La peste in Grecia e a Roma: da Tucidide a Lucrezio

Dino Piovan

La peste in Tucidide

All’interno del racconto che si propone di narrare la guerra del Peloponneso, lo storico Tucidide dedica una sezione importante del II libro delle sue Storie all’irrompere della peste in Attica, nell’estate del secondo anno di guerra (430 a.C.). Il diffondersi dell’epidemia è favorito dalle particolari condizioni del momento: tutta la popolazione dalle campagne si trova ammassata in città o lungo le mura, perché Pericle ha stabilito che non è opportuno combattere con i nemici spartani in pianura. Gli effetti sono subito molto gravi, anche perché nessuno sembra in grado di frenare la malattia:

«in nessun luogo si aveva memoria di una pestilenza così grave e di una tale moria di persone. Infatti non erano in grado di fronteggiarlo né i medici, che all’inizio prestavano le loro cure senza conoscerne la natura, e anzi erano i primi a morire in quanto più degli altri si accostavano agli infermi, né nessun’altra arte di origine umana; ugualmente le suppliche nei santuari, il ricorso a oracoli e altre cose del genere, tutto si rivelò inutile; e alla fine, sopraffatti dalla sventura, rinunciarono a qualsiasi tentativo». (47, 3-4).

 

La novità e la gravità della malattia fanno sorgere il sospetto di un complotto ordito dagli Spartani:

«Su Atene si abbatté all’improvviso; dapprima colpì le persone al Pireo, tanto che qui si disse che i Peloponnesiaci avevano avvelenato i pozzi (al Pireo non vi erano ancora fontane). Più tardi giunse anche nella città alta, col risultato che il numero dei morti crebbe notevolmente». (48, 2)

 

Tucidide cerca di descrivere con la maggior accuratezza possibile la sintomatologia del morbo (47, 2-50) ma sono soprattutto le conseguenze dell’epidemia sulla società ateniese a essere al centro dell’indagine (51-54). L’inutilità dei rimedi provoca un generale scoraggiamento fino a sfociare nella disperazione (51, 4); molti finiscono per morire in solitudine, abbandonati dai parenti timorosi del contagio (51, 5); solo coloro che sopravvivono alla malattia dimostrano maggior pietà per i morenti (51, 6). Le regole della vita civile iniziano a essere sovvertite: le norme sulle sepolture vengono stravolte, capita perfino che i cadaveri non vengano neppure sepolti o siano ammucchiati nei santuari, senza alcun rispetto delle norme né divine né umane:

«Poiché non c’erano case disponibili ed essi vivevano in tuguri che la stagione rendeva soffocanti, la strage avveniva in piena confusione: i corpi dei morti erano ammucchiati gli uni sugli altri, e si vedevano uomini mezzo morti rotolarsi per le strade e intorno a tutte le fontane spinti dal desiderio di bere. I santuari in cui avevano preso dimora erano colmi di cadaveri, dal momento che morivano lì stesso: sotto l’incalzare violento del male, non sapendo che cosa sarebbe avvenuto di loro, gli uomini divennero indifferenti in eguale misura nei confronti delle cose sacre e di quelle profane. Tutte le usanze funerarie precedentemente in vigore furono sconvolte e ciascuno provvedeva alla sepoltura come poteva».(52, 2-4)

 

Regna l’ἀνομία, la mancanza di regole, che diventa disordine e anarchia, e si insinua nella vita quotidiana (53, 1): gli individui cercano di appagare i propri istinti senza più alcuna inibizione, quelli che erano i criteri condivisi del bello (καλόν) vengono sostituiti dalle proprie momentanee pulsioni; si persegue il piacere egoistico a scapito di qualsiasi finalità comune (53, 2-4). È indubbiamente un quadro fosco e amaro, dipinto con toni accorati che suggestionarono lettori sia antichi sia moderni.

