La doppia Rivoluzione dell’arte russa

Chiara Pilati

I primi anni del Novecento sono, dal punto di vista artistico, un momento di grandi cambiamenti, di nuove forme d’espressione e di importanti rivoluzioni. In Spagna Picasso muove i primi passi del cubismo, in Francia il dadaismo sovverte i canoni dell’arte, in Germania l’espressionismo fa il suo ingresso nei circoli antiaccademici, in Italia Balla e Boccioni sperimentano la velocità con il pennello e danno origine al Futurismo, in Austria Klimt apre la strada alla Secessione.

Tutte queste avanguardie avevano come tratto comune quello di essere caratterizzate da una sensibilità più avanzata rispetto a quella dominante. Attraverso i loro manifesti proponevano nuove forme pittoriche e plastiche: in sintonia con il mutare dei tempi, gli artisti di questa generazione volevano cambiare tutto e le loro battaglie artistiche diedero una nuova impronta a tutta l’arte del Novecento.

I movimenti d’avanguardia spesso risultano intrecciati alla scienza, alla tecnologia,  alla psicoanalisi, alla fisica nucleare e a tutti i cambiamenti sociali e politici di un periodo ricchissimo di avvenimenti, primo fra tutti una guerra mondiale che apriva quello che lo storico britannico Eric Hobsbawm ha definito “il secolo breve”.

 

Le avanguardie russe

Non abbiamo volutamente ancora citato le avanguardie russe perché questo paese, in un momento storico, come si diceva, di incredibili cambiamenti sociali e culturali, venne investito da un’inversione politica che non poteva non lasciare il segno su tutta la produzione artistica, letteraria, musicale e intellettuale in genere.

Quel paese primitivo, contadino, poverissimo era divenuto, nei primi fatali anni del ‘900, il luogo dove le avanguardie trovarono il terreno propizio per esprimere tutta la loro forza d’urto radicale.
Le dirompenti rivolte del 1905 e la rivoluzione vittoriosa del 1917, che portò al potere i bolscevichi, furono precedute ed accompagnate da un profondo rinnovamento della cultura e delle arti.

Nel 1915 a Pietrogrado (San Pietroburgo) Ivan Puni organizzò la mostra “0,10” in cui presentò i due nuovi cardini dell’arte russa, il Suprematismo di Malevic ed il Costruttivismo di Tatlin.

 

Kazimir Malevič – il Suprematismo

Alla mostra “0,10” Malevic espose in una sala numerosi quadri disposti su più livelli tra i quali il celebre “Quadrato nero su fondo bianco” collocato in un angolo alto, all’incrocio delle pareti, in forma di icona.

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Quadrato nero su fondo bianco, 1915, olio su tela, Galleria Tret’jakov (Wikipedia)

Dopo avere studiato l’arte degli impressionisti e dei postimpressionisti, avere frequentato gli esponenti dei principali gruppi d’avanguardia attivi in Russia e seguito con grande interesse le prime esperienze dei futuristi e dei cubisti, Malevič dà vita al proprio stile personale, che chiama Suprematismo, un termine con cui egli intende evidenziare la supremazia della sensibilità pura nell’esperienza artistica.

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“Suprematismo”, 1915

Secondo l’artista ucraino, l’arte deve liberarsi dai vincoli della rappresentazione della realtà ed esprimersi attraverso le emozioni pure e le sensazioni astratte. Egli vuole abbattere una tradizione pittorica figurativa millenaria per raggiungere quello che definisce “lo zero assoluto delle forme”, la loro rappresentazione allo stato puro ed elementare.

Le espressioni più significative della sua visione artistica sono, oltre all’opera che porta lo stesso titolo del suo movimento, Suprematismo del 1915, il Quadrato nero su fondo bianco, la Croce nera e il Cerchio nero, datati dall’autore 1913 e il Quadrato rosso del 1915.

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“Croce nera”, 1913

Scrive Malevič: “Il quadrato nero è l’embrione di tutte le possibilità che nel loro sviluppo acquistano una forza sorprendente. È il progenitore del cubo e della sfera, e la sua dissociazione apporterà un contributo culturale fondamentale alla pittura (…). Forse il quadrato nero è l’immagine di Dio come l’essenza della sua perfezione”.

Nel 1919 l’artista dipinge un’opera ancora più estrema, il monocromo Bianco su Bianco, che descrive come “Un volo verso la libertà, verso il bianco e l’infinito”.

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Bianco su Bianco“, 1919

 

Vladimir Tatlin – il Costruttivismo

Nella stessa mostra Tatlin presentò i “Rilievi” e “Contro-rilievi”, strutture geometriche tridimensionali polimateriche.

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“Rilievo”, 1914-15

Influenzato dal Futurismo, Tatlin rifiuta in blocco l’arte del passato e le contrappone una nuova visione estetica, basata sul progresso della scienza e della tecnica.

