Oltre la luce della ragione: Heidegger e Derrida

Claudio Fiocchi

Nella storia della filosofia la metafora della luce è stata usata frequentemente. Per esempio, in chiave gnoseologica, la filosofia scolastica ha utilizzato l’espressione “lume naturale” per indicare la capacità dell’intelletto umano. L’idea che la luce della ragione fosse uno strumento efficace per scoprire la verità e far progredire l’umanità è stata largamente diffusa nella  filosofia moderna.

Nel corso del Novecento la luce della ragione ha continuato ad essere una metafora seducente, ma messa in discussione da due autori tra i più significativi: Heidegger e Derrida.

 

Heidegger e il linguaggio

Nella filosofia di Martin Heidegger (1889-1976) si è soliti distinguere due momenti. In una prima fase che culmina con la composizione di Essere e tempo (1927), Heidegger indaga l’essere dell’uomo, il carattere dell’esistenza umana. Nella seconda Heidegger si concentra più esplicitamente sul tema dell’essere e sulle modalità con cui può rivelarsi agli uomini. L’opera d’arte è una di queste, perché essa apre e illumina il mondo e ordina in modo nuovo la realtà, ma nello stesso tempo rende palese un’oscurità da cui proviene lo svelamento.
Oltre che dall’opera d’arte, Heidegger è però sempre attratto dal linguaggio come dimensione dell’essere, anzi come casa dell’essere, secondo quanto scrive nella Lettera sull’umanesimo. Noi usiamo il linguaggio per esprimerci, ma nello stesso tempo il linguaggio determina il nostro modo di vedere il mondo, tramite le proprie strutture e il proprio lessico. Perciò Heidegger può dire che è il linguaggio che dà l’essere alle cose. E che anzi è nel linguaggio che ha sede l’evento dell’essere.
Il filosofo tedesco si pone quindi nei confronti del linguaggio con una attitudine particolare: le parole che usiamo non sono mai un veicolo neutro, ma in misura diversa fanno apparire e al contempo nascondono l’essere.

 

La parola dei poeti

Nei saggi raccolti in In cammino verso il linguaggio (Mursia, Milano 1973, ed. orig, 1959) Heidegger enuncia l’intima connessione tra l’uomo e il linguaggio, ma rovescia il rapporto che si è soliti immaginare: l’uomo invece di usare il linguaggio può farne esperienza, sperimentare il tentativo del linguaggio di comunicare cose non dette, come quando ci mancano le parole. Da qui l’attenzione per la poesia, dove il linguaggio non risponde alle regole del parlare comune e il poeta sviluppa un diverso rapporto tra parole e cose.
Nella poesia il linguaggio manifesta la sua forza creativa e mostra le cose non come una presenza, ma come si danno nella vicinanza all’essere.
Nelle poesie di Hölderlin e di Hebel il filosofo Heidegger, nota Pier Aldo Rovatti in Guardare ascoltando (Bompiani, Milano 2003), evidenzia l’uso dell’immagine della luce debole, come quella oscura di una coppa di vino e quella della luce declinante e riflessa della luna: si tratta di luci deboli, che paradossalmente lasciano intravedere qualcosa, alludono a una realtà più  vera e nascosta proprio perché non la nascondono come farebbe la luce potente del sole.
Pier Aldo Rovatti è stato uno dei proponenti di una linea di pensiero definita “pensiero debole”.

 

La Lichtung

Nella sua riflessione sul pensiero e sull’essere Heidegger propone il termine Lichtung, ossia radura, apertura, luogo illuminato all’interno di un bosco, per indicare la dimensione in cui il pensiero e l’essere posso tornare a incontrarsi dopo una lunga separazione che ha caratterizzato la storia del pensiero dopo Parmenide. Piuttosto che al lumen naturale, la luce della ragione, si dà spazio alla Lichtung, perché è essa la condizione della luce della ragione, sembra affermare il filosofo tedesco in Tempo ed essere (Guida, Napoli 1980, prima ed. 1969). Per Heidegger si tratta di un termine che non deve diventare una metafora consumata, per non perdere il suo valore, spiega ancora Pier Aldo Rovatti.

 

La luce nera di Derrida

La luce continua ad essere utilizzata come metafora anche dal filosofo francese Jacques Derrida, ma con una curvatura paradossale. Nel saggio Cogito e storia della follia (conferenza del 1963 che può essere letta in La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1990), Derrida si lancia in una complessa analisi di alcuni passaggi della Storia della follia di Michel Foucault che si soffermano sulle Meditazioni di Cartesio. Questo rimando “stratificato” ad altri due filosofi permette a Derrida di soffermarsi sul tema della ragione umana e della sua pretesa “luminosità” mettendola in relazione con il suo apparente contrario, la “follia”.

Qui trovi un breve profilo di Derrida http://www.treccani.it/enciclopedia/jacques-derrida/

Se la ragione, seguendo Cartesio, è il regno della chiarezza, dell’evidenza, della sensatezza, essa sembrerebbe aver poco a che fare con la follia e con il sogno. Derrida sostiene invece che la luce della ragione resta imparentata con un’altra luce, quella nera della follia, perché l’atto del Cogito vale anche per il folle. Fuori dalla questione interpretativa di Cartesio, Derrida lancia un messaggio di maggior portata: la ragione è da sempre in crisi quando occulta la sua parentela con la follia e cerca di spegnere la luce nera delle potenze dell’insensatezza che stanno attorno al Cogito.  

Il lume della ragione, nelle parole di Heidegger e Derrida, appare più debole e oscillante di un tempo. O forse, restando nel solco della metafora, con il suo affievolirsi lascia intravedere altre luci, che un tempo, paradossalmente, mascherava.

Crediti immagini
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