La Donna Nuova: rivoluzione bolscevica e rivoluzione femminile nel pensiero di Aleksandra Kollontaj

Ludovico Testa

Vivere nel futuro

C’è stato un tempo nel quale la costruzione del futuro è sembrata a portata di mano. C’è stato un tempo nel quale lo scarto tra il pensiero e l’azione, tra il volere e il potere, tra l’oggi e il domani è apparso minimo. C’è stato un tempo in cui, per milioni di persone, lo slancio verso l’avvenire si è identificato nella storia di un solo paese. Quel paese era la Russia sovietica e quel tempo ha avuto inizio nel 1917.

La Rivoluzione d’Ottobre non comportò solamente un drastico cambio di regime; con essa non si consumò soltanto la strabiliante vittoria degli ultimi sui primi, dei sommersi sui saziati. La Rivoluzione d’Ottobre aprì spazi sconfinati all’immaginazione di un intero popolo e di un’immensa comunità di uomini e di donne sparsa sui quattro angoli del pianeta. Con l’irruenza dei giovani lasciati finalmente liberi di esprimersi, i vincitori diedero inizio alle prove generali di una nuova società senza classi, senza proprietà privata, senza fedi o credenze religiose. In quegli anni, dalla “Terra dei soviet” parve levarsi il primo vagito di un mondo senza patrie, senza nazioni, senza guerre. La Rivoluzione d’Ottobre portò sulla scena il trionfo della volontà, capace di dare sostanza all’immaginazione e avviare la realizzazione di quello che fino a ieri pareva destinato per molti a restare un’ipotesi, se non un sogno.

La guerra civile e la carestia avrebbero segnato il momento più drammatico e più glorioso dello slancio rivoluzionario. In esso si sarebbe consumata la vittoria finale della Rivoluzione bolscevica ma anche, contemporaneamente, sarebbero maturati i presupposti di quella “normalizzazione”, che prederà corpo nel 1921 con il l’avvio della Nuova politica economica. Molti rivoluzionari assistettero allora con angoscia e con rabbia alla ricomparsa di quei principi capitalistici che pensavano avere cancellato per sempre, così come delle differenziazioni all’interno del corpo sociale tra ricchi e poveri, governanti e governati, oppressi e oppressori. La NEP, giustificata come una temporanea battuta di arresto, necessaria a fare riprendere fiato a un paese stremato, segnerà invece una svolta decisiva nel corso degli eventi, un punto di non ritorno nel cammino della rivoluzione, un bivio gravido di conseguenze. Da allora, e nonostante gli sforzi della propaganda ufficiale, il futuro riprenderà il suo posto lontano all’orizzonte, il domani tornerà a distanziarsi dall’oggi, così come l’immaginazione dalla realtà.

Indelebile rimarrà, però, nella memoria di tanti il ricordo di quegli anni compresi tra il 1917 e il 1921, quando la Russia bolscevica sembrò levarsi nella comunità internazionale come la “terra delle libertà”, trasformandosi in un immenso laboratorio politico e culturale a cielo aperto, impegnato nelle più ardite sperimentazioni per porre fine alle diseguaglianze e superare le differenze strutturali tra le città e la campagne, tra le classi sociali, tra gli uomini e le donne.

Furono forse questi i pensieri che attraversarono al mente di Aleksandra Kollontaj al suo ritorno a Mosca nel 1945, dopo una lunghissima permanenza trascorsa all’estero, quale rappresentante dell’Unione Sovietica in varie sedi diplomatiche. Prima donna entrata nel comitato esecutivo del Soviet di Pietrogrado, prima donna nominata al Comitato centrale del Partito bolscevico, prima donna al mondo a occupare la carica di ministro nel governo formatosi all’indomani della Rivoluzione di ottobre, di lei il leader menscevico Martov ebbe a dire “ci sono solo due comunisti in Russia: Lenin e la signora Kollontaj”

Sulle avanguardie sovietiche vedi https://www.cinescuola.it/avanguardiasovietica/

 

La liberazione femminile

Nata nel 1872, Aleksandra Kollontaj proveniva da una nobile famiglia russa ed era destinata a compiere il tradizionale percorso delle fanciulle suo lignaggio: vita agiata, formazione affidata a istitutori privati, nozze combinate, al riparo dalle tensioni e dalle agitazioni che verso la fine del secolo scuotevano le sterminate masse dell’impero zarista. La decisone di contravvenire alle indicazioni paterne in tema di matrimonio costituì il primo atto di ribellione, di rottura degli schemi, cui ne seguiranno molti altri, che spingeranno Kollontaj lontano dalla famiglia e dalla Russia per entrare nell’orbita del movimento marxista internazionale. Zurigo e Londra furono tra il 1898 e il 1903 le città della sua formazione politica, animata da incontri con i principali teorici marxisti, tra i quali Karl Kautsky, Rosa Luxemburg e Georgij Pechlanov, il fondatore del Partito operaio socialdemocratico russo, ormai sul punto di scindersi tra la corrente bolscevica e quella menscevica.

