Malattie infettive nella storia

Luciano Marisaldi

Le malattie contagiose accompagnano da sempre la storia umana, ma alcune epidemie hanno avuto effetti talmente gravi da portare conseguenze di lunga durata. Spesso collegate a momenti di squilibrio come guerre, migrazioni, processi di globalizzazione, fino al XIX secolo, quando vennero messi a punto i primi vaccini, non poterono essere combattute direttamente. Gli storici ricostruiscono il contesto in cui le epidemie esplodono, ma anche i cambiamenti nella mentalità, nella struttura sociale, nell’economia che esse producono.

 

Alcune epidemie del mondo antico hanno effetti di lunga durata

Nel 430 a.C., nel secondo anno della guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta un’epidemia di origine incerta, detta «peste di Atene», provocò la morte di un terzo della popolazione ammassata all’interno delle mura. Lo storico Tucidide testimonia che il dramma della morte di massa rese gli ateniesi più spietati, meno legati ai principi di onore e di onestà, inclini al piacere immediato e meno attenti al sentimento religioso e ai sacri riti. Questo atteggiamento portò a una condotta brutale della guerra, che causò disastri alla città, mise in crisi la democrazia ateniese e pose fine all’egemonia di Atene sul mondo greco.

Altre due epidemie nel mondo antico ebbero conseguenze di lungo periodo. Quella di vaiolo del 166 d.C. causò un crollo demografico che spinse l’imperatore Marco Aurelio ad arruolare nell’esercito gruppi di barbari e consentire a intere tribù barbariche di insediarsi nelle zone spopolate dell’impero. Ebbe inizio la germanizzazione dell’esercito imperiale, che proseguì nei secoli successivi e fu una delle cause della fine dell’impero romano.

La «peste di Giustiniano» in soli due anni (541-542) provocò un calo della popolazione del 25% nell’impero bizantino. Costantinopoli perdette trecentomila abitanti. Iniziò allora anche in Oriente il declino delle città che in Occidente era già in corso da un secolo e caratterizzò l’inizio del Medioevo.

 

La lebbra è il flagello del mondo medievale

A partire dalle pianure dell’India, considerate luogo di origine, la lebbra (una malattia infettiva e cronica, deturpante) si diffuse lentamente a ondate successive nel Vicino Oriente e in Egitto. Si allargò poi in tutto il Mediterraneo sulle vie marittime dei commerci e nell’Europa centrale, dove rimase endemica per secoli. Le invasioni saracene, le spedizioni dei Vichinghi, le crociate furono i veicoli della diffusione di questo terribile male nell’età medievale. I malati furono esclusi dalla società e obbligati a vivere segregati nei lebbrosari, che nel XIII secolo erano circa ventimila in Europa.

La lebbra cominciò a regredire nel XIV secolo; gli studiosi di epidemiologia attribuiscono un ruolo in questo processo all’arrivo della «morte nera», la peste del Trecento, portata da un agente patogeno più aggressivo, che uccidendo milioni di persone in Europa svuotò anche i lebbrosari.

 

La peste nera arriva da Oriente

Originatasi nelle steppe centro-asiatiche, l’epidemia di peste nel 1333 colpì la Cina (che perse più di un quarto degli abitanti). Penetrò poi nel Medio Oriente fino a Costantinopoli, raggiunse il Mediterraneo e poi l’Europa settentrionale. Il 1348 fu l’anno della massima diffusione del male. Di tutte le epidemie ricordate dalla storia, questa fu la più atroce; si calcola che fra il 1347 e 1351 abbia ucciso in Europa un terzo degli abitanti. A questa epidemia dobbiamo un capolavoro della letteratura italiana, il Decamerone di Giovanni Boccaccio.