Sulla peste in Tucidide e in generale sul motivo della peste in letteratura si può vedere Rodighiero Mazzoldi Piovan Con parole alate, volume 2 pag.615-616

 

La peste nella letteratura antica

La peste è un tema che gode di grande fortuna nella letteratura sia antica che moderna; colpisce l’immaginazione di poeti e scrittori l’idea del morbo che esplode all’improvviso, da una fonte sconosciuta, e che rapidamente dilaga causando morte e distruzione. Essa è inoltre occasione per descrizioni accurate dei suoi effetti sui corpi umani – talora con interessi scientifici – come anche per riflessioni sulle origini del male (divine o naturali) e di rappresentazioni più o meno pessimistiche sul deterioramento della civiltà umana che essa porta con sé.

 

Omero e Sofocle: la peste dà inizio alla storia

La prima attestazione nella letteratura greca è quella contenuta nel primo libro dell’Iliade (1, 9ss.); la malattia è dovuta all’ira di Apollo per il rifiuto di Agamennone di restituire la sua schiava Criseide al padre Crise, sacerdote del dio. È il motore che innesta l’azione e fa partire la storia: dalla peste e dalle sue conseguenze parte l’ira di Achille, lo scontro con Agamennone, il ritiro dell’eroe greco dal combattimento e le tante morti che ne seguono.

Anche l’Edipo re di Sofocle parte da una pestilenza (vv. 25-30 e 168-187 in particolare): la tragedia si apre con i cittadini di Tebe che chiedono aiuto al re Edipo per fermare il male che li sta decimando. Il dramma – probabilmente andato in scena nel 413 a.C. – secondo alcuni sarebbe stato rappresentato nel 425 a.C., e il poeta sarebbe stato ispirato proprio dalla malattia che aveva colpito la città pochi anni prima. Anche in questo caso il morbo rappresenta una punizione divina per l’assassinio, rimasto impunito, del re Laio.

 

Gli imitatori di Tucidide

In seguito è proprio Tucidide a finire per essere imitato da parte degli storici, come Diodoro Siculo (XIV 70, 4-71) nel I secolo a.C., e Procopio di Cesarea (nella cosiddetta Guerra persiana: II 22-23) nel VI secolo d.C.

Nella storia antica non mancano, d’altro canto, casi di epidemie che decimano la popolazione, e lo sguardo dello storico si sofferma a descrivere, a indagare le cause percepite, i comportamenti dei malati e il timore dei contagi.

 

A Roma: da Lucrezio a Virgilio

La ripresa forse più famosa del testo tucidideo è però a Roma, e la si ritrova nel De rerum natura di Lucrezio (VI 1138-1286); la descrizione della peste di Atene chiude il poema lucreziano in un quadro drammatico e dalle tinte fosche. I versi del De rerum natura traducono spesso da vicino le pagine tucididee, ma lo sguardo del poeta-filosofo si sofferma a descrivere sintomi e andamento del male per dimostrarne le cause solo naturali, per nulla attribuibili a un castigo divino. La lotta contro la religio fa sì che l’episodio storico del 430 a.C. venga quasi destoricizzato per lasciar posto a quello che è stato definito «un mito filosofico».

Sempre a Roma, l’influenza di Lucrezio è chiaramente percepibile nelle pagine che Virgilio dedica alla peste nel Norico (Georgiche III 470-566), nella regione orientale delle Alpi. Qui le vittime sono gli animali, sia domestici che selvatici, di terra o di mare: nondimeno gli effetti sono comunque terribili, e tali da far regredire l’umanità a uno stadio primitivo; senza buoi non si riesce più ad arare i campi, la contaminazione anche degli animali sacri rende impossibile celebrare i consueti sacrifici religiosi, fenomeni eccezionali si susseguono, come i pesci espulsi sulla terra o i lupi che cessano di minacciare le pecore. Della sofferenza della natura il poeta appare profondamente partecipe, senza il distacco che si percepisce in Lucrezio.

 

Per altre pesti nella letteratura latina si possono vedere: Ovidio (Metamorfosi VII 523-613); Ammiano Marcellino (XIX 4, 4) per la tarda età imperiale (IV secolo d.C.).

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(Crediti immagine box: Wikimedia Commons)

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Commenti [8]

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  1. maria Rosa Chiara

    Grazie

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  2. Cristina

    Contributo ottimo

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  3. Giuseppe

    Interessante per molti aspetti.

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  4. Giuliana

    Commenti e resoconti molto precisi, suggestiva la ripresa di Tucidide,

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