La luce come vita: una metafora di lungo corso

Andrea Ercolani

“Vedere la luce del sole”: vivere

Nella lingua poetica greca arcaica il termine φάος, “luce”, è spesso usato all’interno di un linguaggio metaforico legato alla vita: l’espressione “vedere la luce del sole”, di impiego frequente, equivale a “vivere”. Doveva trattarsi di immagine usuale, perfettamente iscritta nel codice retorico del tempo, visto e considerato che nell’epos omerico si trova ripetuta in contesti di tipo formulare: ὄφρα δέ μοι ζώει καὶ ὁρᾷ φάος ἠελίοιο, “fintanto che mi vive e vede la luce del sole” è un esametro che compare in Il. 18. 61 e 442. A pronunciarlo è Teti, con riferimento al destino imminente di Achille (donde la presenza di quel dativo etico μοι dalla forte connotazione emotiva). Nel verso, il secondo emistichio può essere guardato come espansione poetica che funziona da glossa esplicativa per ζώει, “vive“.

Che si tratti di fraseologia formulare è evidente, oltre che da quanto sopra accennato, dal raffronto con altri passaggi omerici dove è costante la struttura:

–∪∪ – ζώειν καὶ ὁρᾶν φάος ἠελίοιο

che ricorre in Il. 25. 558, Od. 4. 540 = 10. 498 ecc. (cfr. anche, con variazione, Od. 4. 833, 14. 44 ecc.).

Per farla breve: vivere e vedere la luce del sole sono un binomio sinonimico usuale, tanto usuale da far credere che già a un livello cronologico alto “vedere la luce del sole” fosse una metafora spenta.

Questa equivalenza “luce = vita” a volte appare declinata con un ulteriore scarto metaforico, questa volta di tipo affettivo: qualcuno rappresenta per qualcun altro la luce, ovvero la vita. In questo caso la “luce/vita” sottolinea la dichiarazione di un affetto profondo che lega gli individui. Nel corso del suo sfogo emotivo con la madre Teti, accorsa a consolarlo dopo la morte di Patroclo, a un certo punto così Achille dice di sé (Il. 18. 101-103):

ora non tornerò alla cara terra patria,
né sono stato luce a Patroclo né ai compagni…

dove qui “luce” vale vita, aiuto, conforto, sostegno e tutto quello che si può immaginare adatto al contesto.

Su questa stessa linea si consideri ancora Od. 16. 23-24: Eumeo, il porcaro, quando vede Telemaco sano e salvo gli rivolge parole affettuose quasi di padre, e così manifesta la sua gioia profonda:

Sei tornato, Telemaco, dolce luce (γλυκερὸν φάος)! Io davvero
non pensavo di rivederti, dopo che partisti per Pilo.

 

“Abbandonare la luce del sole”: morire

Per converso, ma insistendo sullo stesso punto metaforico “luce = vita”, il sintagma “abbandonare / lasciare la luce del sole” esprime la nozione del “morire”. Un passaggio iliadico illustra bene il senso, presentando un violento contrasto tra le diverse condizioni di Achille vivo da un lato e di Patroclo morto dall’altro. A parlare è proprio Achille, che lamenta la morte del compagno per mano nemica mentre lui resta vivo, esprimendo un non troppo celato “senso di colpa del sopravvissuto” (Il. 18.9-12):

quando la madre (= Teti) mi rivelò e disse
che il migliore dei Mirmidoni (= Patroclo), me ancor vivo (ἔτι ζώοντος ἐμεῖο),
avrebbe abbandonato la luce del sole (λείψειν φάος ἠελίοιο) per mano dei Troiani.
Davvero giace morto (τέθνηκε) il forte figlio di Menezio…

Anche in questo caso l’espressione è d’uso frequente (Od. 11. 93 ecc.), e presenta una variante di senso identico ma con differente punto di vista (Od. 13. 33, 35 ecc.):

dativo di persona + ἔδυ/κατέδυ φάος ἠελίοιο,

per qualcuno “tramontò la luce del sole”.

Se nel primo caso è qualcuno che abbandona la luce del sole, ora è la luce del sole che abbandona qualcuno. Il risultato, però, non cambia: si muore sempre.

Filippo Napoletano, Dante e Virgilio negli inferi, Wikimedia Commons

 

Una metafora intuitiva

Il perché dell’equivalenza “luce = vita” è palese: è la luce che consente la vita (dal punto di vista biologico), è nelle ore di luce che si svolgono le attività dell’uomo (che, sempre dal punto di vista biologico, è un essere diurno).

La luce è vita, e come tale è il primo atto creativo di Dio nella Genesi (1.3):

Deus dixit “Fiat lux!” et lux facta est
E Dio disse: “Sia la luce!” e la luce fu.

Sempre sul piano dell’elaborazione culturale, assumendo il punto di vista inverso, questa evidenza è stata variamente elaborata nelle credenze relative al mondo dei morti, che nelle più varie società è stato immaginato come luogo buio, avvolto dalla nebbia, caratterizzato da una pervasiva non- visibilità: un luogo dove “non si vede la luce”, appunto. E nemmeno l’Inferno di Dante fa eccezione.

Paul Gustave Doré, La creazione di luce, Wikimedia Commons

 

La luce come rivelazione

La semantica della luce come vita è emblematicamente declinata come rivelazione che dà accesso alla vita oltremondana, al regno dei cieli, nel messaggio evangelico. Nel Vangelo di Matteo (4. 16), si citano e dichiarano compiute le parole del profeta Isaia:

il popolo immerso nelle tenebre / ha visto una grande luce;
su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte / una luce si è levata.

L’ombra, la tenebra, cioè uno stato di morte spirituale prima ancora che materiale, è la condizione dell’uomo prima della venuta della luce che illumina la mente con la verità: la luce/rivelazione di Cristo/vita.

Luca Giordano, La conversione di San Paolo, Wikimedia Commons

 

Crediti immagini
Apertura: Nikolai Ge, Achille e il corpo di Patroclo, Wikimedia Commons
Box: Paul Gustave Doré, La creazione di luce, Wikimedia Commons

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