L’impatto della peste in Europa ebbe conseguenze psicologiche, economiche e culturali. Si sgretolarono i rapporti sociali e familiari. In un clima di isteria collettiva si cercarono i «colpevoli» del contagio (solitamente fra gli emarginati, i diversi e gli ebrei). Cominciò a scarseggiare la manodopera, così i lavoratori (contadini, operai, artigiani) ottennero migliori condizioni di lavoro e salari più alti. Divenne più aspro l’antagonismo fra ricchi e poveri; si diffuse un risentimento sociale che pochi decenni dopo esplose in rivolte disperate come il tumulto dei ciompi a Firenze e le jacqueries in Francia.

Dopo la prima grande epidemia, la peste si ripresentò a ondate ricorrenti per tutta la seconda metà del Trecento, e poi ancora, in aree meno estese e con lunghi intervalli, fino al XVIII secolo. Una delle ultime fasi di recrudescenza, durante la guerra dei trent’anni, colpì duramente l’Italia settentrionale fra il 1629 e il 1633: è quella narrata da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi.

 

L’unificazione dei microbi su scala mondiale

Il Vecchio e il Nuovo mondo seguirono percorsi separati che portarono gli esseri umani a sviluppare anticorpi efficaci contro le malattie del loro ambiente. Il contatto fra i due mondi avvenne con la scoperta e la conquista delle Americhe. Gli esiti furono drammatici. Gli amerindi, al contatto con germi patogeni sconosciuti, morirono a milioni per vaiolo, morbillo, tubercolosi. Le civiltà precolombiane crollarono. In cambio, gli europei portarono nel Vecchio Mondo la sifilide, ma con esiti meno drammatici, perché il loro fisico era abituato a uno spettro più ampio di agenti patogeni.

La crisi demografica che ne derivò fu alla radice dell’«importazione» di manodopera dall’Africa, la tratta degli schiavi, che durò più di due secoli.

 

Fra Otto e Novecento la medicina fa progressi decisivi

Fino al XIX secolo non ci fu modo di combattere direttamente gli agenti infettivi. Il primo vaccino, contro il vaiolo, fu sviluppato nel 1798 dal medico britannico Edward Jenner e fra Otto e Novecento la ricerca medica e biologica permise di debellarle gravissime malattie che per secoli avevano flagellato l’umanità. Il francese Louis Pasteur (1822-1895) realizzò alcuni vaccini, fra cui quello contro la rabbia (1885). Verso la fine del secolo furono prodotti anche i vaccini contro la peste e il colera. Il medico tedesco Robert Koch (1843-1910) scoprì i batteri che provocano la tubercolosi, rendendo possibile la realizzazione di un vaccino nei primi decenni del XX secolo.

 

L’influenza ha una lunga storia

Epidemie di influenza sono documentate per l’età antica, per l’epoca di Carlo Magno e per la prima età moderna. Nel XIX secolo si registrarono due grandi epidemie influenzali: nel 1830 e nel 1880. Quest’ultima, detta «influenza russa» ebbe origine in Asia centrale e, in tre ondate successive, fece circa un milione di vittime: fu la prima della quale abbiamo dati statistici.

La statistica non fu d’aiuto in occasione della grande pandemia di «spagnola» che tra il 1918 e il 1920 uccise forse 50 milioni di persone, nelle fasi finali della Grande guerra. Il nome deriva dal fatto che furono i giornali nella Spagna neutrale a parlarne per primi, dato che negli stati in guerra la censura proibì di parlarne. Partita forse dall’infermeria di un campo militare in Kansas, in tre ondate successive l’epidemia si estese al mondo intero, veicolata dalle masse di soldati smobilitati e di prigionieri che tornavano alle loro case. Passò molto tempo perché diventasse chiaro che si trattava di un fenomeno unitario di dimensioni globali. Ma passato lo shock la ripresa fu rapida e le conseguenze sociali dell’epidemia spinsero molti Stati a organizzare un sistema sanitario pubblico e a varare leggi per regolare l’adozione di orfani.

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(Crediti immagine box: Wikimedia Commons)

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Commenti [4]

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  1. Patrizia

    Ho usato tutto il materiale Speciale Coronavirus riguardate italiano e storia; è stato utilissimo
    Grazie

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