Olafur Eliasson. Come l’arte contemporanea può cambiare il mondo

Chiara Pilati

La vita sulla terra è coesistenza tra esseri, umani e non umani, tra gli ecosistemi e l’ambiente…. Dobbiamo prendere sul serio l’emergenza clima, fidandoci della scienza e mettendo insieme le nostre conoscenze, la creatività e la nostra energia“.
Queste sono le parole con cui l’artista danese Olafur Eliasson lo scorso anno ha accettato di mettersi al servizio dell’Onu come Goodwill Ambassador per il clima e gli obiettivi di sviluppo sostenibile del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP).

Quando riconosciamo che le nostre vite sono inestricabilmente intessute con l’ambiente circostante e con sistemi e strutture che travalicano il nostro contesto immediato, impariamo, credo, che siamo tutti vulnerabili e che non abbiamo affatto il controllo su ogni cosa”.[1]

Per questa sua visione e per la profonda convinzione che l’arte e la creatività possano rendere visibili e comprensibili i problemi ambientali, fin dall’inizio della sua ricerca Olafur Eliasson si è dedicato allo studio dei fenomeni naturali da tutti i punti di vista: nel loro aspetto scientifico, per la loro influenza sulla vita umana e, forse soprattutto, per l’influenza che la vita umana ha sulla natura.

 

Chi è Olafur Eliasson

Olafur Eliasson ha 54 anni ed è, oggi, uno degli artisti contemporanei più famosi al mondo. Le sue opere sono state ospitate in tutti i più importanti musei e spazi pubblici, lo chiamano per questo “Artistar”, ma Vogue, in occasione della sua mostra In Real Life a Bilbao, ha trovato una definizione migliore: “Artivist”, proprio perché da circa vent’anni le sue opere si occupano di cambiamento climatico. Olafur Eliasson ha studiato alla Royal Danish Academy of Fine Arts ma dal 1995 vive a Berlino dove ha fondato uno studio che conta oltre 70 creativi di tutte le discipline, anche quelle che non si penserebbe abbiano a che fare con l’arte contemporanea: nella sua “factory” ci sono architetti, artigiani, storici dell’arte, archivisti, programmatori, tecnici scientifici e anche cuochi. Qui nascono le idee e prendono forma i suoi spettacolari lavori e le sue imponenti installazioni.

Olafur, Eliasson (Wikimedia Commons)

Tre sono le tematiche che si intrecciano nei lavori di Eliasson: la geometria, intesa come studio e misurazione delle forme del mondo che ci circonda, la luce e il colore, studiati per come questi possono cambiare la nostra percezione di quello stesso mondo e, infine, la natura e l’impegno per l’ambiente. L’arte secondo lui può contribuire alla sensibilizzazione delle persone sulle tematiche ambientali, può proporre punti di vista diversi per allargare lo sguardo nello spazio e nel tempo.

Le soluzioni ai cambiamenti climatici”, ha dichiarato in un’intervista ancora alcuni anni fa, quando le tematiche ambientali non sembravano così urgenti e sicuramente non erano così al centro dell’attenzione, “richiedono decisioni a lungo termine, investimenti a lungo termine, pianificazione a lungo termine. Abbiamo bisogno di vedere la responsabilità dei politici, 10, 20, 30, 40, 50 anni nel futuro, molto tempo dopo che quegli stessi politici saranno morti…. Una delle cose che l’arte può fare – e non è l’unica cosa – è che può dare una sorta di “narrazione fisica” di qualcosa che si conosce solo in teoria. Penso che abbiamo una migliore capacità di tradurre la nostra indagine critica in azione una volta che abbiamo una relazione fisica con il mondo.”[2]

Il suo lavoro è oggi così noto e seguito a livello internazionale al punto che Netflix gli ha dedicato la prima puntata della seconda stagione di Abstract, la docu-serie che racconta i grandi innovatori dell’arte e del design contemporanei, quelle persone che stanno cambiando le regole del gioco con i loro progetti e la loro creatività.
E in effetti non sono molti gli artisti o, più in generale, gli esseri umani che hanno il coraggio di ammettere “che siamo arrivati a un punto in cui abbiamo finalmente compreso che natura e cultura sono, e sono sempre state, inscindibili. Nella mia parte di mondo eravamo ancora convinti che noi umani fossimo esseri speciali, che il successo si raggiungeva ponendosi al di sopra della natura, in un ruolo di potere, usando e plasmando la Terra a nostro piacimento. Adesso dobbiamo venire a patti con l’idea di essere un po’ meno eccezionali di quanto pensassimo. Dobbiamo fare spazio all’alterità.” [3]

 

La poetica

Uso gli elementi naturali in vari modi. In particolare cerco di rendere la questione climatica tangibile. Sappiamo tutti che il problema esiste ma non agiamo di conseguenza. Perché persiste ancora questa discrepanza?” [4]

