Il Covid tra resistenze e cambiamenti di abitudini

Claudio Fiocchi

L’oggetto specifico dell’antropologia è la cultura di una comunità e le pratiche che la animano. Le culture non sono però oggetti statici, ma dinamici che cambiano sotto la pressione degli eventi, spesso cercando di ricollocare al proprio interno i nuovi fattori. L’esperienza del Covid-19 sta agendo in questo modo? È la domanda che si sono posti molti antropologi, di fronte alla constatazione che la diffusione dell’epidemia Covid-19 e il tentativo di arginarla hanno imposto delle novità nella vita sociale. Alcune di queste hanno colpito in modo particolare l’attenzione degli antropologi: la celebrazione della morte, la reazione alla malattia, la relazione con gli altri. Ciascuno di questi tre ambiti costituisce un oggetto tipico dell’osservazione antropologica in molte culture.

 

La morte

L’esito di molti casi di infezione da coronavirus è stata la morte. Molti antropologi hanno evidenziato che le procedure sanitarie messe in atto nei momenti più critici vanno a toccare, sconvolgendola, la prassi universalmente diffusa dell’estremo saluto. Secondo l’antropologa Marta Villa, la stessa “cultura” è nata quando è iniziata la pratica della sepoltura. Raccogliere le ultime parole, vestire il defunto, seguire il corteo funebre sono pratiche fondamentali: aiutano a elaborare la perdita e ad accettare la morte. Inoltre, il rapporto con i morti è una costante culturale che di volta in volta si verifica nella forma di celebrazioni pubbliche e private, giorni speciali (il giorno dei morti), visite alle tombe, ecc.

Puoi leggere qui le riflessioni di Marta Villa

 

Che cosa è successo di inusuale con la diffusione del coronavirus? Il periodo di lockdown e l’alta concentrazione di casi hanno stravolto lo svolgimento delle normali pratiche funerarie e anzi hanno impedito il contatto con i parenti in procinto di morire, trasportati in tutta fretta dalle loro case all’ospedale senza il conforto di amici e parenti. Sono rimaste impresse nella memoria di tutti le scene terribili delle bare trasportate dai camion militari alle quali ha fatto da contraltare la diffusione dei manifesti del giornale l’Eco di Bergamo appese alle finestre di tante case a ricordare lo strazio subito da una provincia italiana. In una forma più organizzata e tecnologica la vicenda della bergamasca ha ricordato i tanti casi della storia in cui le guerre o le epidemie hanno impedito l’usuale transizione dal mondo dei vivi a quello dei morti.

 

La malattia

L’aspetto della mancata celebrazione del rito funebre è stato tra le novità più eclatanti imposte dalla recente pandemia e anche quando i funerali sono stati nuovamente consentiti, una norma ha cercato di stabilire delle forme di relazione sicure da un punto di vista medico.

La malattia però non è un puro e semplice fenomeno biologico.  L’antropologia medica, infatti, valuta le malattie nel loro contesto culturale, scoprendo così che i fenomeni patologici non sono equivalenti in tutte le culture: possiamo pensare a come in passato le malattie mentali siano state intese come semplici manifestazioni di alterazioni organiche.

Il caso del Covid-19 presenta però alcuni aspetti sorprendenti, come fa notare Giorgia Tresca sulla rivista Il Mulino.

Puoi leggere qui le riflessioni di Giorgio Tresca

 

Perché proprio questa malattia ha generato tante attenzioni, sforzi e paure, dato che il numero di morti è inferiore a quello di altre patologie? Riuscire a fornire una risposta antropologica a questa domanda è forse prematuro, ma possiamo sondare qualche utile pista. Molti antropologi evidenziano come questa epidemia metta in luce il limite di un approccio di urgenza, la sottovalutazione degli aspetti ambientali, la necessità di coinvolgere le comunità. Partendo da questa considerazione si può ipotizzare che il senso culturale che in modo latente si sta assegnando a questa patologia sta proprio nei suoi effetti sulla socialità: se una tradizionale influenza, una malattia oncologica o respiratoria rientrano nell’alveo della normalità, questa epidemia sembra richiedere una riduzione delle relazioni sociali, una ridefinizione dei contatti, un nuovo uso degli spazi. Per certi versi, insieme con il virus si diffonde il timore di una socialità depauperata e poco umana.

 

Nuovi spazi, nuove categorie?

La nuova normalità ha la sua cifra distintiva nel distanziamento. Imposto con il lockdown, attenuato durante l’estate, introdotto negli edifici pubblici, il distanziamento è il primo strumento di lotta contro un virus che fa della condivisione dell’aria il suo mezzo di propagazione. L’innaturalità di tale provvedimento non cessa di stupire perché è contrario alla logica della socialità. Da qui le forme di rifiuto o la ricerca di nuove forme di interazione e persino di saluto, che rispondono all’esigenza di ridefinire le prassi pre-covid in un contesto sanitario diverso.

Tra tentativi di sviluppare nuove forme di interazione e di uso degli spazi da un lato, e spinte al mantenimento delle pratiche pre-covid dall’altro, il nostro immaginario si sta popolando di nuove figure e nuovi concetti. Per esempio, gli asintomatici compaiono come una categoria intermedia tra i sani e i malati, una sorta di untori inconsapevoli che fanno scricchiolare la normale idea di salute. Anche gli studenti a distanza, che seguono le lezioni da casa, appaiono come una categoria nuova e intermedia tra il presente e l’assente. Forse allora il simbolo più adatto per la nostra epoca è proprio il gel, a metà strada tra il solido e il liquido.

I modi in cui il distanziamento, le conoscenze mediche, l’uso intenso delle comunicazioni mediatiche si combinano tra loro stanno ridisegnando il panorama della nostra vita quotidiana, ma con quali esiti nel lungo periodo è impossibile prevedere.

 

(Crediti immagini: Pixabay, Pixabay)

 

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