Il sogno spezzato: la Belle Époque tra speranza e disincanto

Ludovico Testa

 Cominciare dalla fine

“Avevo chiesto al cameriere del ghiaccio, ma insistere adesso sarebbe ridicolo.”
Così pare abbia commentato, riponendo la bottiglia di champagne nel cestello, un elegante e imperturbabile gentiluomo britannico quando, nella notte del 14 aprile 1912, a bordo del Titanic iniziò a spargersi la notizia che il transatlantico aveva urtato contro un colossale iceberg. In quello stesso momento l’orchestra attaccò un motivo di ragtime. La musica avrebbe continuato a diffondersi nel salone di prima classe per buona parte delle due ore che precedettero il completo affondamento della nave nelle gelide acque del Nord Atlantico. Pare che l’ultimo brano suonato dai musicisti fosse un valzer lento e sentimentale dal titolo Sogno d’autunno.

Questa vicenda sembra prestarsi alla perfezione per rappresentare allegoricamente il tramonto della Vecchia Europa alla vigilia del primo conflitto mondiale, durante il quale si consumò il naufragio di un mondo che si riteneva invincibile. L’immagine dell’affondamento del Titanic tra le note del valzer e del ragtime appare come il preludio ad altre e ancor più drammatiche immagini che due anni più tardi, nell’estate del 1914, avrebbero immortalato colonne di soldati marciare a suon di fanfara verso le porte dell’abisso tra gli applausi e i fiori lanciati da una folla festante.

Sull’affondamento del Titanic:  http://win.storiain.net/arret/num144/artic7.asp

 

Il trionfo della ragione

Con i suoi arredi sfarzosi e i suoi orchestrali vestiti in frac, il Titanic si era imposto nell’immaginazione collettiva come lo specchio galleggiante di un’intera epoca, il riflesso cangiante di una società cresciuta rigogliosa all’ombra della pace, del benessere, del progresso e divenuta per questo incondizionatamente fiduciosa nel proprio futuro. Non si può certo dire che questo clima avesse contagiato la totalità della popolazione europea. Così come nella pancia del Titanic i passeggeri di terza classe erano ammassati in spazi angusti e insalubri, così nell’Europa di inizio secolo assai consistenti erano le sacche di popolazione che ancora versavano in condizioni di miseria e arretratezza. Anche per loro tuttavia il Novecento si era aperto all’insegna di nuove e grandi speranze, incoraggiate dalla rapida diffusione del messaggio socialista, che annunciava ai più poveri, agli ultimi, ai dimenticati l’imminente avvento di un’età di cambiamenti e di riscatto.

Le profonde diseguaglianze sociali e le conseguenti tensioni che scuotono il sistema capitalista non ostacolano però in alcun modo l’espansione dell’Europa nel mondo, anzi: all’inizio del XX secolo Europa e mondo appaiono una cosa sola. I governi di Londra, Parigi, Berlino, Vienna e San Pietroburgo dominano infatti sulla quasi totalità delle terre emerse. Il Vecchio continente gode da decenni di un lungo periodo di pace, che si è rivelato estremamente salutare per lo sviluppo delle scienze, dei commerci e dell’industria. La borghesia guida con mano ferma i destini di popoli e territori sterminati, regolando con sapienza le concessioni politiche ed economiche elargite ai ceti inferiori. Sono anni spensierati, caratterizzati da una diffusa voglia di mondanità, di svago, di lusso, esigenze che appaiono alla portata di segmenti sociali sempre più ampi e che trovano adeguata rappresentazione nella delicata raffinatezza dell’Art Nouveau. Nel clima di contagioso ottimismo che attraversa l’Europa, la fiducia in uno sviluppo illimitato sembra ben riposta nelle mani di una classe dirigente che, sotto l’influsso della filosofia positivista, ha eretto la ragione a nume tutelare del progresso umano.

Il rigore razionalistico imposto dalla cultura dominate non lascia nulla al fato. Tutto è misurato, catalogato, spiegato attraverso l’inossidabile dualismo causa-effetto. Ciò che si presenta incongruente dal punto di vista scientifico ed estraneo alle regole dettate dalla morale borghese viene guardato con sospetto, isolato, posto ai margini della società. Dopo avere liberato l’uomo dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione, la ragione illuminista, rafforzata da quella positivista, pare averlo proiettato in una realtà dorata fatta di verità assolute e valori universali, nella quale non trovano però riconoscimento o risposta le domande esistenziali provenienti dalla dimensione spirituale, da quegli gli spazi interiori dove la razionalità si perde nel vano inseguimento dell’impalpabile, dell’inafferrabile.