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“Contro-rilievo”, 1914-15

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, e ancor più in seguito alla Rivoluzione comunista, egli si convince che sia possibile edificare una nuova società ed elaborare una nuova arte.

Nel 1919 Tatlin progetta il grande Monumento alla Terza Internazionale, destinato ad essere installato a Stoccolma, uno dei migliori esempi dell’architettura costruttivista.

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“Monumento alla Terza Internazionale”, 1919

Nel dibattito sorto all’interno del gruppo tra formalisti e produttivisti, egli si schiera con i secondi, affermando l’importanza di un’arte politicamente impegnata, volta alla progettazione e alla realizzazione concreta degli ideali della rivoluzione.

Tatlin lavora anche per il nuovo governo: insegna a Leningrado, Kiev e Mosca e si occupa di pittura, architettura, design industriale, ceramica, scultura, scenografie teatrali e musica.

Il movimento costruttivista prosegue le sue attività sperimentali d’avanguardia fino agli inizi degli anni trenta, quando la sua spinta innovativa è soffocata dalle nuove direttive estetiche del governo comunista.

 

La rivoluzione e le avanguardie

La Rivoluzione di Ottobre segnò una profonda svolta per l’arte russa. Secondo il nuovo ordine, l’arte doveva essere del e per il proletariato, l’immagine doveva basarsi su una vena eroica ed emozionale, non fuorviata da pregiudizi borghesi, e non configurare altre realtà o invenzioni al di fuori del materialismo dialettico. “L’arte del proletariato” scrisse Nikolaj Punin, direttore dell’influente organo di sinistra Arte della Comunità, “non è un santuario dove le opere vengono oziosamente ammirate, ma è il lavoro nell’officina da cui escono nuovi prodotti artistici”.

Nel “Manifesto del Realismo” affisso nelle strade di Mosca nel 1920 si enunciavano cinque principi fondamentali: 1) la rinuncia al colore in quanto elemento pittorico, 2) la rinuncia alla linea in quanto valore descrittivo, 3) la rinuncia al volume in quanto forma spaziale plastica, 4) la rinuncia alla scultura in quanto massa intesa come elemento sculturale, 5) l’idea secondo la quale i ritmi statici erano gli unici elementi delle arti plastiche.

Tra il 1920 e il 1921 venne creato l’Inkhuk, Istituto di cultura artistica, con lo scopo di formare ed educare i giovani, secondo un programma preparato da Kandinskij (che se ne servirà poco tempo dopo per i suoi corsi al Bauhaus) e da altri insegnanti, tra cui Malevič, Tatlin e Rodčenko.

Ma il dilemma tra l’arte intesa come esperienza rivoluzionaria e l’arte al servizio propagandistico della rivoluzione politica si manifestò prepotentemente nei primi anni venti.

 

La fine dell’avanguardia e il Realismo Socialista

Per alcuni anni gli esponenti delle avanguardie poterono esprimersi liberamente, ma con la salita al potere di Stalin, segretario generale del partito comunista nell’aprile del 1922, la loro creatività venne sempre più sottomessa alle ragioni politiche, fino a essere del tutto soffocata e imbrigliata dalle nuove direttive. Il semplice linguaggio pittorico accessibile alle masse assicurò un ampio successo agli artisti che vi aderirono come Boris Kustodiev o Vladimir Krikhatsky, che elaborarono nuove rappresentazioni del proprio tempo.

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Vladimir Krikhatsky, “Il primo trattore”

L’Associazione degli artisti proletari teorizzò il dovere dell’arte di porsi al servizio dell’ideologia del partito e nel 1934 venne imposto a tutti il Realismo socialista nella formulazione di Maksim Gor’kij. Questi dichiarò che l’opera d’arte dovesse “avere forma realista e contenuto socialista, in accordo con la dottrina marxista/leninista.

Il partito spense gli splendori delle avanguardie, imponendo agli artisti di seguire senza riserve le nuove direttive e svolgere diligentemente i nuovi compiti che venivano loro affidati, se non volevano correre il rischio di essere deportati in Siberia o rinchiusi nei manicomi.

Nel 1930 Majakovskij, poeta, cantore della rivoluzione d’ottobre e maggior interprete della rivoluzione culturale russa, si uccise. Molti intellettuali e artisti espatriarono per poter essere liberi di esprimere la loro arte. Per ordine del regime, furono troncati i legami che collegavano gli ultimi movimenti delle avanguardie all’arte ed alla cultura europee.

 Immagine per il banner: Boris Kustodiev, “Vita di provincia”, 1919, particolare

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Commenti [3]

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  1. GG

    ottimo, sintetico ma completo. Nel poco tempo per le “avanguardie” ci sta abche

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