Le opere di Olafur Eliasson partono da una ricerca sulla percezione e sul movimento, sulla relazione dell’uomo con lo spazio che lo circonda e quindi con la natura e l’ambiente. Ci fanno riflettere sui danni che il nostro comportamento sta causando all’ambiente, sullo sfruttamento delle risorse, sull’inquinamento. L’arte diventa strumento privilegiato per parlare alla gente e cercare di motivarla a una condotta più virtuosa ed ecosostenibile.
Le sue sono quasi sempre installazioni nelle quali si deve letteralmente “entrare” per “sentire” sulla propria pelle, con i propri sensi, lo spazio e la posizione che in questo si occupa. La partecipazione attiva del visitatore diventa, così, parte integrante dell’opera e dell’esperienza artistica. Olafur Eliasson rende tangibili le leggi fisiche dell’universo e ci fa riflettere su come ci relazioniamo con il mondo che ci circonda e come ci comportiamo in relazione all’ambiente.

Per illustrare il senso del suo lavoro e il perché dei mezzi che utilizza, Eliasson spiega che “i fenomeni ambientali come l’acqua, l’aria, il ghiaccio, sono fenomeni transitori ma sono anche indicatori spaziali che spostano la nostra attenzione da elementi e fatti concreti
Quello che faccio”, racconta “è stimolare un cambiamento nella percezione e nel comportamento delle persone, la percezione teoretica e intellettuale, la conoscenza e i dati sono importanti, ma è altrettanto importante saper trasformare questa conoscenza in strategie concrete di azione”.[5]

I suoi progetti trascendono i limiti espositivi del museo, anche quando lavora in spazi convenzionali ne modifica gli ambienti, ne abbatte i muri, fonde l’esterno con l’interno. Le sue faticano a essere definite opere in senso stretto, sono piuttosto progetti che coinvolgono la comunità, realizzati in spazi pubblici, piazze, strade, ma sono anche workshop o vere e proprie azioni alle quali siamo chiamati come accade con Earth Speakr, una app gratuita, realizzata nelle 24 lingue dell’Unione europea, che dovrebbe piacere molto a Greta Thunberg perché nasce per dare voce ai ragazzi in modo che possano lanciare forte e chiaro il loro messaggio sull’ambiente.

La home page del sito dedicato alla App Earth Speaker

Se vogliamo cambiare qualcosa riguardo al clima, deve essere esplicito, dev’essere fisico”, dice Eliasson alla fine della sua puntata di Abstract. “Ed è questa la cultura, no? La cultura è, in buona parte, fisica. Sono le cose là fuori, nel mondo”.

 

I progetti

Visitare una mostra di Olafur Eliasson, percorrere una sua installazione, partecipare a una sua azione è un’esperienza speciale e descrivere a parole i suoi progetti è cosa difficile e sicuramente non è sufficiente per raccontare le sensazioni, sempre diverse, che ognuno di noi prova a contatto con i suoi lavori.

Come si diceva, fin dall’inizio della sua ricerca, questo incredibile artista ha lavorato sugli elementi naturali per farci riflettere sul nostro rapporto con essi. L’acqua, in ogni sua forma, è senza dubbio la protagonista assoluta: sinonimo di vita, di cambiamento e di durata, è il soggetto di uno fra i più spettacolari dei suoi lavori: Green river. Tra il 1998 e il 2001, Eliasson ha tinto di un verde acceso sei fiumi in tutto il mondo utilizzando il colorante idrosolubile uranina, lo stesso che si usa per monitorare le correnti oceaniche, assolutamente innocuo per l’ecosistema. Green River è sicuramente il lavoro più invasivo svolto da Eliasson nei confronti della natura, il colorante ha reso l’acqua dei fiumi verde fluorescente in Germania, in Islanda, a Los Angeles, a Stoccolma, in Norvegia e a Tokyo. L’esito è bellissimo ma al contempo spaventoso e ci mette di fronte alla nostra responsabilità verso la natura.

Un altro impressionante progetto è quello realizzato nel 2003 alla Tate Modern per la serie The Unilever Series. Con The weather project l’artista ha ricreato un enorme sole artificiale all’interno dell’immensa galleria centrale del museo londinese. È uno dei suoi progetti più noti, quello che gli ha dato fama internazionale. L’artista distorce la percezione dello spazio, la amplifica e fa riflettere lo spettatore sul suo rapporto con esso e con gli elementi naturali che all’interno di esso sono riprodotti. Nella Turbine Hall Eliasson ha reso visibile l’aria, il vuoto e l’atmosfera attraverso una nebbia artificiale illuminata da una grandissima semisfera gialla appesa a un soffitto ricoperto di specchi che riflettono e raddoppiano tutto ciò che succede sotto di loro. Così la semisfera si trasforma in un immenso sole, gli elementi atmosferici diventano tangibili e gli spettatori possono percepire la loro stessa presenza vedendosi riflessi sul soffitto.
Per questo tipo di lavori coinvolgenti e immersivi, nei quali chi guarda è parte integrante dell’opera, l’artista ha coniato la formula “Seeing yourself sensing” che descrive molto bene l’esperienza percettiva che si prova durante la visita.

