segnare una svolta nella storia dell’umanità.

La fine dell’ultima glaciazione non significò tuttavia il raggiungimento di una stabilità delle condizioni climatiche, le cui oscillazioni sarebbero continuate nei millenni, generando sbalzi nelle temperature, in una continua alternanza tra caldo e freddo, umidità e siccità, che avrebbe interessato in modo irregolare le varie aree del pianeta e di fronte alle quali l’essere umano avrebbe imparato ad adattarsi e a destreggiarsi come il marinaio tra le onde.

 

Circa le ipotesi della scomparsa di alcune specie umane e sull’importanza della “civiltà della renna”:

https://www.repubblica.it/green-and-blue/2020/10/21/news/homo_sapiens_guarda_al_clima-271293399/
http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1981/III/art/R81III016.html

In merito ai cambiamenti climatici nell’era post glaciale:

https://www.concerteaux-iisl.eu/22-000-a-c-6-000-a-c-2/

 

Come il giunco con il vento

L’interazione tra natura e cultura dettata dai cambiamenti climatici ha accompagnato la storia dell’essere umano fino ai giorni nostri, condizionandone in modo significativo lo sviluppo e talvolta determinandone i passaggi fondamentali. In Europa e nell’area mediorientale le trasformazioni del clima erano fin dai tempi più antichi ritenute una delle tante manifestazione della volontà degli déi, cui furono dedicati giganteschi templi, che le recenti scoperte archeologiche attestano siano stati edificati ancora prima della diffusione della civiltà agricola. Se la fondazione intorno al 10.000 a. C. del vasto insediamento religioso di Gobelki tepe (Anatolia meridionale) si ipotizza sia stato avvantaggiato dal maturare nella regione di favorevoli condizioni climatiche, nella Cina del V millennio a.C. il raffreddamento del clima generò migrazioni e conflitti causati dalla riduzione delle risorse alimentari disponibili, con l’effetto di favorire una primitiva stratificazione sociale tra ricchi e poveri, deboli e potenti e di intensificare le pratiche religiose necessarie a comprendere e ingraziarsi il volere degli dei.

Tra il XIV e il XII secolo a. C. siccità e carestie legate ai mutamenti climatici furono all’origine di grandi sconvolgimenti e imponenti ondate migratorie che sommersero una vasta area geografica che aveva il suo fulcro nelle regioni affacciate sul Mediterraneo orientale, portando alla fine dell’Età del bronzo e al collasso di una fiorente civiltà articolata in regni e imperi tra loro interconnessi sul piano economico e sociale. Dalle macerie di quel mondo verranno gettate le fondamenta di un nuovi modelli organizzativi, non più su grandi entità statali centralizzate a ma su piccole città-stato, sulle quali si svilupperà il nuovo ordine dell’età del ferro.

Importanti mutamenti climatici di media e lunga durata sono stati registrati dall’età preromana a quella postromana, per poi culminare nella cosiddetta “piccola glaciazione” dell’età tardo antica. Sviluppatasi tra il VI e il VII sec d.C. nell’emisfero settentrionale in coincidenza con imponenti eruzioni vulcaniche, si ritiene che tale peggioramento delle condizioni climatiche abbia provocato un repentino aumento della fertilità del suolo nella penisola arabica, rafforzandone la popolazione e favorendo l’espansione islamica lungo le coste del Mediterraneo mentre, più a nord, l’irrigidirsi del clima è ritenuta una delle cause responsabili della migrazione dal nord di Slavi e Longobardi verso le più ospitali regioni del Mediterraneo. Assai documentata è infine la “piccola glaciazione” sviluppatasi tra la metà del XIV secolo e la metà del XIX secolo, ampiamente confermata dalle cronache del tempo e in innumerevoli raffigurazioni artistiche. Le temperature crollarono mediamente di due gradi; sul Tamigi ghiacciato si tenevano fiere e mercati, l’isola di Manhattan era raggiungibile a piedi, mentre la laguna di Venezia si trasformava in un’agile via di comunicazione per i carri provenienti da Mestre.

Di fronte a tutto questo, nel corso dei millenni l’essere umano ha svolto per lo più una funzione di spettatore, subendo i cambiamenti climatici e adattandosi alle mutate condizioni atmosferiche come la canna quando soffia il vento. Dalla seconda metà dell’Ottocento però il ruolo del progresso umano nelle trasformazioni del clima pare sia diventato più attivo. Il processo di industrializzazione sempre più intenso ed esteso a livello planetario è stato da molte parti indicato quale responsabile o corresponsabile dell’innalzamento delle temperature registrato a partire dagli ultimi decenni del XX secolo, tanto da spingere organizzazioni internazionali, governi e movimenti ambientalisti a promuovere iniziative per limitare i danni generati sull’ecosistema dall’attività dell’uomo. Vi è tuttavia chi ritiene che tale responsabilità sia assai limitata se non addirittura inconsistente. Il dibattito sul futuro del pianeta è aperto, ma questa è tutta un’altra storia.

 

 

 

 

Crediti immagini:

Apertura: Il Tamigi Ghiacciato (Wikimedia Commons)
Box: Gobelki Tepe (Wikimedia Commons)

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