La città negata: urbanesimo e ruralità nell’Italia fascista

Ludovico Testa

Sfollare le città

«Impedire l’immigrazione nelle città, sfollare spietatamente le medesime; facilitare con ogni mezzo e anche, se necessario, con mezzi coercitivi, l’esodo dai centri urbani; difficoltare con ogni mezzo […] l’abbandono delle campagne, osteggiare con ogni mezzo l’immigrazione a ondate nelle città».

Con queste parole, nell’articolo “Sfollare le città”, comparso il 22 dicembre 1928 sulle colonne de Il Popolo d’Italia, Benito Mussolini esprimeva la posizione del regime di fronte al fenomeno dell’urbanesimo, che nel corso del decennio aveva spinto masse sempre più numerose ad abbandonare le campagne per trasferirsi in città.

La drasticità con la quale il capo del governo indicava la soluzione del problema non costituiva solo una tra le tante manifestazioni della ben nota irruenza verbale mussoliniana. Essa rifletteva e amplificava quell’atteggiamento a metà strada tra l’inquietudine e la diffidenza che aveva animato le classe dirigente post unitaria di fronte alla prospettiva di un possibile sviluppo delle principali città italiane sul modello delle metropoli europee. Lo spetto della “città tentacolare” come luogo di corruzione e di vizio per la massa di diseredati che vi affluivano in cerca di lavoro, l’impossibilità di un sistema economico industrialmente arretrato ad assorbire tale eccedenza di manodopera e la conseguente pericolosità sociale rappresentata dalla concentrazione nei grandi agglomerati urbani di masse proletarie e irrequiete avevano spinto i governi dell’Italia liberale a scoraggiare l’abbandono delle campagne e a favorire, al contrario, la dispersione nel mondo rurale della popolazione inattiva presente nelle principali città.

 

L’avvenire nei campi

Se paragonate alle popolose capitali straniere, all’inizio del XX secolo le principali città italiane erano cresciute demograficamente in modo assai modesto, confermando la secolare peculiarità di un paese caratterizzato dall’assenza di grandi metropoli e dalla presenza di una moltitudine di piccoli e medi centri urbani fortemente integrati con l’ambiente rurale circostante. Il “decollo industriale” che aveva interessato l’economia nazionale nell’età giolittiana non aveva sostanzialmente scalfito l’assoluto predominio esercitato dal settore primario (l’agricoltura), dove operava oltre il 50% di una forza lavoro in larga parte suddivisa tra piccoli proprietari, mezzadri e braccianti. È in questo contesto che il movimento socialista aveva mosso i primi passi; è nelle campagne della Val padana che si erano verificati i primi scioperi di massa ed è dalle campagne della Romagna che il giovane Mussolini aveva imboccato quella strada che lo avrebbe prima portato ad abbracciare con passione il Partito Socialista, per diventarne in seguito acerrimo nemico. Lo stesso “fascismo della prim’ora” si era sviluppato nell’ambiente rurale, raccogliendo dal ceto dei possidenti agrari le simpatie e gli appoggi necessari a imporsi sulle masse contadine, per poi stringere d’assedio le città e infine marciare vittoriosamente sulla capitale.