 

Ritratto di un’epoca

Nel complesso, tuttavia, volgendo lo sguardo all’indietro, in pochi a quei tempi avrebbero avuto il coraggio di negare che nell’Europa di inizio secolo si vivesse meglio e più a lungo di prima. E questo per una serie di validi motivi.

Innanzitutto la guerra. Dopo il conflitto franco-prussiano del 1870 sembrava che lo spettro della guerra, con la sua triste scia di lutti e devastazioni, avesse abbandonato per sempre il continente. Come ai tempi delle crociate, l’aggressività dei militari e le ambizioni imperiali dei governanti trovavano sfogo oltre mare, nei territori nominalmente ancora soggetti all’Impero Ottomano, negli sconfinati spazi dell’Africa nera o nelle esotiche regioni dell’Asia. Le notizie di guerre lontane, di conquiste territoriali, di curiosità coloniali circolavano nei palazzi dei governi, nei caffè e nei salotti sintetizzate dai messaggi telegrafici o dettagliatamente descritte negli articoli dei giornali, la cui tiratura aumentò in quegli anni vertiginosamente.

La pace significa in concreto prosperità dei commerci, crescita demografica, libertà di movimento di uomini e capitali, accelerazione della circolazione delle idee tra paese e paese. Questa fu in sostanza l’Europa nei quattro decenni che precedettero la Prima guerra mondiale: un continente in rapida e costante crescita economica, capace di sbalordire il mondo per il susseguirsi incalzante di scoperte scientifiche, innovazioni tecnologiche, di progressi compiuti in tutte le branche del sapere. Un continente dove, grazie alle nuove frontiere raggiunte nei campi della medicina e nell’igiene pubblica, l’età media aveva registrato un sensibile aumento e la popolazione giovanile si era triplicata. Un continente dove lo sviluppo delle ferrovie, la comparsa dell’automobile e dell’aereo, uniti alla diffusione della bicicletta in tutti gli strati della società, avevano nettamente accorciato tanto le piccole quanto le grandi distanze. Un continente infine dove il progresso scientifico-teconologico e la propagazione delle nuove idee si erano tradotti nell’avvio di un articolato processo di emancipazione: l’emancipazione dell’essere umano dalla natura, della donna dall’uomo, dei ceti subalterni dai ceti benestanti.

 

Ballando sul baratro

La fiducia e l’ottimismo si riversavano nelle strade delle grandi capitali europee (Parigi, Londra, Vienna, ma soprattutto Parigi), animando un irrefrenabile desiderio di svago e di divertimento, che aveva come luoghi privilegiati gli affollatissimi caffè concerto, i salotti mondani, i teatri e i ristoranti. È questo il tempo in cui si diffusero nuovi e popolari balli come il can can e il galop; è il tempo dello sviluppo del turismo, dello sport e delle gite in montagna o al mare. In questo periodo l’arte uscì dai propri santuari per avvicinarsi alla vita di tutti i giorni, diventando fonte di ispirazione per gioielli, oggetti di arredamento e vestiti che, prodotti in serie e venduti a prezzi accessibili per molti, riempirono gli scaffali dei nuovi grandi magazzini stimolando la nascita della moderna società dei consumi. L’essenza di quell’ondata di ottimismo che univa i ceti aristocratici a quelli borghesi, gocciolando qua e là anche sugli strati meno abbienti, era la fiducia incondizionata nell’incessante sviluppo del progresso umano teorizzato dal Positivismo.

È tenendo presente questo contesto generale che si può comprendere il trauma prodotto nell’immaginario collettivo dalla notizia dell’affondamento del Titanic. La nave-mondo ritenuta inaffondabile, simbolo della tecnologia, della potenza e dell’agiatezza di un continente “titanico” era precipitata negli abissi in poco più di due ore, lasciando dietro di se una scia di naufraghi, disperatamente accalcati sulle scialuppe di salvataggio. Difficilmente si riuscirebbe dunque a trovare una metafora più appropriata per descrivere gli eventi che di lì a poco avrebbero travolto il Vecchio continente. Nello spazio di pochi anni, l’Europa del ballo e del caffè, precipitata nel baratro del Primo conflitto mondiale, avrebbe faticato a riconoscersi allo specchio. Sarà proprio nel clima cupo e pesante del dopoguerra che il ricordo di quei decenni di gioia, spensieratezza e speranze per sempre svanite verrà archiviato con il malinconico termine di Belle Époque.

 

Crediti immagini:

Apertura: Il Moulin Rouge in un quadro di Eugéne Galien-Laloue, 1906 (Wikimedia Commons)
Box: Titanic, aprile 1912 (Wikimedia Commons)

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