Oltre l’economia

Claudio Fiocchi

Le scienze umane sono caratterizzate da una strutturale attitudine sia alla teoria e sia alla pratica. Da un lato si propongono di comprendere i fenomeni dei comportamenti umani, dall’altro di intervenire in determinate situazioni per risolvere problemi di convivenza, incomprensione, integrazione, comportamenti patologici.

Su un sociologo o su un antropologo concetti chiave del linguaggio dei giorni nostri come «sviluppo sostenibile» esercitano un profondo fascino perché inducono a ripensare i fondamenti della nostra società e della nostra cultura.

 

Quando una cultura si suicida

Secondo Jared Diamond, un eclettico studioso di storia, antropologia e biologia, non è affatto strano che una comunità si autodistrugga, come spiega in Collasso: come le civiltà scelgono di vivere o di morire (2005): non perché essa pianifichi un suicidio collettivo, ma perché, in una sorta di cortocircuito culturale, si dimostra incapace di interrompere quei comportamenti che la minacciano. È stato così che, a suo avviso, secoli fa sull’isola di Pasqua le varie tribù si sfidavano in grandi opere, statue di pietra, che richiedevano un ingente consumo di legno per il trasporto; ma gli alberi, usati anche come materiale da costruzione o combustibile, non crescevano abbastanza in fretta per il fabbisogno degli isolani. E così facendo sono state distrutte tutte le foreste e i grandi alberi, condannando l’intero ecosistema e compromettendo le condizioni di vita della popolazione.

Qui trovi un recente articolo sull’Isola di Pasqua

Il concetto di sviluppo sostenibile

Mentre la società dell’Isola di Pasqua occupava una porzione microscopica del pianeta, la posta in gioco oggi riguarda il mondo intero. L’invito dell’Agenda 2030, il grande progetto promosso dall’ONU per una trasformazione del nostro rapporto con il Pianeta e uno sviluppo sostenibile, mira proprio a evitare che la Terra segue la strada dell’Isola di Pasqua nel consumare le proprie risorse.

Il concetto di sviluppo sostenibile è però meno ovvio di quanto si pensi. Il primo elemento di questo binomio presuppone che la situazione di base di una società non sia statica, ma dinamica e che si basi su uno sviluppo scientifico, economico, produttivo. Il secondo termine suggerisce un vincolo a questo sviluppo, che riguarda la capacità dell’ambiente di reggere tale sviluppo. Ma è possibile uno sviluppo senza sfruttamento dell’ambiente? Consapevole di questo possibile equivoco, una decina di anni fa Sadruddin Aga Khan, alto funzionario dell’ONU e presidente della Fondazione Bellerive metteva in guardia contro il concetto di sviluppo sostenibile, che ai suoi occhi appariva una maschera per perpetrare lo sfruttamento intenso dell’ambiente. Il suo auspicio era quello di abbandonare la strada dello sviluppo per percorrere quella della rigenerazione.

Qui puoi leggere un articolo sulla denuncia di Sadruddin Aga Khan nei confronti dello sviluppo sostenibile

Anche oggi la difficoltà di realizzare lo sviluppo in varie aree del mondo, i fallimenti di programmi internazionali hanno portato a ripensare lo sviluppo secondo un arco di teorie che apportano dei correttivi alla nazione tradizionale di sviluppo o che giungono a rifiutare del tutto lo sviluppo.

Le voci più note di questa opposizione si rifanno al concetto di decrescita felice proposto da Serge Latouche, secondo il quale occorre decolonizzare la nostra mente dal concetto di crescita tradizionale, legato alla ricchezza e all’aumento del PIL, il prodotto interno lordo, per popolarlo con altri valori come la bellezza del paesaggio, il tempo libero, la salute dell’ambiente.

Qui trovi un’intervista a Serge Latouche

Come nota Gianfranco Bottazzi in Sociologia dello sviluppo (2009), benché questo movimento non abbia il carattere di un movimento politico diffonde idee che trovano speso il consenso tra le associazioni: indice di un malessere diffuso e di un desiderio di modificare almeno alcuni aspetti dell’attuale sistema economico.

 

Il paradigma dello sviluppo e le sue alternative

In effetti, come spiega però Enrico Giovannini  (L’utopia sostenibile, 2018), il progetto dell’Agenda 2030 vuole superare i limiti imposti da una visione solo economicistica dello sviluppo. Basta considerare rapidamente i diversi obiettivi posti dall’Agenda, per capire che essa propone una visione dello sviluppo che supera i limiti della dimensione economica per abbracciare quello dei valori, della culture, delle diverse capacità umane.

Giovannini è il portavoce dell’Associazione italiana per lo sviluppo sostenibile

Per questa ragione l’Agenda immagina che vari settori della società vadano trasformati in parallelo, in modo tale che le trasformazioni in un ambito siano supportate da quelle in altri ambiti. Per esempio, senza un’istruzione di qualità mancano le competenze per un’innovazione delle infrastrutture, ma se quest’ultima non è accompagnata da una pratica di produzione e consumo responsabili rischia di aggravare lo stato di salute del pianeta. I 17 obiettivi non sono quindi separati gli uni dagli altri, ma fanno parte di un processo di trasformazione che non è solo economico, ma anche culturale, ossia riguarda il modo di pensare, le abitudini, le scelte, i valori. La società immaginata dall’Agenda 2030 dovrebbe essere dotata di un’ampia capacità di resilienza, ossia di reazione attiva agli shock esterni.

 

Cambiare una cultura?

Come accade spesso, l’ottica comparatistica dell’antropologia ci aiuta a essere consapevoli dei concetti che usiamo e a comprenderne le implicazioni. L’antropologia ancora una volta ci fornisce una chiave per meglio comprendere i presupposti delle teorie dello sviluppo nelle sue varie forme. Gli antropologi spiegano che non esiste l’economia, ma le economie. L’economia è strettamente correlata ad altre pratiche di vita ed è dunque calata in un contesto nel quale esistono valori diversi dall’arricchimento. Essa non è quindi un campo a se stante, ma parte di un sistema sociale, anche se può apparire autonoma quando è particolarmente complessa, come ricorda Tullio Tentori in Elementi di antropologia economica (2009). Si comprende ora meglio che la sfida di fondo dell’Agenda 2030 riposa su un cambiamento complessivo del modo di intendere il rapporto tra l’uomo e il mondo circostante e non su una semplice ridefinizione di comportamenti economici.

Qui trovi una biografia di Tullio Tentori

Qui trovi una sintetica descrizione dell’antropologia economica

I dubbi che questa sfida solleva sono molti: è possibile plasmare dall’alto le varie culture della Terra perché si adeguino a questa Agenda? E, con riferimento ai nostri giorni, la nostra società è già dotata di un grado sufficiente di resilienza per cogliere nella diffusione pandemica del COVID-19 un’occasione per migliorare il proprio modello di sviluppo?

 

Crediti immagini
Apertura: Isola di Pasqua (Pixabay)
Box: Serge Latouche a Trento al Festival dell’Economia 2012 (Wikimedia Commons)

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