L’ambiente come opera d’arte, la Land art

Chiara Pilati

Land Art è il titolo del film che Gerry Schum girò nel 1969 per documentare il lavoro di artisti come Walter de Maria, Robert Smithson, Michael Helzer, Tennis Hoppenheim, Richard Long, Barry Flanegan e Marinus Boezem. Da lì in avanti con questo nome vengono definite quelle operazioni artistiche che, a partire dal 1967-68  escono dai confini degli spazi espositivi per invadere l’ambiente, i territori naturali e anche le aree urbane.

Il land-artista non si limita a collocare opere e sculture nella natura, egli fa del paesaggio naturale non solo il contesto dell’opera ma l’opera stessa, utilizza lo spazio e i materiali naturali come mezzi fisici dell’opera, apportando interventi che in qualche modo ne modificano la percezione, ne distorcono la naturalezza, sottolineano come l’intervento umano possa modificarne l’aspetto anche se, sembrano dirci, la natura farà il suo corso e passerà sopra ogni nostro tentativo di modificarla.
Le opere di land art nascono, infatti, per durare nella natura il tempo che la natura stessa permetterà loro di sopravvivere, fino a quando non spariranno ricomprese nell’interminabile suo corso.
La land art, si può dire, costituisce la presa di coscienza da parte degli artisti della questione ambientale, diverso tempo prima che il mondo si rendesse conto che era un tema da tenere in considerazione in ogni nostro intervento e passo verso il progresso.

Dal punto di vista formale gli interventi dei landartisti hanno spesso un carattere minimalista: le forme geometriche che questi trasportano sul paesaggio sono segni artificiali destinati a essere riassorbiti completamente dai processi di erosione e trasformazione degli elementi naturali. Il grande impiego di energia umana e di macchine utilizzati per produrre le opere risultano così essere ben poca cosa rispetto alle forze e ai tempi lunghissimi della natura.
Per spiegare questo particolare rapporto con la natura il critico d’arte statunitense Beardsley [1] paragona la land art a una forma di sublime [2] contemporaneo che dà un’immagine della natura potente e immensa, di fronte alla quale ci troviamo a essere piccoli ed effimeri.

 

Robert Smithson

L’opera che più illustra quanto detto fino a ora del difficile rapporto natura/cultura è sicuramente l’immenso lavoro dell’americano Robert Smithson intitolato Spiral Jetty, una gigantesca banchina a forma di spirale costruita accumulando oltre 60.000 tonnellate di terra, roccia e detriti. 50 anni fa Spiral Jetty emergeva dall’acqua del Grande Lago Salato nello Utah ed era facilmente percorribile come fosse un molo. Con il passare del tempo il lago ha piano piano eroso i materiali di cui era fatta e sommerso l’intera opera di cui resta ancora oggi una traccia visibile dal satellite.
Quest’opera può essere letta come il rapporto fra la forza e la tecnica delle macchine utilizzate per realizzare il lavoro, per spostare tonnellate di materiale naturale, e la potenza indomabile della natura che, con tempi molto diversi da quelli della tecnologia, finirà per riassorbire l’opera dentro di sé.

Robert Smithson, Spiral Jetty, Great Salt Lake, Utah, 1970 (Flickr)

Spiral Jetty, come appare oggi da Google Earth

 

Nella visione di Smithson l’uomo è contemporaneamente l’apice della creazione e della distruzione, è al contempo parte della natura e fuori di essa.
Un altro lavoro, anche se non di impatto così grandioso, in cui l’artista esprime molto chiaramente il suo pensiero è Upside down Tree, nel quale un albero, un elemento naturale quindi, viene trattato come se fosse una scultura creata dall’uomo.
Il tronco di un albero viene sradicato e collocato nel paesaggio naturale in diverse posizioni, a testa in giù o sdraiato su un lato, e viene poi fotografato e documentato. Attraverso questa semplice azione, operata dall’uomo sulla natura, l’albero, nonostante non venga decontestualizzato, non appartiene più completamente al paesaggio naturale, la sua essenza diventa ambigua e si pone contemporaneamente come elemento naturale e culturale.