Di fronte alla frattura, Kollontaj oscillò tra i due filoni del socialismo russo, schierandosi con i menscevichi durante la rivoluzione del 1905 e con i bolscevichi in quella del 1917. Tra i due eventi maturò in lei quello che resterà il principale interesse della sua vita: l’impegno a favore dell’emancipazione femminile. Femminile e non femminista, perché per le donne socialiste – affermava – l’obiettivo non era il raggiungimento degli stessi diritti degli uomini, come rivendicavano le suffragette figlie della società borghese, ma abolire tutti i diritti che nel sistema capitalista traevano origine dalla nascita e dalla ricchezza. L’obiettivo non consisteva quindi nel fomentare la contrapposizione tra la donna e l’uomo sul tema della parità dei diritti, ma unire i lavoratori, indipendentemente dal sesso, così da moltiplicarne la forza non per trasformare il sistema dal suo interno, ma per abbatterlo.

La differenza nella finalità ultima non impediva, tuttavia, alla donna socialista la condivisione con la donna borghese di obbiettivi di emancipazione intermedi. La “Donna Nuova” immaginata da Kollontaj era infatti, prima di tutto una donna libera. Libera dalla soggezione culturale ed economica alla figura maschile, libera dagli obblighi imposti dalla famiglia, libera dalla gerarchia di ruoli determinata dal matrimonio.

Su Aleksandra Kollontaj vedi https://www.youtube.com/watch?v=LsPTCrkcIMs

 

Una Donna Nuova

In qualità di Commissaria del popolo del governo bolscevico per l’assistenza sociale, Kollontaj moltiplicò le iniziative e le proposte per rafforzare l’autonomia della donna attraverso il lavoro, liberandola dal fardello imposto dal ruolo di moglie e di madre. Nella nuova società proletaria l’abolizione della proprietà privata avrebbe prosciugato la fonte del potere economico esercitato dall’uomo sulla donna, la quale non sarebbe stata inoltre più costretta a dividersi tra lavoro e faccende domestiche perché, nell’economia socializzata, tali mansioni avrebbero lasciato spazio ad alloggi collettivi, cucine comuni, lavanderie, sartorie e refettori pubblici. La pulizia delle abitazioni sarebbe stata svolta da apposite categorie di lavoratori, mentre l’accudimento dei figli avrebbe trovato spazio negli asili e nei nidi d’infanzia, in quanto la maternità era giudicata da Kollontaj una funzione sociale di cui lo Stato doveva sentirsi responsabile.

Le proposte della ministra trovavano principale alimento nel pensiero marxista ma, nello stesso tempo, parevano riecheggiare le suggestioni utopistiche di Robert Owen e Charles Fourier. A quest’ultimo, in particolare, Kollontaj sembrò fare riferimento nel sostenere la piena emancipazione sessuale femminile un passaggio essenziale per la costruzione del socialismo. Abbracciando le teorie di Marx ed Engels sulla disgregazione della famiglia borghese, la rivoluzionaria russa sostenne con forza la necessità di proiettare l’eros in una nuova dimensione, liberandolo dalle convenzioni sociali, per innalzarlo da affare privato tra due cuori a indispensabile elemento di coesione nella società dei lavoratori. Un “Eros alato”, capace di librarsi sopra i vincoli coniugali e matrimoniali, di superare egoismi ed esclusività familiari, per abbracciare la famiglia universale del proletariato. Il matrimonio indissolubile, fonte di schiavitù per la donna, doveva cedere il passo alla libera unione, fondata sul rispetto reciproco tra compagni liberi ed eguali tanto nei loro diritti quanto nei loro doveri. Sciolto dalle catene della morale borghese, affermava Kollontaj, nella società socialista sviluppata il sesso sarebbe diventato allora semplice, come bere un bicchiere d’acqua quando si ha sete.

 

Fine delle utopie

Le affermazioni di Kollontaj suscitarono animati dibattiti e aspre reazioni all’interno del partito bolscevico dove, così come in tutto il movimento socialista internazionale, l’orientamento maschilista dei suoi membri rimaneva assai marcato. A chiudere le polemiche intervenne infine lo stesso Lenin, cui è stato attribuito questo lapidario giudizio: “Io considero la famosa teoria del bicchier di acqua come non marxista e antisociale per giunta. Sì, certamente ognuno ha le sue esigenze. Ma chi si disseterebbe da una pozzanghera? O da un bicchiere a cui hanno bevuto mille labbra?”.

Le divergenze tra Kollontaj e il partito non si limitarono alla sola questione femminile. La sua risoluta opposizione al varo della Nep la spinse a collaborare alla nascita di Opposizione operaia, una frazione interna al partito bolscevico che rivendicava la limitazione dei poteri esercitati dal partito e un rafforzamento delle prerogative dei sindacati. Lo scioglimento d’autorità della corrente segnò la definitiva emarginazione di Kollontaj. Di lì a poco sarebbe iniziata la sua lunga missione nelle sedi diplomatiche all’estero, da dove avrebbe assistito alla trasformazione della dittatura del proletariato nella dittatura sul proletariato operata dalla dirigenza bolscevica.

Sul movimento di emancipazione della donna nelle sue varie articolazioni vedi http://www.unife.it/progetto/pluralismo/materiale-didattico/materiale-didattico-allegati/Rossetti26_02.pdf

Sull’Eros alato (e sulle polemiche sollevavate) vedi https://www.marxists.org/italiano/kollontai/eros-alato.htm

 

Crediti immagini
Apertura: Aleksandra Kollontaj (Wikimedia Commons)
Box: Kollontaj al lavoro nella legazione sovietica a Stoccolma (Wikimedia Commons)

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