La rappresentazione politica del femminile. Complessità ed eccezionalità del caso americano nell’analisi di Angela Davis

Beatrice Collina

Quando Donne, razza e classe venne pubblicato nel 1981, la sua autrice Angela Davis (n. 1944) era già da tempo una figura chiave dell’attivismo per i diritti civili e per i diritti delle donne negli Stati Uniti d’America. Vicina al movimento delle Black Panthers e convinta comunista, nel 1970 fu accusata di complicità nell’omicidio di un giudice avvenuto in un’aula di tribunale durante il tentativo fallito di liberare un detenuto afroamericano. Angela Davis venne assolta nel 1972, ma fu proprio nel periodo trascorso in carcere che scrisse il saggio a partire dal quale avrebbe poi sviluppato il libro del 1981. La forte personalità di Angela Davis, il suo concreto attivismo e l’acume intellettuale la resero una protagonista di quegli anni al punto da divenire persino l’ispiratrice di artisti del calibro dei Rolling Stones, John Lennon e Yoko Ono.

The Rolling Stones – Sweet Black Angel (1972) www.youtube.com/watch?v=v8M8f9x435I
John Lennon e Yoko Ono – Angela (1972) www.youtube.com/watch?v=MBpcm-DtN0Q

 

Quale “donna” come soggetto delle lotte di emancipazione?

Nel ripercorrere le vicende storiche della lunga lotta per l’emancipazione dei neri e delle donne, la lucida e implacabile analisi di Davis mette sin da subito in evidenza la frattura originaria tra le pretese del movimento femminista statunitense e la realtà delle donne afroamericane in regime di schiavitù. Ai suoi albori e per molto tempo, il movimento femminista è stato l’espressione delle istanze di donne appartenenti alle classi sociali più elevate e agiate della società americana: protagoniste sono donne bianche di buona famiglia, sempre più istruite, che comprendono di dover rinunciare alle proprie ambizioni personali e professionali a scapito dei ruoli di moglie e madre che vengono tradizionalmente imposti loro. La lotta per l’emancipazione della “donna” non è quindi una lotta universale, ma circoscritta a un ambito ben preciso del contesto sociale e incapace dunque di tener conto delle situazioni in cui versano la maggior parte delle donne negli Stati Uniti dell’Ottocento.

 

Le donne nere e la decostruzione degli stereotipi di genere

La peculiare condizione delle donne afroamericane nel drammatico contesto della schiavitù è agli occhi di Davis di significativa rilevanza per riflettere sugli stereotipi di genere, sulla loro arbitraria costruzione e sul modo in cui essi sono infine funzionali a precise logiche di sfruttamento, seppur differenziate tra loro. Alle schiave delle piantagioni non poteva essere attribuito l’esclusivo ruolo di “moglie”, “madre”, “casalinga” e certamente non potevano essere definite “sesso debole”. Le schiave erano tenute a svolgere in quantità e qualità gli stessi usuranti lavori degli uomini, a cui si sommavano i dolori e le fatiche delle ripetute gravidanze che non dovevano mai interferire nello svolgimento delle già gravose attività. Usando le parole di Davis, le donne nere costituivano delle vere e proprie “anomalie nell’ideologia della femminilità” che non potevano trovare alcun tipo di rappresentanza nei primi movimenti femministi.

A ciò si affianca la questione del ruolo delle donne nere all’interno di nuclei familiari in cui i rapporti tra i diversi componenti erano pesantemente determinati dal regime di sfruttamento schiavista. Trattate dai padroni al pari di lavoratori uomini, non considerate madri ma “riproduttrici” (soprattutto all’indomani del XIII emendamento della Costituzione che nel 1865 poneva fine alla tratta di schiavi dall’Africa), costrette a subire continue violenze dagli uomini bianchi e a vedere venduti i propri figli, Davis mette in luce l’abisso tra l’istituzione della classica famiglia borghese, con i suoi pregi e i suoi limiti, e l’istituzione della famiglia afroamericana così come poteva trovare spazio nelle realtà del Sud. Nella drammaticità della loro condizione, le donne schiave erano il fulcro su cui si basava il sistema di sfruttamento e le azioni contro di loro costituivano anche il modo attraverso cui i padroni bianchi umiliavano i loro mariti, padri e figli rimarcando il proprio potere. Il tema dell’umiliazione dell’uomo nero, mortificato come schiavo e sminuito nel suo ruolo di capo-famiglia, rappresenta l’altra faccia della medaglia e rimarrà pervasivo anche nelle generazioni successive all’epoca schiavista fino ai tempi in cui Davis scrive.