 

Richard Long

Il carattere concettuale della land art fa ricadere la scelta degli ambienti che costituiscono lo sfondo e la materia delle opere principalmente su paesaggi desertici, luoghi che evocano astrazione e solitudine dove le tracce dell’uomo sono quasi inesistenti.
Rosalind Krauss scrive che “con la land art la scultura si dilata nel territorio, coinvolgendo il paesaggio in quanto tale e l’architettura, che diventano rispettivamente un non-paesaggio e una non-architettura”[3].
A questo proposito particolarmente significativa è l’opera di Richard Long nella quale la dialettica natura/cultura è riportata alle origini. Long ripercorre il primo confronto uomo/natura ritornando a segni e gesti primordiali. A line made by walking è una linea dritta, un elemento geometrico estraneo alla natura, “disegnato” su di un luogo naturale solo attraverso l’azione primitiva del camminare. La sola presenza dell’uomo e il semplice gesto di muoversi nello spazio naturale altera lo stato originario di quello spazio irrimediabilmente.
Attraverso questo gesto, però, attraverso l’intervento dell’uomo che traccia forme geometriche elementari nello spazio che viene così circoscritto e in un certo senso misurato, lo spazio stesso si identifica come luogo.

Mentre l’opera di Smithson era la presentazione del disordine e dello scompiglio che l’invasione dell’uomo porta nella natura, il lavoro di Long è una sintesi artistica del binomio natura/cultura.
Long, infatti, va anche oltre l’intervento in natura e sperimenta lo straniamento prodotto dallo spostamento degli elementi naturali nello spazio artificiale.
Numerosi suoi lavori sono creati nei luoghi classici dell’arte, nei musei e nelle gallerie, all’interno dei quali l’artista sposta elementi provenienti dal paesaggio naturale ricomponendolo in forme geometriche primordiali.

 

Richard Long, Red Slate Circle, 1988 (Flickr)

 

Walter De Maria

Approccio ancora diverso è quello di Walter De Maria che nelle sue opere cerca in certo modo l’appoggio della natura per produrre eventi straordinari.
Se Smithson sottolineava il contrasto dell’azione umana nello spazio naturale, se Long univa attraverso l’arte i due termini, De Maria crea occasioni di collaborazione fra l’azione umana e le forze della natura con un fine estetico ben preciso.
La sua opera più famosa è The lighting field per la quale l’artista cha conficcato nel terreno del remoto deserto del Nuovo Messico 400 pali metallici appuntiti in un territorio ampio circa tre chilometri quadrati in attesa dell’evento naturale che avrebbe dato origine all’opera. Sfruttando l’effetto para-fulmini dei pali durante i temporali De Maria raccoglie e moltiplica la potenza dei fulmini e dà origine a uno spettacolo grandioso di luce ed energia, così veloce ed effimero che solo in pochissimi fortunati vi possono assistere. Agli altri, come a noi, non resta che guardare immagini e filmati.

 

Christo & Jeanne Claude

Per una panoramica completa sulla land art non si può non citare la coppia Christo & Jeanne Claude che ha declinato il rapporto natura/cultura attraverso l’esperienza del paesaggio sintetico.
Dal 1969 l’artista bulgaro e la moglie “impacchettano” porzioni di paesaggio naturale utilizzando ettari ed ettari di un materiale molto artificiale come il propilene trasformando coste, scogliere e deserti in entità architetturali.
Ancora una volta la dicotomia cultura/natura, artificiale/naturale è colmata dall’intervento artistico che in questo caso modifica in modo massiccio l’aspetto dell’elemento naturale ma senza alterarlo nella sua struttura, semplicemente ricorrendo a una “maschera” temporanea che ne sottolinea le forme e le potenzialità espressive.

Negli anni successivi il lavoro della coppia si sposta anche sui monumenti e sugli ambienti urbani ma in questo caso il significato dell’opera cambia un poco. L’impacchettamento ora nasconde ed evidenzia contemporaneamente la forma e il contenuto qualche volta in segno di protesta altre per mostrare elementi formali dell’architettura che sfuggono a coloro che guardano al monumento soffermandosi sul simbolo e sul significato.

 


[1] Beardsley J.: Eathworks and beyond; contemporary art in the landscape. Abbeville Press, New York 1984

[2] Il Sublime cui si fa riferimento in questo caso è quello teorizzato da Edmund Burke in A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful e poi ripreso da Kant nella Critica del Giudizio nella quale teorizza la differenza fra bello e sublime.  Di fronte a spettacoli naturali come i deserti, le cascate, il cielo l’uomo si trova spiazzato e impotente, si sente contemporaneamente attratto e spaventato. La contemplazione di tale spettacolo – nell’idea kantiana – induce la mente a prendere coscienza del proprio limite razionale e a riconoscere la possibilità di una dimensione sovrasensibile. Per questo sulla sua lapide Kant volle incisa la frase “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.

[3] Krauss R. Grazioli E., Paesaggi, storia della scultura da Rodin alla Land Art, Mondadori, Milano, 1998.

 

Crediti immagini
Apertura: Robert Smithson, Spiral Jetty, Great Salt Lake, Utah (Wikimedia Commons)
Box: Richard Long, Cerchi di ciottoli bianchi (Wikimedia Commons)

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