Prima di Greta. Il rapporto uomo-natura nella tradizione filosofica occidentale

Beatrice Collina

A partire dal 2018, l’attivismo della giovane Greta Thunberg ha posto al centro del dibattito pubblico internazionale la questione ambientale, evidenziando l’interdipendenza tra esseri umani e ambiente. Il rapporto uomo-natura è da sempre tra i nodi di maggiore interesse della ricerca filosofica. Con l’inizio della modernità si delineano due modelli tuttora contrapposti, ancorati a precisi contesti storici e che, forse non a caso, nascono e si sviluppano sulle opposte sponde dell’oceano Atlantico.

 

Uomo vs. natura. Il paradigma del dominio nel pensiero europeo

Nel corso del Rinascimento, in uno scenario culturale sempre più laico, l’uomo riscopre la propria centralità nel mondo. Diventare “artefice del proprio destino” significa anche poter esercitare un controllo sull’ambiente per piegarlo ai propri fini. La natura non è più oggetto di contemplazione in quanto manifestazione del divino, ma diventa materia di studio: è un momento di passaggio in cui si confondono i confini tra pratiche magiche e indagini proto-scientifiche volte a carpire i principi che governano i fenomeni. Sarà nel XVII secolo che teorie ed esperimenti, insieme all’elaborazione di un metodo oggettivo e condiviso, prepareranno il terreno alla rivoluzione scientifica.

L’inglese Francis Bacon (1561-1626) è tra i primi ad affermare e difendere il principio che plasma per secoli la filosofia europea: l’ambizione più degna è quella di coloro che «cercano di instaurare ed esaltare la potenza e il dominio dell’uomo stesso, o di tutto il genere umano, sull’universo», in quanto «il dominio dell’uomo consiste solo nella conoscenza: l’uomo tanto può quanto sa» (Scritti filosofici, a cura di Paolo Rossi, 1975). Per Bacon la scienza è prima di tutto sviluppo tecnologico: invenzioni come la stampa, la polvere da sparo e la bussola dimostrano la possibilità dell’uomo di assoggettare l’ambiente e migliorare le proprie condizioni di vita.

Per approfondire in che modo il contributo del Bacon si distacca dalla tradizione, si rimanda al seguente video: https://www.youtube.com/watch?v=05USSuM7CdQ

Non sorprende perciò che nel Novecento filosofi quali Theodor W. Adorno (1903-1969) e Max Horkheimer (1895-1973), tra i principali esponenti della Scuola di Francoforte, individuino nella cosiddetta “razionalità strumentale” il tratto distintivo del pensiero europeo. In Dialettica dell’illuminismo (1944), essi interpretano la storia del vecchio continente come l’ossessivo tentativo di elaborare strumenti di controllo nei confronti della natura e dell’uomo stesso: un atteggiamento volto dapprima a esorcizzare il timore verso l’ignoto, ma che ha rivelato infine il suo carattere (auto)distruttivo, generando i mostri del totalitarismo. Calcolo, utilità, dominio, sfruttamento: per Adorno e Horkheimer, è stato soprattutto l’illuminismo a esasperare queste parole d’ordine. I lumi della ragione, che hanno reso tanto fiero l’uomo europeo, sono diventati veri e propri incubi.

 

L’uomo come parte della natura. Wilderness ed etiche ambientaliste nel Nuovo Mondo

I coloni che in epoca moderna approdano nei territori vergini dell’America del Nord lasciano alle loro spalle il rassicurante paesaggio urbanizzato d’Europa: davanti a loro si estende una natura immensa e selvaggia, potenziale dispensatrice di infinite ricchezze. Ha inizio un progressivo sfruttamento delle risorse ambientali che, seguendo il mito della frontiera, dalla costa orientale si sposta sempre più a ovest fino ad arrestarsi, inevitabilmente, sulle rive dell’oceano Pacifico. A partire dall’Ottocento, in reazione alla sfrontatezza dello spirito mercantile e utilitaristico, inizia a radicarsi una nuova sensibilità e consapevolezza: la natura selvaggia (wilderness) americana è un unicum, da rispettare e difendere se non addirittura venerare.

Sulla wilderness, leggi anche il “come te lo spiego” di storia dell’arte a firma di Valentina Casarotto

A inaugurare questa tradizione è il filosofo Ralph Waldo Emerson (1803-1882), padre del trascendentalismo americano. Nel pensiero di Emerson sono ancora rintracciabili elementi dell’idealismo romantico, inglese e tedesco. Il saggio breve Natura (1836) è pervaso da un atteggiamento mistico, finalizzato a cogliere l’elemento spirituale e divino del mondo naturale, un mondo che non è ostile all’uomo ma che, al contrario, «tende le braccia per stringerci a sé, purché i nostri pensieri siano adeguati alla sua grandezza». La natura non è semplice esperienza estetica, ma anche fonte di miglioramento morale: «Per il corpo e per la mente oppressi da un lavoro o da una compagnia nocivi, la natura è una medicina che ridà vigore. Il commerciante o l’avvocato si allontanano dal fracasso e dalle brighe della strada, guardano il cielo e il bosco e tornano esseri umani. In quella calma eterna ritrovano se stessi».