Il celebre pittore Renato Guttuso (1911-1987) è autore di un quadro iconico dell’arte del Novecento italiano, I Funerali di Togliattidipinto nel 1972, al cui interno l’artista ha simbolicamente riunito gli esponenti più noti del movimento comunista internazionale, appartenenti a epoche diverse. I personaggi sono ben individuabili ed è significativo che Angela Davis sia tra i protagonisti del dipinto, fatto che attesta un chiaro riconoscimento per la sua figura e il suo attivismo.

I Funerali di Togliatti è visibile presso il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna.

Al seguente link, un approfondimento storico e artistico sull’opera a cura di Fabio Belloni, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Torino: https://www.youtube.com/watch?v=KtMPVwGUenE&t=2011s 

 

Emancipazione femminile e lotte sociali. Le fratture nella società americana

Nella sua riflessione, Davis mette in evidenza a più riprese due punti di criticità che emergono dall’esperienza del movimento suffragista statunitense nel momento in cui esso si afferma. Il primo è individuato nei difficili e altalenanti rapporti con il movimento abolizionista. La causa della liberazione degli schiavi negli Stati Uniti del Sud era stata appoggiata con passione e decisione dai gruppi di attiviste che vedevano in quella battaglia una continuità con la propria, ovvero la possibilità di affrancarsi dal potere patriarcale. Senza contare che l’impegno delle donne per questa causa le portava, forse per la prima volta, fuori dalle mura domestiche e apriva loro uno spazio pubblico inedito in cui mettersi in gioco e crescere. All’indomani della Guerra civile (1861-1865) si assistette tuttavia all’emergere di diverse tensioni. La schiavitù era stata abolita e ora si cominciava a discutere del diritto di voto agli uomini neri. Le suffragiste che lottavano da tempo per il diritto di voto alle donne si sentirono così tradite: i loro sforzi avevano avvantaggiato ai loro occhi un gruppo sociale che ora rischiava di ottenere il diritto di voto prima di loro. D’altro canto, la fine della schiavitù aveva fatto entrare nelle case della classe medio-alta domestiche fuggite dai campi del Sud, che venivano ora considerate dalle stesse padrone, con le parole di Davis, “estensioni di loro stesse”. Da qui si arriva alla seconda lacerante frattura che percorre in quegli anni il mondo femminile della società americana. Le suffragiste che lottano per il diritto di voto si trovano sempre più distanti dalle lotte delle donne lavoratrici, siano esse domestiche ex schiave o operaie (soprattutto immigrate) impiegate all’interno delle fabbriche. Per queste donne, il voto è un’istanza astratta lontana dai loro problemi concreti e immediati come le condizioni di lavoro massacranti: si tratta perciò di lottare contro il “potere del padrone”, non contro il “potere degli uomini”: d’altronde, i loro mariti e i loro figli sono anch’essi vittime di quello sfruttamento.

Angela Davis riesce così a mettere in luce quanto l’aspirazione di rappresentare le esigenze di un gruppo sociale debba tener conto di tutte le sue sfumature per essere davvero inclusivo e rappresentativo, ma anche quanto la spinta all’emancipazione politica passi inevitabilmente anche per quella economica e sociale e, in questo, è certamente evidente l’influenza della tradizione comunista sul suo pensiero.

 

Crediti immagini
Apertura: Proteste contro la guerra in Vietnam, Boston 1970 (Wikimedia Commons)
Box: Angela Davis nel 2017 (Wikimedia Commons)

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