Un’Italia rurale e provinciale dunque, quella in favore della quale l’articolo di Mussolini si schierava a difesa; un’Italia minacciata dalla crescente urbanizzazione figlia della crisi economica postbellica e delle restrizioni all’emigrazione all’estero imposte da molti paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. Nell’ottica mussoliniana, tuttavia, la lotta alla degenerazione culturale e morale insita nel processo di urbanizzazione traeva motivazione aggiuntiva e determinante soprattutto dagli effetti che tale degrado si pensava avrebbe prodotto sulle dinamiche demografiche del paese. Come lo tesso Mussolini affermava nella prefazione all’edizione italiana del saggio di Richard Koherr, statistico tedesco delle SS,  “la dimostrazione che il regresso delle nascite attenta in un primo tempo alla potenza dei popoli e in successivi tempi li conduce alla morte, è inoppugnabile. Anche le varie fasi di questo processo di malattia e di morte, sono esattamente prospettate e hanno un nome che le riassume tutte: urbanesimo o metropolismo. […] A un dato momento la città cresce morbosamente, patologicamente, non, cioè, per virtù propria, ma per un apporto altrui. Più la città aumenta e si gonfia a metropoli, e più diventa infeconda. La progressiva sterilità dei cittadini è in relazione diretta coll’aumento rapidamente mostruoso della città. […] La metropoli cresce, attirando verso di sé la popolazione della campagna, la quale, però, appena inurbata, diventa — al pari della preesistente popolazione — infeconda. Si fa il deserto nei campi; ma quando il deserto estende le sue plaghe abbandonate e bruciate, la metropoli è presa alla gola: né i suoi commerci, né le sue industrie, né i suoi oceani di pietre e di cemento armato, possono ristabilire l’equilibrio oramai irreparabilmente spezzato: è la catastrofe.”

Per approfondire clicca qui per leggere l’articolo di Ettore Janulardo (dal blog inStoria.it)

Provvedimenti e mitologie

Nell’ottica fascista, lo sviluppo della grande città costituiva dunque un pericoloso ostacolo alla crescita armonica della nazione, che al contrario trovava piena realizzazione nel consolidamento e nella proliferazione dei piccoli centri, legati da un rapporto osmotico con la campagna circostante e rispettosi dell’equilibrio tra mondo urbano e realtà rurale. La questione venne affrontata su molteplici piani, a partire da quello legislativo. Già partire dal 1926 la vigilanza sugli spostamenti della popolazione fu affidato a un Comitato permanente, facente capo la Ministero dei Lavori pubblici e via via dotato di poteri sempre più ampi. Nel 1939 una apposita legge stabilì per tutti il divieto di trasferimento nelle città con popolazione superiore ai 25.000 abitanti, se non giustificato da comprovate ragioni di lavoro o da motivazioni ben circostanziate. Il controllo imposto dal governo centrale sullo sviluppo urbanistico territoriale si articolò nel vario di una serie di Piani regolatori che, partendo da singole città o singole regioni, avrebbe trovato pieno compimento nella legge urbanistica generale, varata nel 1942 e, nonostante molteplici modifiche, rimasta ancora oggi punto di riferimento per la pianificazione urbanistica del territorio nazionale.

Alle disposizioni normative si affiancarono iniziative apparentemente contraddittorie ma, in realtà, finalizzate da un lato a rafforzare il “mito della ruralità” promosso dalla dottrina fascista, dall’altro a lasciare visibile e duratura impronta del regime sul territorio. È in questa prospettiva che va interpretata la fondazione di una miriade di borghi e piccoli centri urbani o, come si diceva allora, di “comuni rurali”, posti al servizio della campagna circostante, come la pentapoli mussoliniana (Littoria, Sabaudia, Aprilia, Pomezia, Pontinia) costruita tra il 1932 e il 1936 sul territorio della Paludi pontine da poco restituite all’agricoltura. Lo stesso dicasi per i numerosi interventi eseguiti nelle città più grandi (a partire dalla capitale) in nome di un altro mito, quello della “romanità”, e consistenti nella costruzione di imponenti opere architettoniche, di nuovi quartieri e nella demolizione degli edifici che impedivano alle vestigia del glorioso passato italico di svettare nella necessaria solitudine. In entrambi i casi la concezione fascista della città appare, per contrasto, funzionale dunque alla valorizzazione di due miti, quello della ruralità e quello della romanità, tra loro differenti ma complementari nella negazione del ruolo strategico svolto dalla metropoli nel mondo moderno.

Per approfondire leggi l’articolo di Chiara Donati cliccando qui (dal blog inStoria.it)

e clicca qui per guardare un video dell’Istituto Luce sull’inaugurazione di Littoria, oggi Latina

Crediti immagini:

Apertura: inaugurazione di Littoria, oggi Latina. (Wikipedia)
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Box: Sabaudia nel 1935 (Wikipedia)
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