L’eredità di Emerson è raccolta dal filosofo Henry David Thoreau (1817-1862), autore del celebre Walden. Vita nei boschi (1854). Thoreau abbandona tuttavia ogni accento mistico e idealista: la natura non è più concepita come proiezione dell’io, ma ne viene riconosciuta la dimensione autonoma e oggettiva. La sua esperienza di due anni nei boschi del Massachusetts mira a dimostrare come l’uomo possa soddisfare i propri bisogni seguendo un tenore di vita semplice ed essenziale, senza dover per questo rinunciare ai piaceri della civiltà. Thoreau non è un eremita in fuga dal mondo, ma attribuisce all’uomo la responsabilità di proteggere l’ambiente, anche attraverso scelte personali che oggi definiremmo “sostenibili”.

Radicale appare invece l’approccio di John Muir (1838-1914), a cui si deve la creazione di uno dei parchi più famosi degli Stati Uniti, lo Yosemite in California, fondato nel 1864. Nel pensiero di Muir persiste una forte componente religiosa: le foreste diventano nel suo linguaggio «i primi templi di Dio» ed è proprio attraverso l’immersione nella natura incontaminata che l’uomo può riscoprire il legame profondo e ancestrale con il divino (La mia prima estate sulla Sierra, 1911). Riconoscendo alla natura un valore intrinseco, Muir rifiuta in modo netto l’approccio conservazionista a lui contemporaneo, secondo cui le risorse naturali vanno sì preservate, ma pur sempre in un’ottica di sfruttamento responsabile per la generazione presente e per quelle future.

“Walden. Vita nei boschi” di Thoreau è tuttora tra i più importanti testi di riferimento nel contesto culturale statunitense. Si tratta di un’opera che ha fortemente influenzato le correnti ecologiste e ambientaliste, la controcultura degli anni Sessanta, la beat generation, fino a ispirare, negli ultimi decenni, produzioni cinematografiche di grande successo come “L’attimo fuggente” (1989) di Peter Weir e “Into the wild” (2007) di Sean Penn. In particolare, è con le parole di Thoreau che i ragazzi protagonisti de “L’attimo fuggente” introducono ogni incontro dei loro reading di poesia notturni: «Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita, […] per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto».

In quegli stessi anni, al dibattito sul rapporto uomo-natura si aggiunge il decisivo contributo del naturalista inglese Charles Darwin (1809-1882). L’origine delle specie, pubblicato nel 1859, segna un punto di svolta: la teoria dell’evoluzione scardina scientificamente l’idea che l’uomo sia la creatura privilegiata del creato, rendendolo una mera possibilità evolutiva. Le etiche ambientali cominciano così a tener conto anche dei diritti di soggetti non umani, mettendo in discussione la prospettiva antropocentrica che le aveva fino ad allora caratterizzate.

Per una panoramica sul metodo e sulle ricerche compiute da Darwin, si rimanda a questo contributo: https://www.youtube.com/watch?v=s1a96jWn-Mc

Crediti immagini
Apertura:
Walden Pond (Wikimedia Commons)
Box:
Greta Thunberg (Flickr, Commissione Europea)

 

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Commenti [3]

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  1. Patrizia Filippi

    Mi piacerebbe approfondire l’argomento

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  2. Beatrice Collina

    Gentilissima, 
    non so se è interessata ad un aspetto specifico, provo in prima battuta a fornirle qualche suggerimento più generale. Per quanto riguarda un’introduzione ben fatta al tema le indicherei il volume “Natura” (il Mulino) di Roberto Bondì e Antonello La Vergata, entrambi esperti della storia della filosofia del pensiero scientifico. Il testo è introduttivo, ma esauriente ed esplora l’idea di natura in un arco di tempo molto più ampio rispetto a quello che ho selezionato per l’articolo, iniziando dalle origini della filosofia greca. A sua volta, il testo è corredato di una buona bibliografia.  
    Il tema della “Wilderness” è, per me, molto affascinante. Nasce in ambito inglese, ma è soprattutto con la scoperta delle estensioni territoriali del continente americano che si afferma. Un testo ritenuto fondamentale in questo senso è “The Wilderness and the American Mind” di Roderick Nash che temo però non abbia una traduzione in italiano. Molta letteratura in merito è in lingua inglese infatti. Segnalo però il testo di John Muir “La mia prima estate sulla Sierra”, che ho citato nel testo, perché pur non essendo un testo strettamente filosofico aiuta a comprendere un certo tipo di approccio. Suggerisco inoltre “L’invenzione della natura selvaggia” (Bollati Boringhieri) di Franco Brevini. Concludo con un testo più letterario, ma che ritengo di piacevole lettura e capace di aggiungere suggestioni a questa riflessione: “Luoghi selvaggi” (Einaudi) di Robert MacFarlane; anche questo libro si conclude con una bella bibliografia.
    Sperando di averle fornito informazioni utili e interessanti, le porgo un cordiale saluto.

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