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Natura e cultura

Col tempo, l’antropologia ha concepito la dimensione naturale come un’invenzione della cultura stessa. Per questo, essa accetta la polarizzazione e l’interazione tra le due dimensioni. La continua dialettica tra natura e cultura viene ben descritta nell’esempio del rapporto dell’uomo con il proprio corpo.
Il concetto di natura è nello stesso tempo chiarissimo e oscuro, come mostra una semplice riflessione su una banale distinzione come quella tra “naturale” e “artificiale”. Di primo acchito, per esempio, il nido di un uccello può sembrarci molto più naturale del nostro appartamento. Ma a ben vedere, nessuno dei due nasce spontaneamente, ma sono entrambi frutto di una costruzione elaborata, che assembla materiali diversi. Alla difficile contrapposizione tra naturale e artificiale se ne può accostare un’altra, quella tra natura e cultura, ben nota a una disciplina che della cultura ha fatto il proprio oggetto privilegiato, ossia l’antropologia culturale. Consideriamo alcuni esempi di tale dialettica.  

Studiare le società umane come enti naturali

I primi antropologi, come Edward Burnett Tylor (1832-1917), sono convinti che la storia umana segua una direzione che porta l’umanità da una condizione selvaggia alla civiltà (anche se il processo non è uniforme per tutte le società). Tale prospettiva è influenzata dall'evoluzionismo di Charles Darwin, dal paradigma positivistico e dal desiderio di fondare una disciplina che abbia il medesimo statuto scientifico delle scienze “naturali”. È perciò necessario postulare o almeno presupporre l’esistenza di leggi anche per la dimensione sociale. Perciò, nonostante sia distinta dalla natura e sia il frutto di un’acquisizione esterna, anche la cultura evolve. Qualche generazione dopo gli antropologi abbandonano una visione evoluzionistica della società e si orientano verso il relativismo, optando parallelamente per una visione dell’antropologia più autonoma dalle scienze naturali e meno convinta dell’esistenza di leggi universali.
Qui trovi una sintesi del positivismo
 

Distinzione oggettiva o culturale?

Quanto visto fino ad ora, comporta una feconda ambiguità che va esplicitata: la distinzione tra natura e cultura possiede sia un valore epistemologico (individuare due contesti di studio, che sono simili o diversi a seconda degli studiosi) sia un valore specificamente antropologico, ossia si tratta di una distinzione che è interna alla stessa antropologia. Per capire questo aspetto vediamo le riflessioni di uno dei più importanti antropologi del Novecento, Claude Lévi-Strauss (1908-2009).
Qui trovi una biografia di Claude Lévi-Strauss
  Considerando in generale il funzionamento delle culture, Lévi-Strauss sostiene che esse sembrano seguire se non proprio delle leggi, almeno alcune linee guida piuttosto ferree in modo analogo a quanto accade in natura. “La Natura – personifichiamola per comodità di argomentazione – ha un numero limitato di procedure a disposizione, e il tipo di procedura che utilizza ad un dato livello di realtà ricompare inevitabilmente ad altri” (Mito e significato, il Saggiatore, Milano 1980). La cultura, chiarisce però Lévi -Strass, non è riducibile alla natura, perché è troppo complessa, ma i suoi fenomeni sono a livello formale analoghi a quelli della natura. Livelli diversi di realtà, quindi, ma con analogie strutturali. Per altro verso, secondo Lévis-Strauss natura e cultura costituiscono una contrapposizione che emerge in ogni società, una vera e propria opposizione binaria che modella il pensiero umano (come spiega Charlotte Seymour-Smith nel Dizionario di antropologia, Sansoni, Firenze 1991). Forse correggendo una sua posizione precedente, nel corso degli anni Sessanta Lévi-Strauss concepisce questa distinzione come una costante con la quale gli uomini distinguono se stessi dalle altre forme di vita. Inoltre, e più spesso, al naturale e al culturale si aggiunge il sovrannaturale, un’altra dimensione ancora, che contribuisce a fornire un'immagine stratificata della realtà umana.  

Attribuire significati

L’antropologia ha quindi con il tempo concepito la dimensione naturale come un’invenzione della cultura stessa, come suggeriscono Ugo Fabietti e Francesco Remotti alla voce natura del Dizionario di antropologia (Zanichelli, Bologna 1997). L’uomo è concepito come un animale la cui specificità è quella di interpretare eventi, comportamenti, oggetti naturali e artificiali, e attribuire loro un significato. Interpretazioni e significati variano da cultura a cultura e con il tempo variano persino all'interno della cultura. Stabilire un netto confine tra le due dimensioni o capire se tale distinzione sia oggettiva o no, resta un problema aperto per molte culture ed esprime bene alcuni caratteri della società: la ricerca di una norma a cui aderire (quando il “naturale” è sinonimo di purezza) o la tensione verso un costante rimodellamento e trasformazione dell’essere umano.  

Un caso: il corpo

L’antropologia accetta quindi questa polarizzazione tra natura e cultura e approfondisce la loro continua interazione. Questa riflessione è svolta in modo arguto da Marco Aime (Il primo libro di antropologia, Einaudi, Torino 2008) a proposito del corpo. Nessuna società umana accetta il corpo “naturale” così com'è, ma si ingegna nei modi più diversi a modificarlo. Di società in società e di momento storico in momento storico, il corpo è sottoposto a riti violenti come la scarnificazione, viene abbellito e decorato con monili e trucchi, viene mutilato o deformato. Il corpo diventa una sorta di pagina su cui si scrivono dei segni, come i tatuaggi. Questa pratica polinesiana, originariamente destinata a indicare lo status sociale di una persona, con il tempo è stata mutuata da altri popoli ed è diventata un modo per contrassegnare gli infami, o persino una forma d’arte o un modo per esprimere qualcosa di se stessi, come avviene oggi nella nostra società. Il rapporto dell’uomo con il proprio corpo esprime bene la continua dialettica tra natura e cultura: il corpo naturale va riplasmato culturalmente, ma viene anche ripensato, per esempio chiedendosi che cosa si può alterare del proprio corpo. Basti pensare a come un corpo depilato ci si sembri più umano perché meno animale, quando i peli (o i capelli o la barba) sono proprio qualcosa che nasce spontaneamente e quindi così naturale, ma come un innesto “metallico” e artificiale, come il piercing possa turbare la sensibilità di molti.   Crediti immagini Apertura: Pixabay Box: Claude Lévi-Strauss (Wikimedia Commons)
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