Tate Modern, Londra 2003 (Wikimedia Commons)

Tate Modern, Londra 2003 (Wikimedia Commons)

Nel 2008 per The New York City Waterfalls l’artista ha costruito quattro grandi cascate artificiali lungo le rive di Manhattan e Brooklyn riproducendo i paesaggi incontaminati dell’Islanda che frequentava nella sua infanzia e che oggi sono a rischio a causa del cambiamento climatico. L’impatto della cascata fa riflettere anche sul rapporto architettura e natura, rende visibile l’imponente intervento umano e la fragilità dell’ambiente.

Brooklyn Bridge “Waterfall”, New York 2008 (Wikimedia Commons)

Brooklyn Bridge “Waterfall”, New York 2008 (Wikimedia Commons)

Lo stesso ha fatto nel 2016 alla reggia di Versaille con Waterfall, inserendo una cascata stretta e altissima nel Grand Canal. Le strutture che contrastano con la natura e l’architettura circostante ci costringono a riflettere sulle modifiche e i cambiamenti che imponiamo all’ambiente e, mostrandoci uno spettacolo incredibile, Eliasson riesce a compiere un’impresa considerata impossibile persino per Luigi XIV.

Per raggiungere il suo scopo, stimolare la riflessione e rendere visibili chiaramente a tutti i danni causati dai cambiamenti climatici, dallo sfruttamento delle risorse naturali e dall’inquinamento, Eliasson non va per il sottile.
Nel 2014, con Ice Watch, ha fatto arrivare direttamente dalla Groenlandia enormi blocchi di ghiaccio con i quali ha invaso la piazza del municipio di Copenaghen. Ha poi riproposto l’installazione nel 2015 a Parigi, in coincidenza con la conferenza sul clima COP21, e nel 2018 a Londra.
Nell’occasione londinese dopo 17 giorni alcuni dei blocchi, che misuravano oltre due metri di altezza, erano scomparsi e altri notevolmente ridotti. Chiunque passasse davanti a quello spettacolo non poteva rimanere insensibile al disastro che l’inquinamento e l’innalzamento delle temperature globali stanno apportando al nostro pianeta.
Consentendo alle persone di toccare davvero i blocchi di ghiaccio spero si creerà un legame più profondo tra loro e quello che ci circonda”, spiegò in occasione dell’inaugurazione. “Auspico anche che questo progetto ispirerà in loro cambiamenti radicali. Dobbiamo riconoscere che insieme abbiamo il potere di intraprendere azioni individuali e di spingere per un cambiamento sistemico. Trasformiamo le conoscenze sul clima in azioni per il clima.”

Infine, per concludere questa raccolta di esempi della potenza del lavoro di questo grande artista, va citata la recentissima installazione Life alla Fondazione Beyeler di Basilea, che si è chiusa lo scorso luglio, per la quale il bellissimo spazio del museo, ideato da Renzo Piano, si è trasformato in un luogo naturale che ospita un’immensa biodiveristà fra piante, insetti e organismi viventi. Life è “uno spazio vitale, libero e pensante“, come lo ha definito Sam Keller, direttore della Fondazione Beyeler, che riflette sul rapporto uomo natura e invita il pubblico a interagire con il Pineta in senso conservativo.
Piante, animali, esseri umani e microrganismi coabitano in questo lavoro” (come nel nostro mondo ndr.) spiega il direttore. “Natura e cultura sono unite. L’arte e la vita si fondono”.

Olafur Eliasson
Life, 2021
Installation view, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2021
Courtesy of the artist © 2021 Olafur Eliasson
Photo: Pati Grabowicz
Photo: Mark Niedermann

Olafur Eliasson
Life, 2021
Installation view, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2021
Courtesy of the artist © 2021 Olafur Eliasson
Photo: Pati Grabowicz
Photo: Mark Niedermann

Olafur Eliasson
Life, 2021
Installation view, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2021
Courtesy of the artist © 2021 Olafur Eliasson
Photo: Pati Grabowicz
Photo: Mark Niedermann

[1] Da “The Artist Statement” della mostra LIFE (aprile – luglio 2021) Fondzione Beyeler, Basilea

[2] Da Olafur Eliasson nell’articolo della CNN “Olafur Eliasson su cosa può fare l’arte per combattere il cambiamento climatico”, 2019

[3] Da “The Artist Statement” della mostra LIFE (aprile – luglio 2021) Fondzione Beyeler, Basilea

[4] Da intervista di RAICULTURA

[5] Da intervista di RAICULTURA

 

Crediti immagini:

Apertura: Olafur Eliasson, Life, 2021 Installation view, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2021 Courtesy of the artist © 2021 Olafur Eliasson
Photo: Pati Grabowicz
Photo: Mark Niedermann

Box: Olafur Eliasson, Life, 2021 Installation view, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2021 Courtesy of the artist © 2021 Olafur Eliasson
Photo: Pati Grabowicz
Photo: Mark Niedermann

 

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