Il contagio: luoghi comuni ieri e oggi

Lorenzo Argentieri

Le più celebri descrizioni di pestilenze nella letteratura sono testi letterari. Anche quando sono improntate a un atteggiamento razionalistico (come fa Tucidide per la peste ateniese del 429 a.C. nella Guerra del Peloponneso o Manzoni per quella milanese del 1630 nei Promessi sposi), tutte obbediscono a esigenze individuali di creazione artistica, perciò non dobbiamo prenderle troppo alla lettera. Per esempio, se confrontiamo la descrizione di Boccaccio della peste fiorentina del 1348 con altri documenti o lettere private dell’epoca, notiamo subito quanta arte l’autore del Decameron abbia aggiunto alle proprie pagine.

Per un approfondimento sulla peste di Atene secondo Tucidide e la peste di Firenze secondo Boccaccio clicca qui

 

I luoghi comuni

Comunque, malgrado l’apporto personale di ogni singolo autore, le descrizioni più ampie e celebri mostrano la presenza di tópoi ricorrenti, il che ne conferma la natura letteraria. I motivi ricorrenti sono: 1) la discussione sull’origine della malattia; 2) i sintomi e il decorso; 3) l’incapacità della politica e dei medici a contrastare il contagio; 4) la desolazione delle città e delle campagne; 5) la mancanza di pietà per i moribondi e per i defunti e la disgregazione del vivere civile, sostituito dal sospetto reciproco.

Mentre i primi due punti variano a seconda della particolare epidemia descritta, gli altri suonano familiari in qualunque epidemia, anche in questi giorni in cui la nostra attenzione è concentrata sul coronavirus.

 

Il silenzio delle città

Ad esempio, le immagini dei luoghi-simbolo di Roma e Milano, solitamente affollati di turisti ma ora vuoti e silenziosi, ci tornano alla mente leggendo la descrizione della “peste di Giustiniano” (541-542) fatta da Paolo Diacono (VIII secolo d.C.):

“Prima avresti visto villaggi e accampamenti pieni di schiere d’uomini, il giorno seguente ogni cosa immersa in un silenzio profondo perché tutti erano fuggiti […]. Potevi vedere il mondo riportato al silenzio delle sue origini: nessuna voce nei campi, nessun fischio di pastore” (Historia Langobardorum II, 4, trad. A. Zanella).

Lo stesso effetto ci fa la camminata di Renzo nella Milano deserta all’inizio del cap. XXXIV dei Promessi sposi, nelle cui strade si aggirano passanti rari, sospettosi e aggressivi.

Questa desolazione è dovuta al cambio delle abitudini: molte persone rinunciano a uscire e a viaggiare per rimanere in casa, evitando ogni contatto umano che non sia strettamente indispensabile. Anche nella peste di Firenze del 1348, stando a Boccaccio, alcuni “avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere; e fatta brigata, da ogni altro separati viveano” (Introduzione, par. 20).

Clicca qui per vedere il video “Coronavirus, dal Colosseo a Piazza di Spagna: la paura del contagio svuota i luoghi simbolo di Roma” su Repubblica.it

 

Le false notizie e la diffidenza verso lo straniero

La necessità di dare un senso a un male che sembra inspiegabile porta alla diffusione incontrollata di superstizioni, come la credenza del passato secondo cui la peste fosse dovuta a un particolare allineamento di pianeti, e di notizie false, come l’idea che la malattia sia diffusa artificialmente da alcuni individui. Come al solito, a fare le spese del clima di paranoia sono gli stranieri, ritenuti nemici per eccellenza: lo sanno bene gli sfortunati cinesi che in questi giorni sono stati aggrediti verbalmente e fisicamente in varie città d’Italia. Come si vede, le fake news a sfondo razzista esistevano anche prima di chiamarsi così!

Secondo Tucidide (II, 48, 2), all’inizio della pestilenza gli Ateniesi “dissero che i Peloponnesiaci avevano avvelenato i pozzi” (trad. M. Cagnetta), visto che da un anno erano entrati in guerra contro di loro. E quando durante la peste di Milano si diffuse la diceria sugli untori, che diffondevano la malattia spargendo polveri e unguenti, “i forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia” (A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXXI). Spesso l’arresto era una salvezza per loro, altrimenti sarebbero stati linciati dalla folla. Sempre secondo Manzoni, solo così si salvarono tre giovani turisti francesi, malmenati dalla folla solo perché avevano guardato attentamente il Duomo di Milano; non altrettanto fortunato fu un vecchio, linciato perché aveva spolverato una panca prima di inginocchiarsi a pregare (cap. XXXII).

 

Chi specula sulla malattia

Nelle pestilenze non mancano mai gli speculatori, che sfruttano le condizioni di bisogno o le paure della gente per fare denaro, e gli sciacalli, che ne approfittano per rubare. Quelli che oggi vendono disinfettanti e mascherine a prezzi esorbitanti discendono evidentemente da quelli che nel 1348, a Firenze, si facevano assumere a peso d’oro non per sfamare, pulire o medicare gli ammalati, ma semplicemente per porgere loro degli oggetti o guardarli morire, come narra Boccaccio (“l’avarizia de’ serventi, li quali da grossi salari e sconvenevoli tratti servieno, […] li qual niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose dagl’infermi addomandate o di riguardare quando morieno”; Introduzione, par. 28). Quanto agli sciacallaggi, Manzoni descrive quelli compiuti non solo dai monatti, ufficialmente incaricati dal comune di rimuovere i cadaveri, ma anche quello del Griso, il capo dei bravi di don Rodrigo, che prima fa portare via a tradimento il suo padrone, poi fruga nei suoi vestiti alla ricerca di qualche spicciolo e così contrae anche lui la peste che lo uccide il giorno dopo (I promessi sposi, cap. XXXIII).

Per un articolo sugli sciacalli di oggi clicca qui

 

I sedicenti esperti

Altrettanto familiare, nelle descrizioni delle peste, ci risulta la figura del sedicente esperto, che pur non avendo alcuna formazione scientifica approfitta del momento di panico per attirare l’attenzione di cui ha bisogno millantando conoscenze che non ha. Boccaccio, per esempio, ironizza sui medici “de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo” (Introduzione, par. 13).

Altrettanto molesti dovevano risultare gli pseudoesperti durante la “peste di Giustiniano”, se lo storico Procopio di Cesarea (circa 490-560) polemizza così duramente contro di loro: “Di solito, a tutti i flagelli mandati dal Cielo gli uomini cercano di dare delle spiegazioni, con molta presunzione: tali sono le varie ipotesi che con vani sproloqui amano avanzare coloro che si dicono esperti in materia, su fenomeni assolutamente incomprensibili per l’uomo, inventando strane teorie di scienza naturale, sebbene sappiano benissimo di dire cose senza alcun senso; però si considerano paghi se riescono a convincere chi capita loro a tiro, sbalordendolo con gran discorsi” (Le guerre persiane, II, 22, trad. M. Craveri).

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(Crediti immagine box: Wikimedia Commons)

 

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Commenti [4]

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  1. Letizia Catalano

    Grazie! Siete stati assai tempestivi e bravi!

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  2. Antonella Mandelli

    Gli articoli sono molto interessanti, ma dalla mail di scuola non riesco né a scaricarli ne a condividerli. Sarebbe possibile riverberai alla mia mail personale? a.mandelli61@gmail.com. Grazie

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    • Redazione

      Gentile Antonella, ci dispiace per il disguido tecnico. Per scaricare i contenuti non è necessario accedere con una mail. Basta cliccare su “Scarica il PDF dell’articolo” alla fine della pagina.

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